La volontà di Nanni Moretti di girare un film su Berlusconi

Di Gianfranco Cercone de Lucia, da Notizie Radicali

Tutto parte da “Otto e mezzo” di Federico Fellini. La prendiamo alla lontana, ma se il lettore avrà la pazienza di seguirci, vedrà come quel capolavoro fornisca una chiave di lettura molto utile per comprende il “Caimano” di Moretti. Nel celebre film, come molti ricorderanno, si raccontava la crisi di ispirazione di un regista cinematografico, interpretato da Mastroianni, che adombrava manifestamente quella di Fellini stesso. Ma “Otto e mezzo” mostrava anche il “trucco” con il quale quella crisi veniva brillantemente superata: proprio raccontando la storia di un regista senza idee e che forse non crede più nel proprio mestiere; facendo insomma della crisi, il tema dell’opera. Ora, se ricordate un film di Moretti di qualche anno fa, “Aprile”, noterete come egli avesse adottato lo stesso procedimento. Attore, personaggio e regista, raccontava in quel caso, della propria volontà di realizzare un film sulla situazione politica italiana, all’indomani delle elezioni che per la prima volta portarono al governo Berlusconi. Ma nonostante quella volontà moralisticamente imposta a se stesso, il film non gli riusciva; gli interessi della sua vita privata – in particolare la nascita di un figlio – lo distoglievano progressivamente dal proposito; finché, con una decisione liberatoria, non giungeva a rinunciarci una volta per tutte. All’annuncio di un film di Moretti su Berlusconi – Il caimano, appunto – ci si poteva chiedere se l’impasse creativo fosse stato superato; o se invece non avesse prevalso il moralismo; se fosse stata l’urgenza dei tempi, insomma, a determinare l’autore a rimettere mano all’antico progetto. A giudicare dal risultato, propenderemmo per la seconda ipotesi. Notiamo, per cominciare, che viene riadottato l’impianto del “film da fare”. Una giovane regista dà in lettura a un produttore scalcagnato la sceneggiatura di un film su Berlusconi; e il produttore, quasi per caso, si imbarca nell’impresa, incontrando il rifiuto della RAI; il consenso, e poi il diniego, di un celebre attore, che non vuole farsi coinvolgere da un lavoro politicamente rischioso. L’ostacolo, insomma, non è più nelle idee e nella volontà di chi vuole realizzare il film (la giovane regista, ancorché inesperta, è tenace e dalle idee chiare; il produttore sembra sempre più convinto della bontà del progetto); ma è all’esterno, in un clima politico e culturale che sembrerebbe scoraggiare l’impegno civile, la denuncia contro i potenti. Ma anche se trasferita ed esorcizzata, la crisi soggettiva, artistica, permane; e la si coglie nella rappresentazione della figura di Berlusconi. Quel che ci aspetteremmo da un autore come Moretti alla prese con un simile tema, è uno sguardo lungo, ulteriore, che arrivi a cogliere del personaggio Berlusconi, e del consenso che in Italia ha trascinato con sé, una radice profonda; ciò che il giornalismo, anche il più lucido e onesto, non arriva a scorgere. E invece il Berlusconi di Moretti resta una facile caricatura o un cattivo da fumetto. E la parte più cospicua del film – la più viva ed efficace – quella che riguarda il mondo del cinema, e la disastrata vita familiare del produttore – non ha una vera relazione con quel personaggio; salvo applicare al film, che non lo merita, sociologismi deteriori. Certo, il finale in cui Moretti impersona Berlusconi, e recita con gravità dichiarazioni testuali del Cavaliere che ripugnano allo stato di diritto, ha una drammatica efficacia; nei limiti, però, di un’opera informativa e, in senso buono, edificante. Il discorso è partito da Fellini e si potrebbe chiudere con lui, il miglior film su Berlusconi, restando a tutt’oggi, a nostro avviso, “Ginger e Fred”.


Autore: Gianfranco Cercone

Laureato in Lettere (con specializzazione in materie dello spettacolo) presso l'Università La Sapienza di Roma. È redattore della rivista "Cinema Sessanta" e collabora con la Biblioteca del Cinema "Umberto Barbaro". Cura per Radio Radicale la rubrica di critica "Cinema e cinema".

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