La guerra come fatto interiore, in “Jarheal” di Sam Mendes

Di Gianfranco Cercone De Lucia

Chi ha visto “Full metal jacket” di Kubrick, difficilmente avrà dimenticato l’episodio di apertura: l’addestramento dei marines, guidato dalle urla furibonde e oscene di un autentico istruttore. La deformazione della personalità, a partire dai suoi aspetti più intimi, necessaria a trasformare un uomo in una macchina da combattimento (“born to kill”!), riceveva in quelle sequenze una dimostrazione allucinata e lampante. Non se ne è certo dimenticato Sam Mendes (già autore di un film di successo, “American beauty”, e del meno fortunato e probabilmente meno riuscito “Era mio padre”), che, affrontando la missione di un gruppo di marines nel deserto iracheno, allo scopo di stringere d’assedio Saddam Hussein, introduce il racconto con alcune scene di addestramento, manifestamente simili a quelle del film di Kubrick. Si tratta di qualcosa di più di un omaggio o di una citazione. Mendes vorrebbe sviluppare il discorso avviato da quel film. “Full metal jacket” virava verso alcune scene di guerra. “Jarhead”, focalizzato sulla lunga attesa della guerra che ha luogo nel torrido accampamento, si chiede invece: come vivono questi uomini così fanatizzati, nei rapporti fra loro e con se stessi? L’intento sarebbe, quello, insomma, di uno studio psicologico: cogliere la guerra, non nel suo sviluppo materiale sul campo di battaglia, ma nelle sue premesse interiori, radicate nel cuore dei singoli futuri combattenti. E’ un tema, come si vede, di grande interesse. Non giurerei che lo sviluppo sia in pieno soddisfacente. Mancano al film le qualità introspettive che l’argomento richiederebbe: il profilo del protagonista è generico, nessuno dei comprimari acquista la statura di un personaggio; e la crisi interiore finisce esteriorizzata in alcune scene d’effetto, dalle risonanze simboliche: la pioggia di petrolio che annerisce i corpi e annebbia la vista; immagini un po’ estetizzanti di rottami inceneriti sulla distesa del deserto…. Tuttavia, alcuni aspetti della vita militare sono centrati con uno spirito di osservazione caustico. Ad esempio, il rapporto dei soldati con le donne rimaste a casa, non è mai trattato in tono sentimentale o sentimentalistico. Esibite nelle fotografie conservate nel portafoglio, le donne sono poi fonti di atroci frustrazioni, quando in lettere, o addirittura in filmati pornografici, si scoprono, pubblicamente, “colpevoli” di tradimento. L’orgoglio di appartenere ai marines confligge con l’impressione latente di essere carne da cannone, ruote di un meccanismo di cui non si comprende la ragione. I rapporti gerarchici sono improntati a un sadomasochismo quasi nemmeno dissimulato. E questo complesso di esaltazioni e di ferite, sfocia nel finale in un desiderio, espresso candidamente come il più innocente desiderio di un bambino: quello di poter uccidere, almeno una volta, un altro uomo. Una massima molto citata sostiene che la guerra è la continuazione della politica di pace con altri mezzi. Vedendo “Jarhead” e altri film affini sull’argomento, viene da pensare che la guerra incentiva e mette a nudo dinamiche, che nella vita civile sono soltanto attenuate o represse.


Autore: Gianfranco Cercone

Laureato in Lettere (con specializzazione in materie dello spettacolo) presso l'Università La Sapienza di Roma. È redattore della rivista "Cinema Sessanta" e collabora con la Biblioteca del Cinema "Umberto Barbaro". Cura per Radio Radicale la rubrica di critica "Cinema e cinema".

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