La strada del welfare to work e i percorsi formativi

A cura di Valeria Manieri

La spesa per la protezione sociale in Italia è ripartita in modo del tutto svantaggioso per le nuove generazioni di lavoratori, garantendo prevalentemente il sistema pensionistico e sanitario. In Italia soltanto il 18 per cento delle persone in cerca di occupazione riceve un sussidio, mentre negli altri paesi europei, dove la spesa sociale è distribuita in modo meno sproporzionato e non penalizzante, oltre il 70 per cento dei disoccupati riceve un benefit. Se si riuscisse a garantire un sistema di welfare to work, ovvero un ammortizzatore sociale unico, generalizzato e universale (abolendo cassa integrazione, mobilità e le altre decine di sovvenzioni all’agricoltura ) limitato nel tempo e nell’entità del sussidio ed esteso a tutte le categorie di lavoratori (e non soltanto a certe categorie, privilegiate e sindacalizzate), avremmo davvero pari opportunità e copertura per tutti, certamente limitata a periodi brevi di sussidio, ma finalizzata ad un rapido reinserimento nel mercato del lavoro. Ciò sarebbe possibile attraverso un sussidio di disoccupazione di un anno o poco più per le fasce svantaggiate, la cui erogazione fosse rigidamente vincolata all’accettazione di percorsi di formazione e di offerte di lavoro. Il welfare to work costituisce, infatti, un contratto vero e proprio tra Stato e cittadino,in cui diritti e doveri si bilanciano: una soluzione certamente meno comoda per chi conta sul sussidio di disoccupazione come stipendio intoccabile da sommare alla probabile entrata aggiuntiva del lavoro nero. Basti pensare, per un attimo, che chi percepisce un sussidio di disoccupazione elevato e garantito, non ha grande convenienza a trovare un altro impiego e soprattutto in tempi rapidi. E’ necessario inquadrare la figura del disoccupato come un qualsiasi assicurato che paga un premio proporzionato al rischio che vuole tutelare. Se bara, l’assicurazione non risarcisce. In questo caso è lo Stato che copre le perdite non finanziate dai contributi delle imprese e dei lavoratori. E’, quindi, interesse di tutti che la base degli assicurati sia la più ampia e che il disoccupato non solo non sia un costo per la collettività, ma contribuisca col proprio lavoro alla crescita del paese e al pagamento delle tasse. Una ulteriore zavorra è rappresentata dal dramma prodotto dal lavoro nero e quindi degli ulteriori non introiti da parte dello Stato. Il disoccupato che rientra nella spirale del cosiddetto “lavoro sommerso”e riceve un sussidio comporta una perdita al cubo: non solo sussidio da erogare, non solo esenzione fiscale, ma anche mancato pagamento di tasse da parte delle imprese che impiegano il disoccupato in questione. Ecco perché il reinserimento del disoccupato costituisce oggi una priorità; è evidente che il nostro sistema di welfare non possa resistere a lungo, specie per le magre casse statali italiane degli ultimi anni. Occorre soprattutto convincerci che non è vero che chi perde il lavoro anche in età avanzata possa essere soltanto accompagnato alla pensione. Esperienze europee, ma anche alcune buone pratiche italiane, suggeriscono che oltre il 50 per cento degli over 50 possano essere ricollocati abbastanza agevolmente. Il welfare to work è una soluzione che potrebbe risanare le nostre casse e ridistribuire la spesa sociale in modo davvero democratico, garantendo, in modo più pragmatico e limitato a livello temporale, sussidi davvero per tutti, lavoratori atipici e non. Si potrebbe così determinare non certo una battuta d’arresto del lavoro nero, ma quantomeno non alimentarlo ulteriormente con i disoccupati di lunga durata. I disoccupati sarebbero incentivati a trovare in tempi ragionevoli una nuova occupazione e difficilmente si accontenterebbero di un lavoro nero mal pagato non potendo più contare sul sussidio a priori, ma solo di un sussidio sive ubi necessitatis. Ma analizziamo un altro aspetto, certamente non marginale. L’adattamento blairiano del welfare to work, i cui precursori furono originariamente gli svedesi, ha molteplici sfaccettature: la mobilità sociale e il rapido reinserimento del disoccupato passano necessariamente attraverso la formazione e la riqualificazione di chi è, per così dire, rimasto fermo un giro. Investire non tanto e non solo sulle politiche passive che costano oltre 8 miliardi e mezzo di euro (che comprendono prevalentemente l’erogazione di quei pochi sussidi disponibili), ma di più e meglio nelle politiche attive e quindi sulla formazione. Quest’ultime riqualificano il singolo individuo e le sue competenze, aumentando la sua occupabilità e, quindi, la possibilità di rientrare in corsa. Certamente le nostre considerazioni su una materia così ampia non possono che semplificare una realtà complessa come quella del nostro modello di welfare, tuttavia è utile incominciare a volgarizzare questa materia e a tirare dei fili, quelli che riguardano le questioni più urgenti, le mancanze più lapalissiane . Iniziamo, per esempio, dalla capacità dei servizi pubblici e privati per l’impiego di analizzare le competenze del disoccupato per provvedere al suo reinserimento nel lavoro. In Italia il portafoglio delle competenze professionali e il bilancio di prossimità, ovvero la valutazione delle competenze degli individui che si trovano a far fronte ad un periodo di disoccupazione, sono strumenti ancora scarsamente utilizzati così come il concetto di formazione continua viene in questo settore -ove sarebbe più che mai richiesto- completamente disatteso. Il bilancio di prossimità, in particolare, potrebbe consentire d’indirizzare il cittadino verso un inserimento al lavoro sulla base delle richieste del mercato o di proporgli un percorso personalizzato di orientamento e formativo, per colmare i gap professionali. L’occupabilità, infatti, passa attraverso corsi di formazione non solo in base ai gusti e alle preferenze dell’aspirante lavoratore, ma soprattutto attraverso la valutazione della domanda del mercato.La formazione del disoccupato deve adattarsi quindi ai lavori che sono più richiesti e necessari alla collettività. Il nostro paese non solo ha una spesa sociale mal distribuita, ma soffre anche delle carenze delle strutture a ciò preposte che non funzionano affatto. L’inefficienza dei centri d’impiego in Italia è davvero imbarazzante: solo 532 prevalentemente al sud e praticamente inutili. Infatti solo il 2 per cento dei disoccupati hanno trovato un nuovo lavoro grazie ai centri pubblici d’impiego. In questo caso la gestione da parte delle province dei centri d’impiego costituisce uno dei pochi punti negativi del federalismo in Italia. Una materia così importante per la politica economica e sociale del Paese dovrebbe essere maggiormente concertata con un investimento più sostanzioso sulle politiche attive e prevedere degli standard di qualità nel servizio uguali su tutto il territorio. Impossibile non ricordare il modello dei jobcentre plus in Gran Bretagna perfettamente funzionali al compito prepostogli nonchè strutture pubbliche. L’ipotesi di jobcentre in Italia appare ad oggi pressoché impossibile, poiché le competenze e queste politiche sono affidate alla discrezione delle province. Nelle nostre considerazioni pur parziali non possiamo però non citare un modello che pare funzionare egregiamente, al di là dei jobcentre inglesi. L’imput a continuare la nostra ricerca proviene, neanche a dirlo, da un altro paese nord europeo, la Svezia. Prendiamo l’esempio svedese recentemente messo in risalto dal Sole 24 ore: Lernia. Lernia è uno dei 115 centri di formazione riqualificanti la forza lavoro,una società pubblica che si propone di riqualificare i disoccupati fino a oltre sessant’anni. Il 70 per cento dei &ldq
uo;riqualificati” trova un nuovo impiego entro 3 mesi dalla fine dei corsi di formazione. Cifre ben lontane dal nostro 2 per cento dei Centri pubblici d’impiego. Confrontando questi risultati, è ovvio che Cpi sono strutture che non sembrano poter garantire alcun risultato nella lotta alla disoccupazione. Auspicabile sarebbe un sistema misto, ove pubblico e privato concorrano e riescano a erogare un servizio più efficiente nel ricollocare – previa riqualificazione – il disoccupato. Trovare un’altra formula,nell’attuale impossibilità di bypassare la gestione federalista dei Cpi, passa ancora una volta dalla formazione continua e da centri specializzati secondo settori, le cosiddette “training area”. Quella svedese potrebbe essere una via non impossibile per il nostro paese, se superassimo le storture e le strumentalizzazioni dei disoccupati secondo ragionamenti sindacalisti all’italiana e iniziassimo a concepire la disoccupazione e i periodi di inattività come una occasione per acquisire competenze richieste dal mercato e dalle imprese stesse. Il problema in Italia non è tanto quello di norme che impongano al disoccupato che percepisce un sussidio anche dei precisi doveri: è bene ricordare che queste norme esistono già. Il nostro Paese paga invece la diffusa illegalità e cioè il fatto che queste norme, per convenienze varie, sono completamente disattese e non vengono mai applicate. La riqualificazione non è dunque, come da premessa in questo articolo, un investimento inutile o a fondo perduto, bensì – come in Svezia hanno ben compreso – un vantaggio competitivo per tutti e per l’intero sistema economico. Afferma Ulla Engstrom, direttore esecutivo di Lernia, che coinvolgere imprese e i sindacati è essenziale per comprendere le esigenze del mercato e i nuovi impulsi. L’idea di mobilità e adattabilità alle esigenze e alla domanda, fa sì che la nostra “offerta” sia sempre desiderata e che tutti i lavoratori,disoccupati o persone in cerca di lavoro, siano disponibili a sperimentare e studiare per essere utili a se stessi e agli altri. Troppo spesso nella ricerca del lavoro, ma ancora prima nella scelta del percorso d’istruzione, si privilegiano i sogni o le preferenze, senza tenere conto che occorre confrontarsi anche con la domanda del mercato, che è necessario adattarsi alle leggi di una economia sempre più globale e competitiva.


Comments are closed.