Intervento di Benedetto Della Vedova alla 2a Assemblea Nazionale

Cari amici,
Ovviamente avevamo pensato alla presenza di Silvio Berlusconi. Ma per l’esito dei nostri lavori, ci dispiace certo che Berlusconi non abbia potuto essere presente, ma credo che per la nostra serietà si debba continuare a lavorare, senza che questo intoppo pregiudichi la nostra Assemblea.
Ringrazio Ciccitto e Vizzini che sono presenti e parlerò a loro come avrei fatto con Berlusconi.
Ringrazio quanti in questi mesi hanno lavorato con impegno e hanno dato il loro sostegno al nostro movimento, quanti hanno creduto nelle nostre iniziative e faccio un nome su tutti, quello di Ivan Maravigna, cui molto si deve anche della buona riuscita di questa “due giorni”.

Ringrazio Silvio Berlusconi per l’attenzione che in questi mesi ci ha riservato partecipando ai più importanti momenti pubblici, lo ringrazio per la sua presenza alla conferenza stampa di presentazione del nostro movimento e alla prima Assemblea Nazionale.

Come ringrazio Silvio Berlusconi per il sostegno che ha voluto darci. Parlo, per intenderci, del contributo finanziario che abbiamo ricevuto da Forza Italia e che ha costituito parte consistente delle risorse che abbiamo potuto mettere in campo. Un contributo all’insegna della trasparenza, che verrà pubblicizzato con le rituali dichiarazioni congiunte alla Camera.

Fino ad oggi noi abbiamo avuto enormi difficoltà a mettere il naso fuori, a comunicare le nostre idee e le nostre proposte, anzi, la nostra stessa esistenza sulla stampa ed in TV.
Sono in pochissimi, tra gli elettori italiani, a sapere che esistiamo. Per un deficit di comunicazione nostro, certo. Ma, come dicevo prima, noi ci siamo scontrati con una realtà che potremmo così sintetizzare: in Italia se ti schieri con il centrosinistra sei sicuro di godere immediatamente di buona stampa, se ti schieri con il centrodestra puoi contare solo sul fatto di essere ignorato. Vedete, a me fa piacere che il Corriere della Sera – giornale con cui ho collaborato per oltre un anno grazie alla fiducia del suo direttore Paolo Mieli, cosa di cui gli sono molto grato – abbia deciso di sponsorizzare la causa della Rosa nel Pugno e non ci faccia mancare quotidianamente il resoconto delle posizioni di Marco Pannella e degli altri radicali “giapponesi” di Prodi, ma, mi chiedo, possibile che in questi mesi non vi sia stato l’interesse a sentire una sola volta anche la nostra voce? A riprendere una nostra posizione, magari in polemica con quelle radicali?
Sui giornali più vicini al centrodestra il discorso è un po’ diverso, abbiamo avuto un po’ di spazio, ma sempre e solo quando abbiamo insistito e abbiamo chiesto, chiesto e ancora chiesto noi.
Di televisioni è meglio non parlare, visto che lo spazio maggiore lo abbiamo avuto da La7.

In queste condizioni ogni volta che vedo un sondaggio che dà conto di noi, magari allo 0,6%, mi chiedo chi mai possano essere quegli eroi.

Dicevo prima della Rosa nel Pugno.

Molti mi hanno chiesto perché io finora non abbia voluto ”attaccare” Pannella cercando di cavalcare l’onda delle polemiche. Ognuno è fatto come è fatto. Io non ho alcuna ragione di ostilità dei confronti di Pannella, cui resterò sempre debitore sul piano umano e politico. Continuo ad essere un radicale del partito radicale trasnazionale guidato da Pannella.

Ho polemizzato direttamente con lui quando ero parlamentare della Lista Bonino e come membro della direzione dei radicali italiani; ho contestato una deriva anticlericale che non mi ha mai convinto e chiesto per anni che i radicali uscissero dall’isolamento elettorale e che si “sporcassero le mani” nelle alleanze elettorali, e in particolare che scegliessero il centrodestra.

Sotto il profilo del metodo ritengo che la scelta radicale – quella di schierarsi con uno dei due poli – sia stata giusta, nel merito penso che sia quella sbagliata e che Pannella si trovi oggi schierato con un centrosinistra dominato culturalmente e politicamente dalla quintessenza di quanto i radicali hanno denunciato in tutti questi anni: lo statalismo, la sindacatocrazia, il partito dei giudici e i giudici di partito, l’ambientalismo ideologico ed illiberale, l’antiamericanismo esplicito e strisciante, la difesa ottusa di un’Europa burocratica con il mito sovietico della standardizzazione – anche se nel gergo di Bruxelles si usa il termine suadente di “armonizzazione”. E poi i poteri: dove stanno la Confindustria, le grandi imprese e le banche, sempre più padrone del sistema industriale ed editoriale? Nel centrosinistra; lo sono in un modo esplicito che fa loro onore i grandi banchieri che votano Prodi alle primarie del centrosinistra; ma vi siete chiesti cosa sarebbe accaduto se Profumo, Passera e Bazoli avessero sottoscritto un appello per Berlusconi?
Dove stanno Scalfari e il Gruppo editoriale dell’Espresso? Con il centrosinistra.
Dove sta la trimurti sindacale corporativa e conservatrice? Con il centrosinistra.

E non mi si venga a dire, per chiudere l’elenco, che le gerarchie cattoliche non abbiano radici ben piantate anche sotto l’Ulivo.

Ecco, la polemica, quella più netta perché non strumentale, sta nel fatto che noi invece oggi siamo qui e che vogliamo andare alle elezioni con il centrodestra e chiedere agli italiani i voti a sostegno di un nuovo Governo Berlusconi.

Sta nel fatto che mentre Pannella giudica “esiziale” per il paese una nuova vittoria della casa delle Libertà noi giudichiamo essenziale che il progetto riformatore del governo Berlusconi non venga arrestato, ma venga rilanciato con più liberalizzazioni e privatizzazioni, e che il paese non si ritrovi l’11 aprile ad essere guidato da un leader senza partito, ostaggio di una coalizione divisa sull’essenziale dell’attività di Governo e segnata dal conservatorismo sociale.

Certo, se a sinistra c’è la fiera di tutto l’insopportabile politically correct in salsa italiana, nel centrodestra non mancano le contraddizioni, le spinte populiste e nazionaliste, i riflessi forcaioli, le tentazioni di conservatorismo sociale ed antimercato speculari a quelle della sinistra – penso a molte posizioni leghiste e della destra sociale – e non manca una impronta confessionale che spesso ci fa rimpiangere la tradizione democristiana, fatta di politici che avevano ben chiaro il valore dell’autonomia della politica repubblicana dalla predicazione della Chiesa.

Ma in tutto questo trova spazio, l’unico spazio politico davvero praticabile, la possibilità di una politica innovativa, riformatrice e liberale. Atlantica e garantista. Noi vogliamo lavorare perché questo spazio sia il più ampio possibile. Siamo convinti che Silvio Berlusconi sarebbe felice di vedere più e meglio rappresentata, tra le tante della coalizione tra cui deve necessariamente mediare, la posizione liberista, americana, individualista e laica dei Riformatori Liberali, i Radicali per le Libertà.

Noi siamo con il centrodestra perché la sua politica nella crisi irachena al fianco di Bush e Blair per la promozione della libertà e della democrazia è quanto ci saremmo aspettati. Perché, da radicali, non dimentichiamo che Silvio Berlusconi si è espresso ufficialmente per l’ingresso di Israele e della Turchia nella Unione Europea. Un’unica cosa vogliamo dire a Silvio Berlusconi. Noi radicali abbiamo conosciuto da vicino, grazie al lavoro di Olivier Dupuis, la vicenda cecena. Io credo che proprio la vicinanza dell’Italia alla Russia e, in particolare, quella di Silvio Berlusconi a Putin, fornisca una preziosa ragione in più per tentare di recuperare ad una dimensione politica e non militare la crisi cecena. Una soluzione politica che passi per il dialogo con quanti in Cecenia ancora non hanno scelto il terrorismo è nell’interesse del popolo e della democrazia della Russia, oltreché del popolo ceceno.

Noi – liberisti che crediamo che la Cina sia una questione seria, un’opportunità fantastica per i consumatori italiani oltre che per i produttori più competitivi, che avremmo voluto la direttiva Bolkestein nella versione più liberale, che siamo per la flat tax – noi siamo con il centrodestra perché abbassare le tasse quando il bilancio pubblico vale il 50% del PIL è sempre e comunque una scelta liberale.

Perché sulle pensioni, anche se si è perso tempo prezioso, si è stati capaci di intervenire nella giusta direzione. Perché la Legge Biagi è una buona legge anche se ancora insufficiente. E tutto questo – è bene non dimenticarlo al di là delle 280 pagine di un programma che sembra un rapporto dei centri studi, di quelli pagati a cartella – ha visto l’ostilità tetragona della sinistra parlamentare e delle piazze sindacali.
Siamo con il centrodestra perché ha fatto la battaglia sull’articolo 18, il tema di un referendum radicale tra i più importanti.

Se gli stipendi in Italia sono bassi è perché la produttività e più bassa che altrove. Ma è anche perché, come spiega benissimo Pietro Ichino, nello stipendio dei lavoratori dipendenti è contenuto un premio assicurativo implicito sulla sicurezza del posto di lavoro: rigidità e stipendio sono inversamente proporzionali, non si può avere di più di entrambi. Bisogna insistere sul mercato del lavoro. Bisogna cancellare la Cassa Integrazione Straordinaria per pochi e avere un sussidio uguale per tutti costruito per incentivare la ricerca di un nuovo lavoro.
Bisogna abbattere il tabù del contratto collettivo nazionale: ci vogliono contratti differenziati molto di più tra i vari settori, contratti che abbiano ambito territoriale limitato e contemplino una quota di salario legata ai risultati. Qualcuno forse potrà guadagnare anche di meno in prima battuta, ma in molti avranno l’opportunità di guadagnare di più.

Noi stiamo con il centrodestra perché la Lega Nord che flirta col razzismo e istiga all’omofobia è l’opposto di noi, ma crediamo che il federalismo fiscale sia una riforma, liberale buona e giusta per tutti, al nord e al sud.

Che un Ministro come Calderoli scherzi con un problema serio come quello della rivolta fondamentalista contro le vignette danesi è intollerabile. I Ministri non fanno provocazioni irresponsabili, i Ministri si adeguano, tutti, alla politica estera e diplomatica del loro governo.
Ma neppure una tale coglionaggine può offuscare le aggressioni violente e fanatiche, politicamente pilotate, che da settimane tengono in scacco le sedi diplomatiche europee. Con le bandiere danesi noi diciamo che l’Europa deve difendere a spada tratta le sue conquiste di libertà e di tolleranza, senza distinguo pericolosi o paurosi passi indietro.

Noi stiamo con il centrodestra perché non staremmo bene nella stessa coalizione e non potremmo stare in un partito guidato da chi scandisce “scuola pubblica, scuola pubblica, scuola pubblica”. La scuola pubblica, anche dopo le meritorie riforme Moratti, resta la scuola del sindacato corporativo che pretende che tutto ruoti attorno agli insegnanti e ai bidelli e non intorno agli studenti. Resta la scuola dove gli insegnanti guadagnano troppo poco non perchè la spesa complessiva per insegnanti sia più bassa che altrove, ma perché il sindacato impedisce che gli insegnanti migliori possano essere contesi tra le varie scuole anche a suon di aumenti di stipendio. Con Blair e con Bush diciamo: education education, education! Noi vogliamo che le scuole pubbliche siano in competizione tra di loro e in competizione con quelle private. Noi vogliamo che con il meccanismo del “buono scuola” siano le famiglie e gli studenti a decidere.

Stiamo con il centrodestra perché consideriamo l’inappellabilità delle sentenze di assoluzione in primo grado una riforma di civiltà giuridica, mentre la sinistra fa solo demagogia giustizialista. E vorrei ricordare a tutti che, alla fine, Pannella si è trovato al suo fianco nella battaglia per l’amnistia Forza italia e contro DS e Margherita.

Tutto questo vale decisamente più, per un’alleanza di Governo, delle cose che ci dividono dalle politiche della CdL, che pure ci sono e sono molte, e che noi intendiamo affrontare con serietà, lealtà e volontà di dialogo.
Noi volgiamo contendere alla Rosa nel Pugno il voto radicale dei molti scontenti, delusi o sconcertati dalla alleanza con il centrosinistra, di questo centrosinistra guidato da questo Romano Prodi.

E vogliamo recuperare il voto di quanti rimpiangono lo “spirito del ‘94”, quello di una politica pragmaticamente ispirata alle rivoluzioni liberali e liberiste che hanno rilanciato gli USA di Reagan e la Gran Bretagna della Thatcher. Il voto di quanti, come noi, riconoscono la qualità dell’azione di Governo di questi anni e scommettono sulle potenzialità di un nuovo governo Berlusconi, ma che, come noi, non vogliono arrendersi a che la CdL sui temi delle libertà individuali e delle grandi sfide che intrecciano etica e scienza sia sempre e soltanto riconducibile alle posizioni di Carlo Giovanardi (persona che stimo perché ritengo persona di convinzioni radicate e non opportunista).

Che non confondono “taliban” e “vatican”, ma che rivendicano la laicità della politica come necessità di evitare che le convinzioni morali di alcuni, fossero anche la maggioranza, finiscano per divenire prescrizione normativa per tutti.

Che credono che la legge sulla droga sia un errore, una legge sbagliata ispirata ad un riflesso ideologico perdente. Una legge che ripropone gli errori della Iervolino Vassalli e avrà le medesime conseguenze negative. Noi combatteremo perché sulla droga vengano attuate scelte pragmatiche e non ideologiche, come accade in Spagna (dai tempi di Aznar) e in Svizzera.

Crediamo in un centrodestra riformatore, che guidi la modernizzazione economico-sociale senza negare la modernizzazione della società.

Siamo convinti della necessità di sostenere le famiglie ma proprio per questo crediamo che vadano riconosciuti dignità e diritti alle coppie omosessuali che scelgano di vivere il loro amore con un patto di reciproco aiuto e solidarietà. E su questi temi ci confortano le parole di Berlusconi, più volte ripetute, circa il fatto che non esistono vincoli di maggioranza ma, anche se l’espressione non mi piace per nulla, libertà di coscienza.

Abbiamo scelto la CdL nel luglio scorso, quando Pannella ha scelto l’Unione. Siamo arrivati alla CdL andando controcorrente, come i salmoni, in un momento in cui molti scappavano e quasi nessun altro scommetteva un euro sulla capacità di ripresa del centrodestra.

Rappresentiamo, nella nostra misura – non siamo affetti da alcuna megalomania, anzi, probabilmente siamo fin troppo prudenti – rappresentiamo, dicevo, l’unica componente nuova della coalizione. L’unica che non rappresenti un mero rimescolamento delle carte all’interno del centrodestra.

L’unica, io credo, che può strappare voti al centrosinistra, a partire da quelli radicali – tanti o pochi dipenderà da molti fattori.

Noi vogliamo costruire un soggetto che abbia una sua piena autonomia politica ed organizzativa e che sia destinato a durare, ma che sia legato a Forza Italia da un vero e proprio patto federativo. In questo noi, anglosassoni e maggioritari per vocazione, guardiamo, per piacere o per forza, all’esperienza federativa del centrodestra francese.

I nostri eletti – poi ci verrò – faranno parte dei gruppi parlamentari di Forza Italia e sosterranno leadership di Berlusconi e se posso fare una battuta, “nella buona e nella cattiva sorte”. Mi auguro che non saremo i soli a farlo.

L’ipotesi su cui abbiamo lavorato con il sostegno prezioso di persone come Sandro Bondi e Carlo Vizzini, è quella, non è un segreto per nessuno, di presentare liste autonome al Senato, dove la partita si gioca regione per regione e un apporto di voti anche percentualmente ridotto può rivelarsi in più di un caso decisivo, e di confluire nelle Liste di Forza Italia alla Camera.

Questa ci pare una scelta equilibrata, che ci consentirebbe di chiedere il voto alle nostre liste al Senato anche partecipando agli spazi della par condicio e di chiedere il voto per Forza Italia alla Camera.

Il meccanismo elettorale fa sì che nessun voto all’interno delle coalizioni vada sprecato. E’ chiaro che le nostre chance di elezione si giocherebbero però dentro le liste di Forze Italia, viste le difficoltà per una forza ancora sconosciuta come la nostra di superare lo sbarramento al Senato.

Noi siamo pronti, con convinzione, a metterci in gioco per la vittoria della coalizione con il simbolo che ho alle spalle. Un simbolo che ben ci rappresenta e che risponde a quanto tutti riconoscono: Riformatori Liberali, i Radicali per la Casa delle Libertà.
Noi non vogliamo essere un problema perché pensiamo, al contrario,una risorsa. Pensiamo di esserlo più e meglio di molti altri. Per le nostre idee, per la nostra storia e per le nostre qualità. E parlo di me, di Marco Taradash, di Peppino Calderisi, di Carmelo Palma, certo, ma parlo anche di tutti coloro che sono qui e che in giro per l’Italia aspettano di capire se davvero questo progetto politico ha respiro o se si tratta di piccolo e opportunistico cabotaggio elettorale.

Noi non siamo interessati al “diritto di tribuna” per una o due persone. Se questa, del diritto di tribuna, fosse la valutazione del nostro apporto diremmo: no, grazie.
Non sarebbe serio in questo caso richiamarsi alla tradizione radicale.

Noi non vogliamo stare in tribuna tra gli spettatori, vogliamo scendere in campo e giocare la nostra partita con la casa delle Libertà per un nuovo governo Berlusconi. Vogliamo metterci in gioco fino in fondo.

Non abbiamo mai alzato la voce o gonfiato il petto e neppure intendiamo farlo, non è il nostro stile. Ma siamo gente di parola.

Crediamo che una pattuglia parlamentare di Riformatori Liberali, di Radicali per le libertà, sia necessaria per dare un futuro a questo movimento e, consentimelo, sia utile se non necessaria anche a Forza Italia.

Noi siamo pronti a scattare con entusiasmo e a impegnarci fin dalle prossime ore per la presentazione delle nostre liste al Senato.

E’ per questo che aspettiamo da Berlusconi una parola impegnativa, anche sulla consistenza della nostra “pattuglia” parlamentare, per il valore politico che questo rappresenta.

Mancano una manciata di settimane alle elezioni.
L’impegno straordinario di queste settimane ha riaperto la partita. Gli elettori hanno avuto modo di riflettere su quanto il Governo ha saputo fare in tempi difficili. Romano Prodi sarà inevitabilmente costretto ad uscire dal guscio protettivo degli altri leader di centrosinistra e a mostrare la sua debolezza politica e la fragilità di una coalizione unità solo nel dire “no”.

Anche noi pensiamo che la sfida possa essere vinta.

Noi vogliamo dare tutto il nostro contributo in questa battaglia elettorale e speriamo che ve ne siano le condizioni.

Per le riforme radicali e per le libertà.

Grazie


Autore: Benedetto Della Vedova

Nato a Sondrio nel 1962, laureato alla Bocconi, economista, è stato ricercatore presso l’Istituto per l’Economia delle fonti di energia e presso l’Istituto di ricerca della Regione Lombardia. Ha scritto per il Sole24Ore, Corriere Economia, Giornale e Foglio. Dirigente e deputato europeo radicale, è stato Presidente dei Riformatori Liberali. Presidente di Libertiamo, è stato capogruppo di Futuro e Libertà per l'Italia alla Camera dei Deputati. Attualmente, è senatore di Scelta Civica per l'Italia.

Comments are closed.