“Transamerica” e le qualità di un padre che ha cambiato sesso

Di Gianfranco Cercone de Lucia, da Notizie Radicali

A proposito di “Transamerica”, eccellente opera prima di Duncan Tucker, candidata all’Oscar per l’interpretazione femminile di Felicity Huffman, potrebbe essere significativo il confronto con un film, altrettanto bello, di Jim Jarmush, uscito in Italia un paio di mesi fa, “Broken flowers”. I due film hanno un inizio molto simile: il protagonista riceve l’inopinata notizia di essere padre di un figlio, già maggiorenne, cresciuto a sua insaputa. Molto diversi i profili dei due padri. In “Broken flowers”, era un maturo dongiovanni, accusato di infantilismo dalle sue compagne, per via della sua incostanza amorosa. In “Transamerica” è un uomo che si sente donna, ed è in procinto di compiere l’operazione necessaria a un definitivo cambio di sesso. Diverse anche le ragioni che li conducono alla ricerca del figlio perduto. Il dongiovanni nutriva il senso della vanità dei suoi amori, avvertiva il peso della solitudine presente, ma forse più ancora, di quella futura; e, contro il fallimento e la dispersione, cercava un ancoraggio in quel principio di famiglia che intravedeva in un rapporto possibile e desiderato, tra un padre e un figlio. Nel caso del transessuale, invece, il figlio è il segno di un passato e di un’identità maschili, che si sarebbero voluti definitivamente sopprimere, e che il figlio rievoca con la sua sola presenza. Nel caso particolare, poi, è un figlio sbandato, dedito alla droga e alla prostituzione, fissato sull’immagine mitica di un padre da ritrovare; trasformando, senza saperlo, un anelato cambio di sesso, in una prova che causa vergogna e rimorsi. Quell’alto principio della Costituzione americana, che sottende anche la cinematografia di quel paese – il diritto alla libera ricerca della propria felicità – rivela spesso un risvolto beffardo o amaro. La felicità, pur tenacemente perseguita, quando è a un passo dall’essere raggiunta, sfugge di mano. E, nei film migliori, i più veri (ma non è una regola!) i personaggi soffrono d’insoddisfazione e d’incompletezza. In ogni caso, insoddisfatto e incompleto, restava il protagonista di “Broken flowers”; quando la ricerca del figlio, che si scopriva probabilmente fantomatico, stava per trasformarsi in un’ossessione o in un vizio, pagava con la rinuncia il ristabilimento del proprio equilibrio psichico. Il transessuale, invece, compiuta l’operazione, dopo aver rivelato la propria identità al figlio, quando le ferite e i disincanti dell’uno e dell’altro sono venuti alla luce, si dimostra un padre (o una madre, non importa) credibilmente positivo. Ha lottato per “farcela” (i personaggi americani più di tutti gli altri sono animati da tale impellenza!), aveva un sogno e lo ha realizzato; e già per questo potrà essere un buon modello, per un ragazzo che ancora non ha trovato se stesso.


Autore: Gianfranco Cercone

Laureato in Lettere (con specializzazione in materie dello spettacolo) presso l'Università La Sapienza di Roma. È redattore della rivista "Cinema Sessanta" e collabora con la Biblioteca del Cinema "Umberto Barbaro". Cura per Radio Radicale la rubrica di critica "Cinema e cinema".

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