Italia ripetente

Di Valeria Manieri da Notizie Radicali

Cinque anni fa venne sottoscritta dai paesi europei una scommessa da realizzare entro il 2010: “divenire l’economia basata sulla conoscenza più competitiva e dinamica del mondo”. Siamo a metà cammino e di buoni risultati, in quella che è la sfida contenuta nella Strategia di Lisbona, neanche a parlarne. I nostri giovani studenti e lavoratori di domani – la vera spinta propulsiva su cui l’Italia deve scommettere – sono ancorati a risultati da ripetenti su tutta la linea. Tanto per rendere l’idea della difficile situazione nostrana, è bene presentare un primo dato: in Italia si registra una percentuale allarmante di giovani che non lavorano e neppure studiano fra le più alte d’Europa. Di questi il 10,5% ha fra i 15 e i 19 anni, e il 24,3% fra i 20 e i 24 anni, secondo una stima dell’OCSE. Se si prendono in considerazione gli studenti liceali, i nostri quindicenni hanno senza dubbio i risultati peggiori dei loro coetanei di tutta l’Europa, in materie diversificate come scienze, lettura e matematica, secondo un’indagine europea (Programme for International Student Assessment). Per non parlare, poi, degli studenti universitari italiani, i quali si laureano mediamente molto più tardi dei colleghi dell’Unione e trovano lavoro, secondo Alma Laurea, solo in età più avanzata. Qualche volta però, per stabilire quali dinamiche determinino una battuta d’arresto di tale portata, occorre sì confrontare statistiche, obiettivi e massimi sistemi, ma anche analizzare sul campo le varie testimonianze. Quest’ultime risultano necessarie per scoprire quanti di noi siano inconsapevolmente vittime, partecipi o carnefici di questo processo sconfortante. La domanda è una sola: cosa ci distacca così profondamente dal resto d’Europa? Lo scorso novembre mi trovavo a intervistare per “Radio Radicale” (all’interno del programma d’approfondimento giovanile "generazione L"), un buon campione di studenti universitari, proprio sugli obiettivi europei come la formazione continua, la competizione per la conoscenza in Europa, la qualità della scuola e dell’università. L’analisi forse più schietta, simpatica e inquietante al tempo stesso, è venuta da Laura, 21 anni, studentessa di ingegneria gestionale presso l’università La Sapienza di Roma. Una mente dedita allo studio, una ragazza senz’altro dalle prospettive lavorative interessanti: una di quelle giovani su cui puntare. Eppure Laura affermava con un po’ di rassegnazione che "lavoreremo precari per tutta una vita, nonostante lo studio, per poter pagare la pensione dei nostri genitori e dei nostri zii. Francamente se penso che esiste anche all’università un esercito di persone che concludono poco…beh, insomma. Il tasso di dipendenza senile è di uno e mezzo a uno e tenderà ad aumentare: ovvero un lavoratore e mezzo per un pensionato. Se ci sediamo anche noi, sai che meraviglia partire con la zavorra di un pensionato e di un fannullone!". Poco dopo aggiungeva: "Certo, voglio studiare, ma stando così le cose ed essendo questo il gap tra le generazioni, mi sa tanto che mi godrò quanto più possibile la mia giovinezza". Rassegnati e un po’ cinici prima di iniziare la vera partita verso la competizione globale che ci trova al momento piuttosto timidi e impreparati. Impreparati a causa del potenziale inespresso anche per il deficit sociale del welfare, completamente assorbito dalla sanità e dall’esercito di pensionati, in una società che invecchia sempre più rapidamente e non riesce a valorizzare il futuro. Di questo parere un distinto studente, un liberista appassionato di Von Hayek, Marco, 25 anni, che dinnanzi alla facoltà di Medicina esprimeva opinioni decisamente polemiche nei confronti dei professori: "La nostra vera sfida consisterà nel valorizzare il sistema scolastico e universitario che appare sempre più scadente. Al momento mi sembra finalizzato a garantire i pur legittimi interessi dei docenti, piuttosto che quelli di noi studenti". A ben guardare, l’Italia ha la spesa più alta per studente e per numero di insegnanti, mentre un paese come la Germania spende molto di meno per l’istruzione e con risultati migliori per la qualità dell’insegnamento. Siamo partiti da Lisbona per rincorrere delle mete che ancora appaiono lontane, tuttavia la chiave per raccogliere davvero la sfida della formazione continua sembrerebbe essere custodita in poche parole: competizione delle scuole e delle università sulla qualità dell’insegnamento. Un altro aspetto per nulla esaltante riguarda il nostro grado di "emancipazione", di indipendenza economica e abitativa. Innanzitutto bisogna chiarire un particolare: solo in Italia si viene considerati giovani fino ai 35 anni, per tenersi stretti. Questo misunderstanding affligge purtroppo molte categorie: dallo spettacolo, alla cultura (perfino i telegiornali presentano giovani scrittori di cinquant’anni o giovani registi di 45), ai single rampanti, ai ragazzotti che proprio non ci pensano ad abbandonare mamma e papà, per non parlare della politica, dove abbiamo segretari delle giovanili dei partiti che rimangono tali fino ai 40 anni. Praticamente più che una "com’è bella giovinezza" di Lorenzo il Magnifico, è una dolcissima condanna che al momento ci fa pagare un prezzo molto alto. I "giovani" italiani abbandonano il tetto familiare sfiorando la soglia altamente sconsigliabile dei 30 anni; molto più tardi rispetto alla media europea. I giovani europei, senza sembrare esterofili, sono "ragazzi" davvero, non superano i 24 anni di età in Francia, mentre in Danimarca spiccano il volo addirittura a 21-22 anni. E’ poi interessante notare come una maggiore e più precoce emancipazione dei giovani europei – soprattutto nel nord Europa – nonché costumi più aperti, non abbiano neppure controindicazioni nella diminuzione dei nuclei familiari o nel calo della natalità. Nonostante la tradizione italiana, i messaggi della Chiesa cattolica, l’attaccamento al sistema familiare fino al midollo, "gli altri" si sposano addirittura prima, fanno figli che è una bellezza e trovano persino il tempo di competere sul mercato globale, come auspica, inascoltata in Italia, la strategia europea. Una società poco flessibile e con scarsa voglia di rischiare, per nulla aperta e in parte conservatrice sui costumi, sembrerebbe pagar dazio non solo sulla sua capacità di rimanere in corsa con i paesi emergenti, ma anche su ciò che vorrebbe intenzionalmente scongiurare: il disfacimento della famiglia e la scarsa coesione sociale. L’immagine di questa generazione italiana è ormai piuttosto nitida e quasi sorprendentemente mi ronza in testa una strofa di una vecchia canzone di Gaber, un po’ irriverente a dire il vero: "Giovani, non tanto giovani, allegri ragazzoni, senza offesa, eroi di quell’età un po’ vaga e anche un po’ difettosa, carichi di un potenziale che per adesso non si è ancora espresso, in termini di doti straordinarie e anche di sesso".


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