Scuola – Intervento di Sofia Ventura: non basta il “mercato”, occorre cambiare la politica scolastica

Sofia Ventura, iscritta a Riformatori Liberali e docente di Scienza Politica all’Università di Bologna, interviene nel dibattito sulle politiche dell’istruzione, a partire dagli interventi di Carmelo Palma e Benedetto Della Vedova

Cari Benedetto e Carmelo,
vorrei sottoporvi alcune mie riflessioni sul vostro intervento sul tema della scuola pubblica. Mi pare che l’idea centrale della vostra posizione sia quella della necessità di inserire dinamiche di competizione all’interno del sistema di insegnamento, per realizzare un vero e proprio ‘mercato’ dell’istruzione. L’idea, sinceramente, non mi convince o, perlomeno, mi desta diverse perplessità Questo non perché sia pregiudizialmente contraria alla possibilità di un mercato dei servizi (se funziona, ben venga), né perché mi preoccupi l’esistenza di scuole di serie a e di serie b. Scuole di serie a, b, c, ecc. già esistono, con l’aggravante che producono diplomi tra loro equivalenti, con grave danno di chi ha seguito scuole più serie e severe (la stessa cosa accade nell’Università, con gravi effetti perversi).
Il problema, a mio avviso, sta nel fatto che la proposta del buono scuola appare un po’ come una formuletta magica che non tiene in gran conto il mondo reale. Mi spiego. La scuola pubblica scolarizza, oggi, in Italia più del 90% di alunni e studenti. E’ abbastanza difficile pensare che questo ‘colosso’ possa temere la concorrenza delle scuole non statali, dal momento che la possibilità delle famiglie di scegliere scuole alternative sarebbe estremamente limitata. Si potrebbe replicare a questa osservazione notando che una volta creato il presupposto per la formazione o il potenziamento delle scuole private (il buono scuola, appunto) nuove risorse ed energie verrebbero convogliate nel settore dell’istruzione non statale potenziandolo. Temo che questa sia una pia illusione, per due ordini di motivi. Da un lato, gli investimenti necessari per la creazione di nuove scuole sono enormi e mi pare difficile che la sola possibilità di ricevere le quote relative ai possibili, futuri studenti sia sufficiente a superare questo ostacolo. Al massimo si potrebbero risanare un poco le finanze delle scuole esistenti. Dall’altro, non vedo attorno a noi una società economica e civile ansiosa di investire nell’istruzione, neanche quel mondo delle imprese che da un potenziamento di certi settori della scuola (vedi scuole professionali) trarrebbe grande giovamento. Gli unici attori che, plausibilmente, entrerebbero in questo ‘mercato’ sarebbero, da un lato signori in grado di mettere in piedi scuole dalle dimensioni limitate finalizzate – in sostanza – a concedere con estrema facilità diplomi ai figli svogliati o non brillanti di famiglie con un buon reddito (la mia città, che vanta buoni licei e istituti tecnici pubblici pullula di questo genere di scuole). Dall’altro la Chiesa Cattolica (non le chiese o i rappresentanti di religioni o confessioni minori che da sempre vedono nella scuola pubblica una garanzia) e probabilmente, oggi, istituzioni islamiche. Niente di male; basta esserne consapevoli e non illudersi che una volta introdotto il buono scuola si crei un meraviglioso, vivace ed eterogeneo mercato.
Vorrei approfondire questo ultimo punto. In Italia, come in altri paesi europei continentali, un sistema di istruzione diffuso e popolare è sorto in seguito agli enormi sforzi condotti nel XIX secolo dalle élite costruttrici dello stato e della nazione, anche contro le pretese delle chiese, e in particolare di quella cattolica, di controllare (e spesso anche limitare, come è molto chiaro nel caso italiano) l’educazione dei giovani. Ciò, nel contesto di una società civile  non particolarmente vivace. Questa è la nostra storia, può non piacere ma è così. Ed è una storia molto diversa, da quella, per esempio, del Regno Unito, dove il sistema scolastico è sorto dal basso  e l’istruzione pubblica è il risultato dell’ organizzazione e del coordinamento di molteplici iniziative educative sorte in origine in seno a confessioni (al plurale!) religiose e al mondo economico. Anche se è giusto guardare avanti e non sentirsi prigionieri del passato, da certi dati strutturali non si può prescindere. Per questo bisogna essere molto cauti quando si guarda ad altri paesi come modello. E bisogna essere molto realistici nel prevedere gli effetti di una politica pubblica, come potrebbe essere quella dell’introduzione del buono scuola.
Ma prescindiamo da tutto questo e proviamo a immaginare in che modo la scuola pubblica, che ipotizziamo sensibile alla competizione del settore privato, potrebbe reagire alla nuova sfida. Assumendo i docenti migliori? Licenziando i fannulloni? Premiando i professori più volentorosi, più bravi ad insegnare, più preparati, aggiornati? La risposta la conoscete. No! Le scuole non hanno la facoltà di prendere decisioni di questo genere. Al massimo potranno fare quello che già oggi stanno facendo, articolare in modo più ricco l’offerta formativa, lasciando però invariato quel fattore (il fattore umano), cruciale per una buona qualità della scuola. Non bisogna, inoltre, dimenticare che la competizione può innescare una race to the bottom, invece che una race to the top. Poiché una domanda ormai diffusa da parte dei genitori sembra essere quella di vedere i loro figli sereni e tranquilli, non sottoposti a stress (ormai sta diventando così anche all’Università, figuriamoci alle scuole superiori!), le scuole sempre più si stanno trasformando sempre più in luoghi di socializzazione (e sempre meno in luoghi di trasmissione della cultura), dove parole come ‘dovere’, ‘merito’ ‘fatica’, ‘bocciatura’ non hanno più cittadinanza e dove, soprattutto, ai docenti è principalmente richiesto di promuovere, promuovere, promuovere. Non è difficile immaginare che, messe in competizione tra loro, le scuole aggraverebbero questa tendenza. Oggi è quanto accade nei corsi di Laurea triennali. Poiché i finanziamenti alle singole facoltà sono collegati anche alla ‘produttività’ delle medesime  (numero di laureati sul numero di iscritti), ecco che, ciò che noi docenti siamo incentivati a fare (da chi sta sopra di noi) è promuovere percentuali molto consistenti di studenti (obiettivo che richiede l’uso di parametri di giudizio al limite della decenza… o forse anche oltre!) , nonché favorire la loro uscita dalla facoltà il più velocemente possibile, chiudendo spesso gli occhi sulla estrema mediocrità dei lavori finali di tesi. Questo per dire che bisogna stare molto attenti alle condizioni effettive entro le quali si dovrebbe sviluppare la competizione.
In conclusione, la mia impressione è che continuando a dibattere su finanziamenti sì/finanziamenti no alle scuole private, sullla competizione e il buona scuola, ecc. si eluda il problema. Abbiamo tra le mani un sistema pubblico di istruzione attraverso il quale passa la quasi totalità della popolazione, da decenni ostaggio dei sindacati che MAI hanno fatto l’interesse degli studenti e di quei docenti seriamenti impegnati nel loro lavoro; sindacati che insieme ai governi della Prima (e, purtroppo, Seconda) Repubblica hanno gestito la scuola come uno strumento di politica del lavoro. Una scuola dove l’impegno, il merito, la selezione sono stati banditi in nome di uno sterile egualitarismo. Crediamo di combattere tutto questo semplicemente mettendo le scuole dello stato in competizione con quelle private? Non credo; penso invece che bisognerebbe finalmente avere il coraggio di muovere un attacco frontale al modo disastroso di fare politica scolastica degli ultimi decenni perché la scuola pubblica possa divenire di nuovo e davvero una risorsa per il nostro paese.

Un caro saluto
Sofia


Autore: Sofia Ventura

Nata a Casalecchio di Reno nel 1964, Professore associato presso l’Università di Bologna, dove insegna Scienza Politica e Sistemi Federali Comparati. Studiosa dei sistemi politici in chiave comparata, ha dedicato la sua più recente attività di ricerca ai temi del federalismo, delle istituzioni politiche della V Repubblica francese, della leadership e della comunicazione politica.

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