In “Munich” di Spielberg, un dibattito civile in forma di spy-story

Di Gianfranco Cercone de Lucia

Non è la prima volta che Steven Spielberg impiega il suo mestiere di abilissimo narratore popolare, capace di farsi seguire e comprendere dalle platee più vaste, al servizio di giuste cause; o che tali almeno dovrebbero apparire, a chi a ha cuore la difesa dei diritti civili e le garanzie dello stato di diritto. Un esempio di pochi anni fa, è stato “Minority report”, dove il soggetto di fantascienza (ricavato da un racconto di Philip Dick) spingeva ad estreme ma rigorose conseguenze il principio delle “leggi d’emergenza”: per liberare le città dal crimine, un cervellone dotato di poteri medianici, leggendo nei pensieri di ogni cittadino, smascherava i criminali prima ancora che commettessero i loro delitti. Ne conseguivano arresti preventivi, che non lasciavano margini di difesa agli accusati; e che si scoprivano a volte preordinati da macchinazioni occulte. In quel film, la morale “garantista” era solo il nocciolo di uno spettacolo in cui si dispiegavano decorativamente scene d’azione, effetti speciali, fastose scenografie fantastiche. Nell’ultimo Spielberg di “Munich”, la questione civile assurge invece a sostanza del film. Anche in questo caso, intendiamoci, l’autore non rinuncia al piacere del racconto, che si inscrive nelle convenzioni del genere spionistico. (Come molti sapranno, il film tratta di una spedizione punitiva ad opera di una squadra dei servizi segreti israeliani, per giustiziare i mandanti di un attentato terroristico filopalestinese, nel quale, durante le Olimpiadi di Monaco del 1972, furono uccisi 11 atleti israeliani). Ma osserviamo come sono raccontate le uccisioni perpetrate dagli agenti del Mossad. Dislocate in varie zone del mondo (da Cipro ad Atene, da Parigi a Roma), realizzate ogni volta con tecniche diverse e inusuali, ostacolate da contrattempi alla fine aggirati, corrispondono a quei principi di varietà e di suspense che esige lo spettacolo. (Uno spettacolo di alta qualità: perché quei racconti sono vividi ed avvincenti). Ma allo stesso tempo, i futuri assassinati sono prima presentati nella loro comune e disarmata umanità. Alla paura di coinvolgere civili negli attentati si accompagna costantemente il dubbio, da parte degli agenti segreti, circa l’identità dei bersagli da colpire; e poi ancora sulle loro effettive responsabilità. E quel dubbio si allarga via via, nella coscienza del capo del gruppo, sulla giustizia di quella missione sanguinosa; sul suo significato (e se, nella scelta dei nomi delle vittime, suggeriti da ambigui informatori, fosse coinvolta la stessa OLP, per far pulizia fra le sue fila?); sulla sua utilità, se la violenza chiama una violenza sempre più esacerbata. In fondo a questa nebbia, dove rischia di perdersi la distinzione fra la ragione e il torto, fra il carnefice e il suo vendicatore, c’è l’aspirazione all’applicazione del diritto, alla trasparenza dei processi decisionali che dovrebbe appartenere alle democrazie. Perché, si chiede il protagonista, quei mandanti vengono segretamente assassinati senza essere pubblicamente processati? A proposito di “Munich”, come era inevitabile, si sono aperte alcune controversie storiche, nelle quali, per incompetenza, non entro. Mi sembra tuttavia indubbio che, raccontando un episodio di trent’anni fa, prendendosi le licenze che convengono al cinema di fiction, Spielberg propone una riflessione seria e approfondita che investe l’attualità. E non soltanto l’attualità di Israele. N.B. : Chi è interessato al tema, se lo avesse perso al cinema, è caldamente consigliato di ricuperare in DVD un ottimo film israeliano di un paio di anni fa: “Camminando sull’acqua” di Eytan Fox. Racconta la storia di un agente del Mossad che a contatto con il giovane discendente di un criminale nazista, si libera di ossessioni affondate nel passato, suo e della sua nazione; del razzismo antiarabo; di un torvo conservatorismo, e rinasce a nuova vita.


Autore: Gianfranco Cercone

Laureato in Lettere (con specializzazione in materie dello spettacolo) presso l'Università La Sapienza di Roma. È redattore della rivista "Cinema Sessanta" e collabora con la Biblioteca del Cinema "Umberto Barbaro". Cura per Radio Radicale la rubrica di critica "Cinema e cinema".

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