Anassimandro e Nessuno tocchi Caino

Di Luigi Pavone

Il c.d. relativismo etico è oggetto di attacchi quotidiani. Sta al centro della questione circa le radici cristiane d’Europa e delle problematiche bioetiche. Ma c’è un senso in cui il relativismo etico è, tutto sommato, accettabile, o meglio buono? Forse è il senso per cui rispetto alla tesi relativistica la pena capitale appare per così dire sproporzionata, e quindi, qualora si ritenga che giustizia e proporzione facciano tutt’uno, ingiusta. Rivolgiamoci ad uno dei più antichi filosofi greci per qualche delucidazione al riguardo, Anassimandro. Il filosofo greco dell’àpeiron scrive che il principio di ogni essere è l’infinito, che è Logos. Dall’infinito hanno origine tutti gli enti, e nell’infinito tutti gli enti finiti hanno la propria distruzione, «poiché essi pagano l’uno all’altro la pena e l’espiazione dell’ingiustizia secondo l’ordine del tempo». L’esistenza del finito nell’ordine del tempo implica la violazione dell’unità dell’àpeiron, violazione (o ingiustizia) per la quale ogni essere paga il fio con la propria morte. La Legge è l’unità dell’àpeiron, e l’ingiustizia consiste nella separazione del finito dall’infinito. Ma la tesi relativistica consiste nella negazione di Leggi assolute: non c’è una zona privilegiata dell’essere che raccoglie (Logos) nell’unità i contrari; e se l’opposizione è insanabile, allora essa è in qualche modo a se stessa fine. Il relativismo etico sostiene che le leggi sono invenzioni umane e che hanno per ciò stesso carattere relativo. In relazione alla relatività della legge – in relazione cioè al carattere essenzialmente decisionale della validità normativa -, non si costituisce violazione (o ingiustizia) che sia assoluta, ma soltanto relativa o locale. Ora, l’irreversibilità della pena capitale si attaglia alla violazione assoluta, ma è esorbitante se applicata ad un tipo di violazione che sulla base del relativismo definiamo locale: c’è ingiustizia nella condanna capitale di un uomo che è colpevole solo localmente e i cui crimini sono in fondo cari agli dei.


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