Le vignette su Maometto e la sfida laica

Di Carmelo Palma
Da L’Opinione del 4 febbraio 2006, p. 1

Quanti “laici” avranno provato un certo disagio a leggere, sulla stampa italiana ed europea, i commenti alla vicenda delle vignette sul Profeta Maometto? Sembra che, per l’occasione, sia stata resuscitata una sorta di teoria degli opposti estremismi: brutta la provocazione antiislamica, brutta la reazione islamica. La linea proposta è in genere quella moderata: occorre prendere le distanze da tutti e starsene in un imprecisato “mezzo”. Ma quale mezzo?
Certo, c’è la questione del rispetto per le religioni e la fede dei credenti; certo, ci sono discutibili ragioni di opportunità in una operazione che, ai palati fini, suona come una fredda provocazione editoriale; certo, c’è anche- come dice Vauro, vate della satira blasfema- il fatto che quelle non sono vignette argute, ma illustrazioni banali…Ammettiamo e concediamo tutto questo. Ma in questa vicenda, tutte le questioni di rispetto stanno sullo stesso piano, hanno la stessa urgenza, sollecitano una identica reazione culturale e morale? Non ci sarà una qualche differenza politicamente rilevante, fra il rispetto che si deve nei confronti della religione e della fede, e il rispetto che occorre assicurare ai diritti delle persone, proprio quando questi diritti, in nome della religione, vengono minacciati con la violenza, sia essa privata, o, come si dice a sinistra, “di Stato”? Ci sarà una qualche differenza di “rango” fra la blasfemia contro l’Islam del “pazzo” Van Gogh, e la blasfemia contro la vita di quello che l’ha sgozzato, nel nome dell’Islam vilipeso? Ci sarà una differenza sufficiente per risparmiarci, ad ogni episodio di questo tipo, i birignao dei “sì…però..”? A quanto pare, questa differenza non è così avvertita.
Un liberale sa (o crede di sapere) che lo Stato tutela la religione assicurando la libertà dei credenti. Ma un liberale sa anche (o crede di sapere) che le libertà dei credenti e quelle dei blasfemi si possono solo difendere insieme. Simul stabunt, simul cadent. Uno Stato che si faccia giudice e censore della blasfemia culturale e religiosa, diventerà sempre anche giudice e censore della religione. Allora perché ci sentiamo così imbarazzati e colpevoli per la blasfemia antiislamica, se la ragione per cui in Europa possono uscire vignette sul Profeta è la stessa ragione per la quale gli islamici possono liberamente pregare in un continente storicamente non islamico?
Quella lanciata dall’islam fondamentalista, dentro e fuori i confini dell’Occidente, è anche un’occasione per mettere alla prova e attualizzare la nostra idea di laicità. Le sfide “clericali” a cui siamo abituati sono tutte- anche quelle culturalmente più riprovevoli e, per un laico, insopportabili- giocate dentro il perimetro e con le regole dell’agorà politica. Le chiese (e fra queste, la Chiesa cattolica) giocano, con altri obiettivi, la stessa partita che giocano altre grandi, influenti e pervasive “agenzie del consenso”. Non sparano, non minacciano (a volte, solo la dannazione eterna). Questa positiva conversione delle chiese cristiane alle logiche della libertà (e quindi anche della propaganda) ha mutato la sensibilità laica, ha “desacralizzato” il fatto religioso, ha reso il rapporto con le fedi, in generale, pari a quello che si riserva a qualunque altra credenza culturale o morale. La normalità del libero confronto ha cancellato, in fondo, l’idea stessa del vilipendio, perché una opinione religiosa (ad esempio quella sulla verginità di Maria) può essere trattata alla stregua di qualunque altra opinione (con ironia, con sarcasmo, con incredulità…), e non come una “verità” presidiata con le armi della violenza e della minaccia. Questo passaggio dalla sacralizzazione politica della “verità” alla sacralità (e quindi alla libertà) della persona, dalle nostre parti non la mette più in discussione nessuno. Meno che mai la Chiesa. Tanto è vero che se un qualunque vignettista volesse ironizzare su di una verità di fede rischierebbe, sì e no, una querela da operetta e sarebbe difeso all’arma bianca, e conteso a suon di assegni, da tutta la stampa “per bene”. Un destino ben diverso da quello che l’Europa “ per bene” ha riservato al povero Van Gogh.
Una cosa è dunque giocare la sfida della laicità dentro il campo della tolleranza reciproca; altra cosa, più urgente e politicamente decisiva, è giocare questa sfida presidiando il campo della tolleranza contro l’intolleranza, la minaccia, il pericolo. Non ne siamo più capaci? La laicità deve tornare molto indietro nella sua storia, per riscoprire le sfide del suo futuro.


Autore: Carmelo Palma

Torinese, 44 anni, laureato in filosofia. E' stato dirigente radicale, consigliere comunale di Torino e regionale del Piemonte. Direttore dell’Associazione Libertiamo e della testata libertiamo.it. Gli piace fare politica, non sempre gli riesce.

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