Nel Western di Ang Lee, la desolazione di un amore represso

Di Gianfranco Cercone de Lucia, da Notizie Radicali

In una delle ultime scene dei “Segreti di Brokeback Mountain”, Ennis Del Mar, appreso della morte dell’ amato Jack Twist, si reca nel ranch dove questi abitava da ragazzo con i suoi genitori, sale nella sua camera da letto, e trovando nel guardaroba una camicia di tela jeans, la abbraccia. E’ un’immagine tutt’altro che sorprendente (a molti sarà capitato di investire di affetto gli oggetti appartenuti a una persona lontana o scomparsa); e che, in un film, potrebbe facilmente debordare nel sentimentalismo, non fosse che per il tocco sobrio e veritiero (aderente cioè alla verità dei sentimenti dei suoi personaggi, senza edulcorazioni) che è proprio dell’autore Ang Lee (qualcuno ricorda di questo regista taiwanese, emigrato in America, le due incantevoli commedie che gli hanno dato notorietà internazionale: “Il banchetto di nozze” e “Mangiare bere uomo donna”?). Ma è un’immagine che, nel contesto del racconto, assume un significato del tutto particolare. Anzitutto, quella camicia è legata al ricordo del primo incontro fra i due cowboy: la indossava allora Jack; è sporca di sangue sulla manica, perché i due (un po’ sul serio, un po’ per gioco) si scambiarono un cazzotto; e sotto a quella camicia, ce n’è un’altra: quella indossata nella stessa circostanza da Ennis. Dunque, la sovrapposizione nell’armadio delle due camicie fu predisposta da Jack a significare, simbolicamente, l’unione amorosa che originò da quell’incontro. Ma non è tutto. Seppure la storia d’amore si trascinò per oltre vent’anni, i due si incontrarono clandestinamente poche volte ogni anno e non tutti gli anni. Sposati entrambi con figli, residenti in città lontane, trovarono il sotterfugio di alcuni week end destinati ufficialmente alla pesca, per passare un po’ di tempo insieme. La scelta della clandestinità era stata tutt’altro che libera. Ennis si porta dentro, dai tempi dell’infanzia, come un trauma, l’episodio di un cowboy trucidato perché convivente con un altro uomo. E – introverso, ombroso, ingolfato nello stesso modo di muoversi e di parlare – sembra aver introiettato la condanna sociale della forma d’amore che gli è congeniale. Così, non poté che negarsi alla proposta più coraggiosa, forse temeraria, dell’amante, di andarsene a vivere insieme. Ecco allora, che il ricordo conservato nel guardaroba, non evoca semplicemente la malinconia di un amore trascorso. Ma ha il gusto, tanto più amaro, di un amore sperato, ma che si è soltanto malamente realizzato, e che è ormai irrecuperabile. Prima d’ora, a mia memoria, non era mai stata raccontata così apertamente in un film, una storia d’amore tra cowboy. Eppure, nel cinema americano, non costituisce una novità assoluta. In occasione dell’uscita del film, è stato citato spesso come precedente, un film di Andy Warhol, “Lonesome cowboys” (del 1969): un’opera di avanguardia, composta di immagini non legate da un ordine narrativo, ispirate da un voyeurismo provocatoriamente dichiarato. Ma un celebre regista tedesco, Fassbinder, notò come certi film di Howard Hawks (autore, anche, di classici del western) non raccontassero altro che storie d’amore tra uomini. E gli fece eco un critico italo-americano, Vito Russo, che in un fortunato saggio, “Lo schermo velato”, ravvisò componenti di omoerotia nel sottotesto di alcuni western. Nel 1998 poi, Stephen Frears, in “The Hi-Lo Country”, raccontò un’attrazione erotica, ma tutta implosa, fra due cowboy amici. In ogni caso, non si ritrova nel film di Ang Lee il piacere della provocazione e dell’iconoclastia. Piuttosto, uno dei meriti del suo film è che, con la sottigliezza e la sensibilità della poesia, ci suggerisce la desolazione di un amore represso.


Autore: Gianfranco Cercone

Laureato in Lettere (con specializzazione in materie dello spettacolo) presso l'Università La Sapienza di Roma. È redattore della rivista "Cinema Sessanta" e collabora con la Biblioteca del Cinema "Umberto Barbaro". Cura per Radio Radicale la rubrica di critica "Cinema e cinema".

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