Woody Allen e il fascino della violenza

Di Gianfranco Cercone de Lucia, da Notizie Radicali

Proprio perché è il cinema più libero del mondo (il che non significa che goda di libertà assoluta), il cinema americano non cessa di riproporci le verità più disturbanti, non soltanto riguardo la società, ma anche la vita interiore degli individui. Sull’attrazione che può esercitare la violenza nell’intimità anche del cittadino più civilizzato, esiste una ricchissima filmografia (in verità, non esclusivamente statunitense). Un esempio recentissimo è l’ultimo film di David Cronenberg, “A history of violence”, dove l’istinto della violenza corrompe una rispettabile famiglia americana, quando si scopre in un marito e in un padre esemplare, un criminale efferato che ha cambiato identità. Si risveglia un impulso di aggressività feroce nel figlio, non violento soltanto in superficie. La moglie subisce uno stupro coniugale, forse con voluttà; comunque, malgrado lo sdegno, si fa presto complice del marito. Connivente diventa anche lo sceriffo, omettendo di indagare, malgrado sospetti la verità. E con la scena finale, in cui la famiglia si riunisce intorno alla tavola da pranzo, ricomponendo un quadro di apparente normalità, il film suggella il suo sermone cupo e solenne, sulla fortuna del Male. Forse, non si sarebbe sospettato che il tema potesse interessare Woody Allen. In effetti, molti commentatori hanno rilevato la discontinuità di “Match point”, rispetto a tutte le sue opere precedenti. Ma a mio parere, a ben guardare, una relazione c’è, e proprio antinomica. Se consideriamo il protagonista del film – un giovane tennista, di origine operaia, che si introduce come insegnante in un circolo sportivo esclusivo, fa amicizia con un rampollo dell’alta società, ne seduce la sorella e la sposa, ottiene dal suocero un posto di lavoro prestigioso, non rinuncia a una splendida amante, e se ne sbarazza uccidendola quando questa minaccia di compromettere la sua carriera – ci pare l’esatto opposto del personaggio che di film in film, con qualche variante, va da anni interpretando Woody Allen. Disinvolto quanto l’altro è goffo; determinato quanto l’altro è insicuro; vincente, quanto l’altro va soggetto ad amare sconfitte; giovane e bello, quanto l’altro è sgraziato, e sempre più malmesso. Del resto, una relazione fra Allen (parlo, beninteso, del personaggio, non del suo ricco e celebre creatore) e il suo opposto, c’era già nel film in cui egli esordì come attore: in “Provaci ancora, Sam” il protagonista, inetto e nevrotico, assumeva come modello di comportamento, nientemeno che l’Humphrey Bogart di “Casablanca”. Certo, non è additato come modello di comportamento il rampante senza scrupoli di “Match point”. Non ne è attenuata la crudeltà (nemmeno ai suoi stessi occhi, tanto che il tarlo del rimorso comincia a tormentarlo). E alla pietà per le vittime danno voce alcune arie d’opera. Eppure la fortuna lo premia, garantendogli l’impunità; e mantiene fino in fondo inalterati, successo e seduttività. La favola può essere interpretata come una parabola sull’assenza di giustizia nei destini che governano l’umanità. Ma in questa creatura magnetica, che nello sguardo sembra covare un segreto torbido, ci piace immaginare un fantasma liberato dalle pieghe della nevrosi. Non quel che si vorrebbe essere; ma forse, sciolta ogni inibizione, quel che si teme di poter diventare.


Autore: Gianfranco Cercone

Laureato in Lettere (con specializzazione in materie dello spettacolo) presso l'Università La Sapienza di Roma. È redattore della rivista "Cinema Sessanta" e collabora con la Biblioteca del Cinema "Umberto Barbaro". Cura per Radio Radicale la rubrica di critica "Cinema e cinema".

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