Emilia Rossi: perchè non ho aderito allo sciopero degli avvocati

Per la prima volta da quando sono iscritta alle camere penali ho deciso di non aderire ad uno sciopero, quello proclamato per i giorni 16, 17 e 18 gennaio contro la legge ex Cirielli. E’ una decisione che mi è pesata perché urta contro il forte senso di appartenenza che nutro verso l’Unione delle Camere Penali. Ma questa protesta mi trova profondamente contraria sia per le ragioni che l’hanno motivata, dichiarate nei documenti ufficiali e nei comunicati stampa della dirigenza nazionale dell’associazione, sia per il tipo di strumento d’azione politica attivato per contestare una legge dello Stato già approvata e in vigore.

Sulle ragioni: non condivido – né nei contenuti e meno ancora nei termini in cui sono espressi nei documenti ufficiali e nei comunicati stampa – le critiche che l’Unione delle Camere Penali Italiane rivolge alla c.d. legge ex Cirielli. Legge che, invece, nel suo complesso considero tutt’altro che sbagliata. Migliorabile certo, ma che ritengo più che giusta nella nuova disciplina della prescrizione, finalmente ancorata nella sua determinazione ad un elemento chiaro e tassativo, la gravità – espressa nei termini edittali della pena – del singolo reato e sottratta nella sua applicazione alla più insindacabile delle decisioni discrezionali del giudice, quella di concedere o meno circostanze attenuanti e di applicarle in misura più o meno estesa.

Decisione, quest’ultima, fondata anche su elementi che riguardano la personalità dell’autore del reato (non solo quella desumibile dalla recidiva, cioè dal suo passato giudiziario, ma anche quella valutata in base al suo presente, come il comportamento processuale…), che determinava una serie di gravi disparità di trattamento.Quella, per esempio, per cui l’omicidio del commissario Calabresi è prescritto per un esecutore materiale, tornato in libertà, mentre Adriano Sofri, ritenuto mandante, deve rimanere in carcere (o meglio, tornarci appena lo stato di salute glielo permetterà) e scontare la pena di 22 anni di reclusione alla quale è stato condannato.

Il resto della legge, dalla disciplina della recidiva e del bilanciamento delle circostanze attenuanti nella determinazione della pena, fino alla modifica degli istituti dell’ordinamento penitenziario, è il prodotto di una legittima scelta di politica giudiziaria che tiene in considerazione, evidentemente, le domande di giustizia effettiva e le esigenze di sicurezza provenienti dalla collettività in modo sempre più sentito e giustificato e che, personalmente, condivido. Penso, a questo proposito, che deboli e meritevoli di tutela siano non soltanto coloro che saranno colpiti dall’inasprimento delle pene e della disciplina dei benefici penitenziari – cui si fa riferimento in tutti i documenti dell’Unione delle Camere Penali – ma anche le innumerevoli vittime dei reati, soprattutto di quelli comuni, “da strada


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