Geopolitica del ventunesimo secolo

Di Luca Martinelli

L’ultima opera del Generale Jean rientra nel campo delle analisi geopolitiche, tornate in auge dopo l’11 Settembre e dopo l’ubriacatura degli anni ’90, che ha fatto ritenere superata la geopolitica a tutto vantaggio della geoeconomia. Come c’era da aspettarsi, è una analisi puntuale e schietta, che riconosce come prime vittime degli attentati del 2001 tutte le teorie fondate sul “nuovo ordine mondiale” e la fine degli Stati moderni. Ma anche tutte quelle prospettive che non considerano gli Stati Uniti come unica, vera superpotenza politico-militare attualmente esistente al mondo. La storia e il presente non lasciano dubbi al riguardo: non è possibile, sulla base degli attuali dati, immaginare concretamente un qualsivoglia competitor degli Stati Uniti a livello globale. Neppure la tanto temuta Cina, legata a doppio filo economicamente a Washington e la cui crescita potrebbe seriamente risentire di un embargo economico statunitense – altamente improbabile, ma comunque temuto a Pechino. Il Generale, con un linguaggio inequivocabile, non risparmia frecciate e considerazioni poco politically correct nei confronti di chi non vuole rassegnarsi allo stato dei fatti. Un esempio è dato dalle sue bordate alla Francia, aspirante alla «multipolarità», sebbene “Parigi non [abbia ancora] precisato che cosa intenda concretamente realizzare”. Finora – secondo Jean e anche secondo chi scrive – Chirac “ha perseguito, almeno a chiacchiere, l’obiettivo di colpire l’unipolarismo dell’«iperpotenza», proponendo un mondo multipolare”, ma il comportamento francese è riuscito solo ad ottenere ad un tempo la marginalizzazione della Francia e la “formalizzazione” della crisi di ONU, NATO ed Unione Europea. Jean non risparmia nemmeno le ONG, “autoelettesi rappresentanti di una fantomatica società civile mondiale […] che però esiste solo nelle fantasie dei loro accesi sostenitori e dei no-global antioccidentali”. Esse cavalcano “la tigre dell’intervento umanitario”, da cui traggono “prestigio, potere e fondi, utilizzando tutte le capacità di pressione sui governi occidentali loro fornite dalle nuove tecnologie dell’informazione”. Jean – fra le altre cose Docente di Studi Strategici e di Geopolitica alla LUISS, più volte chiamato a ricoprire incarichi delicati dai passati e presenti Governi – risponde a queste visioni “utopistiche” con una dura e pragmatica visione realista dei fatti. Una visione che non si limita alla semplice osservazione della situazione interna a Stati Uniti, Europa, Russia, Cina, India e Paesi Islamici (ai primi due è assegnata una trattazione più ampia), ma che anzi si fa portatrice di una prospettiva concreta per il futuro degli equilibri geostrategici. Questa prospettiva è, in realtà, fortemente mutuata dalla visione del realpolitician per eccellenza: Henry Kissinger. L’ex-Segretario di Stato americano ha infatti creato una nuova “strategia”, fondata sulla diversificazione degli approcci, secondo la quale è necessario (quasi prioritario) per Washington abbandonare le tentazioni neocon e rivitalizzare i rapporti con gli (ex?) alleati europei con un nuovo Patto Atlantico. Questo Patto si fonderebbe sulla divisione dei compiti fra le due sponde dell’Atlantico: a Washington spetterebbe in pratica il “lavoro sporco” (ovvero l’uso effettivo della forza, dove l’Europa latita), mentre il Vecchio Continente si ritaglierebbe le nicchie dell’addestramento delle forze speciali (in molti casi qualitativamente eccellenti in Italia ed in Europa) e delle competenze di peacekeeping e di nation building (dove gli USA arrancano). In Estremo Oriente, Washington dovrebbe invece fungere da perno per un nuovo “equilibrio di potenza” fra le Coree, il Giappone, la Cina, la Russia e le altre “tigri” asiatiche, con lo scopo di evitare una eccessiva proliferazione nucleare. Stesso discorso vale per l’Asia Meridionale – in sostanza, per lo scontro India-Pakistan. Per il Medio Oriente e per l’Asia Centrale, gli Stati Uniti dovrebbero perseguire una logica di no entangling alliances, ovvero non farsi coinvolgere – se non eventualmente nelle vesti di paciere – nei conflitti locali e di non sbilanciarsi eccessivamente verso una delle parti in causa (eccezion fatta, evidentemente, per Israele). Punto debole della teoria kissingeriana – e dunque della fin qui condivisibile analisi del Generale Jean – è l’assoluta e deliberata non considerazione dell’America Latina e dell’Africa sub-sahariana, intese come “ininfluenti nei futuri assetti del mondo”. Seppure, allo stato dei fatti, è vero che i due continenti sono stati emarginati dal contesto geopolitico internazionale, essi continuano a ricoprire un ruolo nello stesso, non sempre secondario. Secondo “difetto” è il fatto che l’analisi è aggiornata alla fine del 2003 – anche se ciò inficia in maniera esclusivamente marginale pochi aspetti, non influendo sull’impostazione in sé. Jean ha dunque prodotto un’eccellente analisi geopolitica di stampo realista e scarsamente politically correct, a tratti perfino “brutale” nel “rivelare” la verità ai lettori. Peccato, tuttavia, per quella volontaria creazione di un “buco nero” geopolitico (di dimensioni affatto trascurabili), che il mondo attuale non può più permettersi di creare (Balcani docent). Compralo su bol.it!


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