Assemblea Costituente – Sofia Ventura

Lettera al Riformista di Sofia Ventura
4 gennaio 2006 pag.7

Caro direttore, prendendo spunto dall’auto-intervista di Cossiga sulle riforme del centro-destra, propongo una riflessione. Cossiga le critica perché pasticciate, insufficienti, o una truffa. Al tempo stesso accusa l’opposizione di essersi rifiutata di collaborare sui diversi fronti di riforma, dalla giustizia al premierato. Quindi conclude che, essendosi ormai dissolto il mito fondante della Costituzione del 1948, le esigenze sono cambiate e urgono profondi mutamenti. Che dovrebbero essere introdotti attraverso un’Assemblea costituente. A questo punto chiedo: cosa ci fa supporre che una siffatta assemblea, inevitabilmente rappresentativa di tutte le principali opzioni politiche del paese, sarebbe in grado di proporre ed approvare una seria riforma costituzionale, organica e in linea con le chiare tendenze ormai affermatesi negli altri paesi europei (ad esempio assetti maggioritari con governi forti incentrati sul premier)? Un atteggiamento realista, a me pare, può farci supporre solo il contrario. Oggi esiste una riforma approvata dalle Camere che dovrà essere sottoposta a referendum popolare. Gli aspetti più significativi riguardano la cosiddetta devolution, e il premierato. La prima, se si vuole prescindere dalle posizioni propagandistiche, non minaccia l’unità del paese, anzi sposta di nuovo l’equilibrio a favore del centro rispetto alla riforma del titolo V del precedente governo. Il secondo, pur con dei limiti, alcuni molto vistosi come la bizzarra ripartizione di competenze tra Camera e Senato, suscettibile di intralciare l’azione di governo, cerca di adeguare il nostro sistema più che parlamentare, assembleare, ad un modello maggioritario nel quale l’esecutivo sia finalmente dotato degli strumenti per governare. Perché non partire da qui? Perché affossare questa riforma solo per prospettare futuri grandi accordi che non ci saranno mai? In particolare, l’idea del premierato raccoglie consensi non solo nel centro-destra, ma anche nel centro-sinistra. E’ diffusa l’idea tra i riformatori di entrambi gli schieramenti che quella riforma sia meglio dello status quo. Anche se non tutti lo ammettono pubblicamente. L’imminente campagna elettorale certamente non aiuta, ma non sarebbe doveroso che quanti ritengono realmente che questo povero paese necessiti di un profondo cambiamento, almeno istituzionale, si impegnino ad utilizzare ciò che le contingenze oggi ci forniscono per evitare che un no alle attuali riforme ponga una pietra tombale su ogni realistica prospettiva di cambiamento? Per poi impegnarsi a introdurre quei correttivi necessari prima dell’entrata in vigore delle riforme attraverso un accordo tra quanti, a prescindere dagli schieramenti, credono nell’utilità di democrazie ove sia possibile decidere e non solo dialogare e partecipare? L’alternativa, temo, sarà l’intangibilità della Costituzione per altri cinquant’anni.

Sofia Ventura
Università di Bologna


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