“Reinas”, un film spagnolo sui matrimoni gay

Di Gianfranco Cercone de Lucia, da Notizie Radicali

Con “Reinas”, Manuel Gomez Pereira – regista spagnolo già noto in Italia per un film: “Tra le gambe” – sembra muoversi sui passi delle farse del primo Almodovar, senza possederne l’originalità e l’estro iconoclasta. Tuttavia, il suo film suscita almeno una ragione di interesse. Raccontando i preparativi e i contrattempi di una cerimonia di nozze nella quale venti coppie omosessuali si propongono di celebrare la loro unione, induce lo spettatore a porsi una domanda per nulla scontata: e cioè perché gli omosessuali (almeno alcuni) aspirino, a quanto pare sinceramente e appassionatamente, al matrimonio. Un film non è uno studio sociologico, e le risposte che può suggerirci affondano in primo luogo nella soggettività del suo autore. Tuttavia l’intuizione (umoristica) che regge il racconto, oltre a sorprendere, in certa misura persuade. Non viene sottaciuta, naturalmente, la rivendicazione del matrimonio come di un diritto. (Uno dei promessi sposi è un parlamentare europeo che si è battuto allo scopo; e che anzi, viene fatto maliziosamente notare, ci ha costruito sopra la propria fortuna politica). Ma non è l’aspetto che balza in primo piano, anche perché, nella porzione di mondo che prende in considerazione il film, nessuno ritiene seriamente di poter contestare quel diritto; e dunque manca un antagonista contro il quale rivendicarlo. In primo piano, invece, ci sono le madri degli sposi, che affluiscono a Madrid in occasione della cerimonia. E non è la loro una presenza discreta, e, per così dire, indolore. Una si installa nell’appartamento dei futuri coniugi; un’altra va a letto con il fidanzato del figlio, e poi rivela a costui il tradimento; un’altra cerca di dissuadere la propria creatura dall’unirsi con una persona che giudica inadatta a lui, e così via. E’ evidente che la ragione ultima di questi comportamenti – messi nel film in caricatura, e non sempre con il dono della finezza, ma tutt’altro che inverosimili – è la gelosia. Le madri si oppongono a che i loro figli – già uomini fatti, per lo più professionisti affermati e che vivono lontani di casa – siano definitivamente strappati loro dal vincolo simbolico del matrimonio. Ma è proprio sotto questo aspetto, che il rito nuziale riceve il proprio significato, acquista pathos e solennità. Secondo una classica definizione di Marcuse, l’omosessuale sarebbe oggi il membro di una società matriarcale all’interno di una società ancora patriarcale. Ecco, il matrimonio sancirebbe formalmente l’autonomia dei figli dall’influenza delle madri. Si potrà obiettare: ma c’è davvero bisogno dello Stato per liberare i cittadini dall’invadenza dei genitori, o più precisamente delle genitrici? Probabilmente no; d’altra parte non è la ragione che coscientemente si pongono i ragazzi, uniti da un amore sincero. Ma è anche vero che per tutto il corso del film sono impegnati in una sorda lotta per salvaguardare la propria coppia, dagli intrighi e dalle ripulse delle madri. E d’altra parte, quanti non conoscono storie di figli e figlie, eterosessuali, che si sposano anche per andarsene di casa; e non solo per necessità economiche, ma per separarsi dalla famiglia d’origine, formandone una propria? Allora, si può concludere forse che gli omosessuali vogliono sposarsi per le stesse ragioni, o nel nostro caso per una in particolare, per cui vogliono sposarsi tutti gli altri.


Autore: Gianfranco Cercone

Laureato in Lettere (con specializzazione in materie dello spettacolo) presso l'Università La Sapienza di Roma. È redattore della rivista "Cinema Sessanta" e collabora con la Biblioteca del Cinema "Umberto Barbaro". Cura per Radio Radicale la rubrica di critica "Cinema e cinema".

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