Soft power. Un nuovo futuro per l’America

Di Luca Martinelli

Il ruolo della cultura, della democrazia e delle “armi di attrazione di massa” nell’ambito del nuovo sistema internazionale creatosi dopo l’11 Settembre 2001: questo l’oggetto del nuovo libro del noto politologo americano Joseph Nye. Attraverso una interessantissima quanto breve analisi del potere e delle sue molteplici sfaccettature, Nye approfondisce il concetto da lui stesso inventato negli anni ’80: il soft power. Questo “potere dolce” nasce “dal fascino della cultura, degli ideali e delle pratiche politiche di un paese” e consiste nella “capacità di ottenere ciò che si vuole tramite la propria attrattiva piuttosto che per coercizione o compensi in denaro”. Ovviamente, lo stesso Nye ammette che questo tipo di potere “occulto” esiste da sempre. Ma è con la rivoluzione dell’informazione e con il vertiginoso aumento delle democrazie nel mondo che esso ha assunto un’importanza ormai non più sottovalutabile. E Nye, attualmente Preside della Kennedy School of Government presso l’Università di Harvard, porta a sostegno di questa tesi decine di esempi e dichiarazioni, gran parte delle quali incentrati sull’attualità. Il potere e le relazioni internazionali si esplicano attualmente su tre livelli o “scacchieri”. La prima è la scacchiera “superiore” politico-militare, in cui gli Stati Uniti dominano incontrastati. La seconda è la scacchiera “intermedia” economica, in cui Washington deve fare necessariamente i conti con Europa, Giappone, India e Cina. Entrambe queste scacchiere formano la dimensione dell’hard power, ovvero l’insieme di quei criteri su cui spesso ci si basa per stabilire la potenza di un Paese e che ha determinato varie teorie sul cosiddetto “imperialismo americano”. Ma esiste anche una terza scacchiera: quella “inferiore” dei rapporti transnazionali. E’ qui che il tradizionale concetto di potere va in crisi. In questo ambito, Paesi come il Canada, la Norvegia o la Svizzera appaiono decisamente più forti degli USA, nonostante la loro rilevanza militare ed economica non sia simile a quella americana. Questi Paesi hanno infatti un enorme capitale in termini di “buona reputazione verso l’esterno”. Ma il soft power non è solo questione di buona o cattiva reputazione: è, come detto, la capacità da parte di una cultura di penetrare in altri Stati e di esercitare una benevola influenza su di essi. Una capacità che tutte le culture sono in grado di sviluppare – l’Europa in questo viene giudicata molto positivamente in termini potenziali – ma che resta difficile da misurare. Molti (fra cui il Segretario alla Difesa USA, Donald Rumsfeld) ancora ne non comprendono a fondo l’importanza, sbilanciando le loro preferenze nei confronti dei carri armati e dei cacciabombardieri. Nye stesso rimprovera all’Amministrazione Bush il “crimine” di aver letteralmente dilapidato tutto il patrimonio di soft power accumulato subito dopo l’11 Settembre. Più precisamente, rimprovera al Presidente statunitense di non aver mantenuto quella linea che lui stesso aveva accennato durante la campagna elettorale del 2000: quella di mostrare umiltà e non tracotanza, dolcezza e non presunzione nei rapporti con gli alleati. Il soft power non è più comunque proprietà esclusiva degli Stati. La rivoluzione informatica degli anni ’80 e ’90 ha abbassato notevolmente i costi della comunicazione (personale, politica, …) e ha permesso a vari attori non governativi di entrare, talvolta anche di prepotenza, nelle discussioni sul futuro del proprio Paese o del pianeta. Tanto che lo stesso Nye nota come non sia più possibile svolgere un meeting internazionale senza che al di fuori dell’area rossa ci sia qualcuno che protesti. Fra gli attori non governativi vanno annoverate anche le organizzazioni criminali e terroristiche internazionali. Anche loro sono – nostro malgrado – capaci di generare soft power, approfittando degli stessi strumenti che l’Occidente ha creato. E approfittando talvolta anche delle pessime scelte governative in campo di scambi culturali e di creazione di nuove “Voice of America” o “Radio Free Europe”. Nye consiglia inoltre – da ex-assistente del Segretario alla Difesa durante l’Amministrazione Clinton e da ex-capo del National Intelligence Council – quelle che sono le misure da intraprendere da parte americana nei confronti dei Paesi arabi (e non solo): coinvolgere le Università mondiali in un numero maggiore di scambi sia di docenti che di studenti; aumentare il numero di libri tradotti in altre lingue (arabo in primis); tenere sotto costante monitoraggio l’opinione pubblica mondiale per quanto riguarda la considerazione degli USA; aumentare le ore complessive di trasmissioni televisive e radiofoniche in lingue diverse dall’inglese; e così via. I consigli di Nye sono in primo luogo indirizzati alla propria nazione, gli Stati Uniti. D’altronde, saper comunicare con (e saper ascoltare) gli altri è qualcosa che noi europei sappiamo in parte già fare bene. Tuttavia, un piccolo ripasso potrebbe rivelarsi molto utile. Perfino nei nostri rapporti con gli americani. Compralo su bol.it!


Comments are closed.