Giusto marciare per l’amnistia ma non contro la Cirielli, dice Taradash

Da Il Foglio del 28 dicembre 2005, p. 2

Ho aderito alla campagna pannelliana per l’amnista e l’indulto per l’ottima ragione che ho visitato tante galere e ho visto coi miei occhi come la condizione carceraria in Italia aggiunga sofferenze ingiuste e indebite alla pena sanzionata. Vivere in dieci dentro uno stanzone sei metri per sei, svegliarsi all’alba per contendere ai compagni di cella il turno nel bugigattolo dove si condivide il cesso, ricevere, se capita, scarse cure sanitarie, e poca o punta assistenza psicologica, implorare quasi sempre invano un lavoro dentro il carcere, non se ne parla fuori, fruire d’ore d’aria che piuttosto sono ore di cemento per trasportarsi come automi in squallidi rettangoli dove il sole non riesce a penetrare oppure ti arrostisce il sangue: questo la legge non lo impone, ma è norma nella gran parte dei penitenziari della nostra Italia. E allora dovrebbe essere norma pure un qualche indice di afflizione che riducesse gli anni da scontare in funzione di quell’aggiunta di tormento che niente ha a che vedere con l’espiazione del delitto o la sicurezza della società.
Però gli argomenti che vedo portare da molti a sostegno e rinforzo dell’azione di Pannella mi sembrano molto deboli, e alle volte offensivi dell’intelligenza. Domina su tutti la convinzione, che unisce i più diversi e insospettati, secondo la quale l’amnistia è urgente perché ci troviamo di fronte a situazioni di larga impunità, provocate dalla prescrizione di infiniti reati, che saranno aggravate presto dalla nuova legge Cirielli, debole coi forti e forte coi deboli. L’amnistia –dicono più o meno- serve ad evitare gli eccessi di una giustizia di classe, e di una galera riservata solo ai reietti della società, tossici in testa, e insieme a loro gli extracomunitari. Intendiamoci, la situazione nelle carceri è proprio questa, tossici, emarginati ed extracomunitari per lo più; clienti affezionati, autori di violenze, per quanto alle volte selvagge, non sofisticate, facili da scovare, difficili da difendere.
Però che c’entra questo con la prescrizione dei termini che negli ultimi cinque anni ha liberato dall’incubo della condanna quasi 900 mila persone? Erano tutti grassa borghesia, banchieri, bancari, manager, corruttori e concussori? Nessuna statistica ne dà certificazione. Ed è mai giusto chiamare impunità la condizione di chi, forse innocente (anche fuori delle galere ce ne saranno, visto che almeno la metà degli imputati viene assolta) dopo magari quindici anni di processi rinviati, l’impresa fallita, la famiglia sbandata, si vede restituire la pace giudiziaria, ma non la serenità, né gli anni della vita andata a male? Se il carcere è l’inferno, il processo che si trascina d’anno in anno all’infinito è la sua anticamera. Non si dovrebbe allora, piuttosto, gridare contro una giustizia che da un lato seleziona senza rispondere a criteri trasparenti il fascicolo su cui avviare l’indagine (grazie a un meccanismo che ha il nome paradossale di ‘obbligatorietà dell’azione penale’) e sbatte in galera preventiva senza necessità migliaia di persone, dall’altro è così lenta e inconcludente da offendere nella stessa misura la vittima e l’imputato?
Altro argomento: il 90 per cento dei reati resta impunito, dunque in galera ci finiscono i balordi. Se fossero coerenti, i fautori di questa tesi dovrebbero dedurne che, essendo prevalentemente reati contro la persona o la proprietà quelli di cui sfugge l’autore, la giustizia di classe ha in questo il contrappasso. Ma il loro argomento conseguente è invece che il carcere non serve a nulla, visto che all’aumento delle carcerazioni corrisponde l’aumento dei reati che restano insoluti mentre di pari passo fioccano le prescrizioni. Bella pensata: se lo stato fosse più solerte allora sì che l’edilizia carceraria fiorirebbe.
Insomma, con logiche che troppo assomigliano all’antico slogan “fuori i compagni dalle galere


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