In “Niente da nascondere” di Haneke, il senso di colpa e l’inerzia degli intellettuali

Di Gianfranco Cercone de Lucia, da Notizie Radicali

Insignito di un riconoscimento al festival di Cannes, e ora di tre dei prestigiosi Oscar europei assegnati da una giuria presieduta da Wim Wenders (fra i quali, quello per il miglior film), “Niente da nascondere” di Haneke è celebrato come un fiore all’occhiello della produzione cinematografica europeo dell’anno quasi trascorso. Si tratta, a suo modo, di un thriller. In questo genere di film, d’abitudine, un ambiente e dei personaggi che hanno tutti i tratti della normalità, vengono aggrediti da un elemento esterno abnorme o patologico: che si tratti di un vicino di casa serial killer, di una baby sitter dedita agli infanticidi, di coccodrilli usciti dalle fogne o di stormi di uccelli in combutta contro l’umanità, tali agenti perturbatori, nel finale più o meno irreversibilmente sconfitti, suggeriscono per contrasto l’impressione che l’ambiente minacciato fosse in origine sano e confortevole. In altri casi però (e fra questi l’opera in questione), l’aggressione serve a rivelare una malattia dell’anima preesistente, e fra le vittime e il loro nemico si crea un gioco di rispecchiamenti. In “Niente da nascondere”, Georges e sua moglie, che hanno un bambino, formano una famiglia di professionisti colti e agiati (l’uomo è conduttore televisivo di un programma di informazione culturale). I guai cominciano per loro quando si accorgono di essere ripresi nel corso delle occupazioni quotidiane, da una videocamera. Uno sconosciuto invia loro, insieme alle videocassette frutto della sua sorveglianza ossessiva, disegni inquietanti e minacciosi. Dopo un po’, Georges sembrerebbe scoprire il colpevole: un suo amico d’infanzia algerino, adottato dai suoi genitori, che egli da bambino denunciò, provocando la sua reclusione in un orfanotrofio. Dico: sembrerebbe, perché l’algerino, rintracciato, nega ogni addebito. Salvo, infine, tagliarsi la gola sotto gli occhi di Georges, come estremo atto d’accusa contro di lui. Perché la soluzione del caso viene offerta con ampi margini di ambiguità? Perché in quella videocamera che notte e giorno pedina Georges, si oggettiva anche un occhio interiore, un ossessionante e misconosciuto senso di colpa. Se la pareti del soggiorno di Georges, sono una muraglia di libri, che vorrebbero creare un ambiente protettivo, sono forate dallo schermo televisivo che illustra implacabilmente gli orrori della guerra in Iraq e delle stragi terroristiche. Insomma, lo si sarà compreso, quel che nel film è messo sotto accusa non è soltanto un personaggio, ma un ceto intellettuale ripiegato sulla propria esistenza privilegiata, che tenta come può di mettere la sordina alla voce della coscienza, di fronte alle tragedie dei “dannati della terra”. Ma se approfondiamo il senso del racconto, constatiamo che la vittima di Georges, autore adulto di una vendetta contorta e sanguinosa contro il dispetto commesso da un bambino (sia pure dalle drammatiche conseguenze), risulta forse più crudele del suo antico carnefice. Che il senso di colpa onnipervasivo che contamina la vita di Georges, sembra quasi il frutto di un “peccato originale”, di una colpa commessa al di fuori di una consapevole responsabilità morale. Ma il senso di colpa suscitato da ogni dove, che non prende coscienza delle proprie ragioni, fondate o supposte, diventa facilmente un dato fatale e irrimediabile. E il malessere che ne deriva, non trovando sbocchi pratici, ricade in un’inerzia angosciosa. O magari nella sublimazione artistica: la protagonista nevrotica di uno dei precedenti film di Haneke, “La pianista”, trasformando il proprio dolore in splendide melodie, ascoltate o eseguite, finiva per delibarlo. Come si può delibare un film di squisita fattura, quale “Niente da nascondere”.


Autore: Gianfranco Cercone

Laureato in Lettere (con specializzazione in materie dello spettacolo) presso l'Università La Sapienza di Roma. È redattore della rivista "Cinema Sessanta" e collabora con la Biblioteca del Cinema "Umberto Barbaro". Cura per Radio Radicale la rubrica di critica "Cinema e cinema".

Comments are closed.