Laicità. Le proposte dei Riformatori Liberali

Documento distribuito nel corso della Conferenza stampa del 7 dicembre 2005

PREMESSA

Noi Riformatori Liberali siamo convinti che la convergenza fra forze liberali di varia matrice culturale e religiosa sia essenziale per procedere nella trasformazione in senso liberale del nostro paese. Siamo certi che le ragioni che legano tali forze su temi decisivi come la politica internazionale, la politica economica, quella giudiziaria siano determinanti per il rafforzamento della coalizione di centrodestra e per il suo successo elettorale. Per questo vediamo con grande preoccupazione il fatto che la direzione di marcia della Casa delle Libertà in vista delle elezioni abbia subito una brusca sterzata verso una polemica tutta ideologica e astratta su temi che, per le conseguenze sociali che comportano, dovrebbero essere affrontati con moderazione, pragmatismo e capacità di dialogo.

Creare una linea di frattura fra laici e cattolici è infatti quanto di più autolesionista la CdL possa fare da qui alle elezioni. In primo luogo perché la contrapposizione è falsa: la linea di demarcazione importante è quella che passa fra i liberali e gli illiberali dei due campi, non altra. In secondo luogo perché l’elettorato cattolico è ben rappresentato in entrambi gli schieramenti e non è l’accentuazione di toni, tipica di ogni fine legislatura, su questo o quel tema di carattere morale che riuscirà a modificare le scelte di voto. In terzo luogo perché l’irrigidirsi su posizioni di oltranzismo confessionale alimenta la disaffezione di quella parte consistente di elettorato che ha dato fiducia alla CdL soprattutto perché convinta che Forza Italia fosse o potesse diventare un vero partito liberale di massa, secondo la definizione del suo fondatore.

Noi rifiutiamo di schierarci nei deleteri, tradizionali, ossidati campi contrapposti dei guelfi, amici del papato, e dei ghibellini, sostenitori dell’imperatore, ovverosia dello Stato. La contrapposizione fra clericali e anticlericali giova soltanto a chi la ripropone. Crediamo che il centro motore della storia moderna sia l’individuo, la sua coscienza, la sua coscienza anche religiosa, i suoi interessi. Riteniamo perciò naturale, fisiologico e non patologico, che la Chiesa e le Chiese svolgano una funzione pubblica di richiamo su valori e finalità. Se i vescovi italiani decidono di partecipare alla discussione pubblica non gridiamo all’ingerenza: sta alla politica non mostrarsi acquiescente e difendere la propria autonomia. La politica liberale nasce e opera in funzione della difesa dei diritti individuali dalle usurpazioni del potere, comunque generato, e deve perciò mantenere la sua autonomia rispetto ai valori e alle convinzioni particolari, individuali e dei soggetti sociali. Suo compito è produrre norme che valgono per tutti all’interno di un quadro costituzionale che garantisca le libertà fondamentali di ciascuno. La diversità non è un disvalore: l’identità occidentale e liberale in genere nasce dal riconoscimento del valore delle diversità, e quindi della pluralità delle idee e dei comportamenti.

In questo senso il richiamo diffuso ai rischi del relativismo contiene una essenziale verità liberale e al tempo stesso può essere strumentalizzato in chiave autoritaria. Facciamo nostra la critica al relativismo quando esso è messo in contrapposizione al principio dei diritti universali dell’individuo, che è fondamento della cultura liberale e democratica. L’universalismo dei diritti umani fondamentali è stato negli ultimi decenni la sorgente delle lotte di liberazione contro il totalitarismo e al relativismo in tutte le sue specificazioni, da quelle naziste, fasciste, comuniste a quella dell’islam politico. Quando però l’attacco al relativismo viene portato in nome di verità assolute alle quali è obbligo politico conformare le leggi, indipendentemente dalle conseguenze pratiche sulla vita delle persone che la pensano diversamente, riteniamo giusto ricordare che in una società aperta la politica è il campo d’azione della libertà e del confronto delle idee, non della verità. Come le costituzioni liberali difendono gli individui dagli eccessi della democrazia, così li difendono dalla pretesa di fare il loro bene contro la loro volontà.

La premessa è lunga ma necessaria. Magari toglie qualche spettacolarità alla nostra presenza politica nella CdL ma siamo certi di interpretare in questo modo il mandato di quei cittadini che di fronte alle questioni etico-politiche chiedono soluzioni coerenti con i loro valori, ma non in contrasto con il principi fondamentali di una società aperta e moderna.
LE PROPOSTE

Aborto
Poche leggi sono state monitorate e valutate nei loro effetti quanto la 194; ciò che negli anni è stato fatto o non fatto in applicazione delle previsioni di legge è oggetto di ricorrenti – e studiatissime- relazioni del Governo al Parlamento.
Su questa base, è indiscutibilmente dimostrato che la legge 194 ha ridotto il numero complessivo di aborti praticati ogni anno nel nostro paese, e ridotto ancora più drasticamente il numero di aborti clandestini. In termini assoluti, dal picco registrato in Italia nel 1982 – l’anno successivo al referendum – gli aborti legali sono diminuiti di quasi il 42%, il tasso di abortività (numero Ivg per mille donne) è diminuito di altrettanto, il rapporto di abortività (numero di Ivg per mille nati vivi) è diminuito di oltre il 34%. Tenendo presente gli aborti legali registrati nel 1982 (oltre 234.000), il numero di Ivg effettuato da cittadine italiane si è più che dimezzato, scendendo sotto quota 100.000. Il dato più preoccupante riguarda gli aborti di cittadine straniere residenti in Italia, che corrisponde ad oltre un quarto dell’intero dato nazionale: le straniere residenti inoltre evidenziano un tasso di abortività di quattro volte superiore a quello delle italiane (oltre il 32 per mille contro circa l’8 per mille).
Oggi l’aborto è meno di massa e assai meno clandestino di quanto non fosse prima dell’approvazione della legge 194. La legalizzazione dell’aborto è la più efficace strategia “pro life


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