Lo sguardo sui dittatori del regista Aleksandr Sokurov

Di Gianfranco Cercone, da Notizie Radicali

La trilogia sui dittatori del Novecento, realizzata da Sokurov (punta di diamante del cinema russo odierno: di casa nei maggiori festival europei, annovera fra i suoi ammiratori lo stesso Martin Scorsese) è all’origine, ai miei occhi, di un piccolo mistero. L’Istituto Luce ha (meritoriamente) distribuito in Italia il primo dei tre film, quello dedicato a Hitler (si intitolava “Moloch”); distribuisce ora il terzo, dedicato all’imperatore del Giappone, Hirohito (si intitola “Il sole”). Ma non ha distribuito il secondo film, quello dedicato a Lenin (“Taurus”). Eppure, a detta di chi lo ha visto, costituisce forse il vertice artistico della trilogia. Sarà stato forse motivo di irritazione per qualcuno che il nome di Lenin fosse accostato a quello di Hitler? (Si fosse almeno trattato di Stalin!). Ma le ragioni potrebbero essere tutt’altre, e il lettore consideri pure la mia ipotesi come una maliziosa insinuazione. Comunque, dopo aver visto “Moloch” e “Il sole”, possiamo chiederci quale intuizione sulla dittatura abbia mosso l’autore a impiantare la sua trilogia. Consideriamo un’analogia fra i due film (che, per quanto ne sappiamo, accomuna anche “Taurus”). Sokurov ci racconta gli ultimi giorni del dittatore, poco prima della sua morte e/o della sua caduta. Chiuso nella sua residenza (un cottage in alta montagna nel caso di Hitler; un bunker sotterraneo, in quello di Hirohito), sembra protetto dalla devastazione che ha investito il resto del paese in conseguenza del suo operato. La servitù, i familiari, mantengono i comportamenti e le abitudini consuete, come per suggerire l’illusione di un’inalterabile continuità. Ma la pressione della realtà esterna non manca di infiltrarsi in questo gioco teatrale, fosse pure attraverso simboli (il colore nauseante della minestra servita ai commensali di Hitler); o attraverso gli incubi apocalittici che tormentano il sonno di Hirohito. La dittatura, comunque, colta in questa fase, somiglia alla malattia mentale, alla perdita di contatto con il mondo, propria dello psicotico. Ma se Hitler sprofondava irrimediabilmente nel delirio, all’imperatore Hirohito giungono intuizioni della verità. Trattato dai servi letteralmente come un dio, si chiede quali connotati del suo volto sarebbero segni di una natura sovrumana. E a questo dubbio se ne concatenano altri, lasciati soltanto intravedere allo spettatore, e che riguardano l’orgoglio nazionalistico del Giappone, la sopravvalutazione delle forze militari: sintomi anche quelli di un delirio megalomane, non più soltanto individuale. E’ a partire da questo lavorìo interiore di demolizione di false certezze, in un ambiente dove sembra regnare il terrore della verità, che Hirohito cerca a tentoni una via di uscita dalla prigione della follia. E approda a due decisioni epocali e salvifiche: trattare la resa del Giappone con il generale MacArthur; e rinunciare pubblicamente al suo status divino. Commenta Sokurov nelle sue note di regia: “Hitler estremizza la sua situazione fino ad una tragedia insensata: è chiaro che la guerra è persa, ma per adempiere al suo volere i soldati continuano a morire. Trascina con sé molte vite alla non-esistenza. E invece di Lenin si oppone alla non-esistenza: è come se lanciasse nel futuro la sua disperazione a morte, la sua intolleranza. Sembra che esistano diverse vie d’uscita alle situazioni tragiche. L’imperatore giapponese Hirohito è il simbolo di un finale edificante o, più precisamente, non di un finale, ma di una apertura – alla vita. (…) Nel 1945 Hirohito e MacArthur trovarono una via di uscita a una situazione che sembrava impossibile da risolvere. Questa è la lezione morale: il bene può essere intelligente e forte”.


Autore: Gianfranco Cercone

Laureato in Lettere (con specializzazione in materie dello spettacolo) presso l'Università La Sapienza di Roma. È redattore della rivista "Cinema Sessanta" e collabora con la Biblioteca del Cinema "Umberto Barbaro". Cura per Radio Radicale la rubrica di critica "Cinema e cinema".

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