Alcuni chiarimenti sulla riforma costituzionale

Di Enrico Gagliardi

In molti hanno sollecitato alcuni miei chiarimenti che potessero specificare in maniera più dettagliata la ragione delle mie critiche verso questa riforma costituzionale appena approvata dalla maggioranza di governo. Già in altri post avevo espresso i miei dubbi sugli emendamenti alla Carta Fondamentale e in quelle sedi avevo anche spiegato le ragioni delle mie perplessità. In ogni modo, a beneficio di chi non ha avuto modo di leggere quello che avevo scritto in precedenza, voglio nuovamente mettere in luce le storture di questa riforma. Procediamo dunque con ordine. Intanto credo sia opportuno notare un elemento importante: quasi tutti si riferiscono a questa riforma parlando solo di devolution ma pochissimi sottolineano che tantissimi altri articoli sono stati modificati, articoli riguardanti, per esempio, la forma di governo o la nuova composizione della Corte Costituzionale. Cambiamenti sostanziali che vanno, almeno quanto il federalismo, a modificare il modo di concepire il nostro ordinamento giuridico. Diciamo subito che non mi convince minimamente la nuova configurazione della Corte Costituzionale: aumentano i giudici di nomina parlamentare, cosa, a mio parere, totalmente sbagliata. In questo modo infatti si accentua (questo è innegabile) la componente politica all’interno della Consulta. Da sempre il governo lamenta (in alcuni casi anche a ragione) l’eccessiva politicità della Corte ma poi accresce l’influenza del Parlamento sulla composizione della stessa. Insomma una contraddizione in termini. Non mi piace nemmeno la nuova figura di Primo Ministro che viene fuori da tale riforma: decisamente troppo forte. Si introduce l’elezione diretta del Premier (elemento questo che va a rendere formale un procedimento, de facto, già presente nel nostro ordinamento costituzionale) ma, cosa davvero di importanza notevole, si affida al Primo Ministro, esautorandolo al Presidente della Repubblica, il potere di scioglimento delle camere. In questo modo si rende ancora più potente la figura del capo del Governo a fronte di un Parlamento nettamente più debole. Il potere di scioglimento, almeno secondo me, è una facoltà che dovrebbe essere affidata ad una figura tradizionalmente imparziale e non certo ad un organo politico. Se non erro poi, con questa riforma si crea una sorta di “bicameralismo asimmetrico”, cioè si delinea un senato federale (estraneo al rapporto di fiducia con il governo, vero cardine della riforma) eletto contestualmente ai consigli regionali e quindi in momenti diversi da quello in cui è eletta la Camera dei Deputati, sulla base di un sistema diverso a livello elettorale. Questa seconda Camera, dovrebbe avere la competenza esclusiva ad adottare particolari di norme e concorrente con la quella dei deputati per un significativo numero di leggi bicamerali. Si può quindi notare con chiarezza come camere elette in momenti differenti potrebbero avere orientamenti politici diversi (pensiamo al momento attuale, alla discrepanza tra elezioni politiche del 2001 e successive regionali, per esempio) con la conseguenza che il governo potrebbe trovare grandi problemi nella realizzazione legislativa del suo programma (secondo alcuni costituzionalisti addirittura si rischierebbe un uso continuo dello strumento del decreto legge per superare tale difficoltà). In altri termini si rischierebbe in continuazione lo stallo legislativo e dunque istituzionale. Una soluzione a un problema del genere potrebbe essere il rafforzamento dell’opposizione, cosa che però non è stata fatta. Inoltre in una situazione del genere, con un premier forte ed un Parlamento più debole, non si è cercato (per volontà o invece per incapacità reale, questo non è dato saperlo) di rafforzare o modificare strumenti ormai obsoleti che invece andavano senza dubbio emendati. Non si è pensato, per esempio, di strutturare in modo differente lo strumento del referendum che invece poteva costituire un valido “contropotere” alla forza del Primo Ministro ed al labirinto del nuovo procedimento legislativo. Si poteva eliminare del tutto il quorum o comunque prevedere un meccanismo che comportasse la possibilità di approvare la proposta sottoposta a referendum se fosse stata raggiunta la maggioranza dei voti validamente espressi non inferiori ad 1\4 degli aventi diritto. In altri termini per limitare lo strapotere del primo ministro si potevano aumentare di valore gli strumenti di democrazia partecipativa: neanche tutto ciò è stato fatto. In buona sostanza questa riforma, per strumenti legislativi e meccanismi particolari, non ha precedenti in nessuna altra democrazia occidentale: né in Francia, né in America e neanche in Svizzera. Grazie alla riforma dunque nel lungo intervallo di legislatura si realizza la nota affermazione provocatoria di Rousseau secondo il quale il popolo è libero solo il giorno in cui si vota e schiavo gli altri giorni. Quasi tutti gli studiosi legano al Primo Ministro sempre il solito problema: il potere di scioglimento; addirittura i più severi affermano che uno strumento come questo, il quale per sua natura segna una fase di sofferenza istituzionale, viene reso extraparlamentare. In tale contesto il ruolo del Capo dello Stato diventa meramente notarile a differenza dell’attuale testo costituzionale. Dunque solo la maggioranza assoluta composta unicamente dai deputati già appartenenti alla maggioranza potrebbe impedire lo scioglimento presentando alla Camera una mozione di fiducia indicante il nuovo Primo Ministro. Chi protesta contro la riforma attuale è chiaro:il capo del Governo che esce fuori da tale cambiamento è in sostanza inamovibile per tutta la legislatura e il sistema viene chiuso dal procedimento dello scioglimento della Camera. Né il Presidente americano né la forma di governo britannica,contemplano una simile concentrazione di potere nelle mani dell’esecutivo. Discorso diverso e particolare merita la devolution: in seguito approfondimento anche su tutto ciò. Insomma in tale sede non si grida, come strumentalmente fanno alcuni, “al colpo di stato” o alla dissoluzione delle garanzie costituzionali; si dice semplicemente che questa riforma non piace e che soprattutto è stata persa, come nel 2001, l’ennesima occasione per modernizzare la Costituzione con un accordo ed un progetto che vedesse protagoniste maggioranza ed opposizione insieme.


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