“Manderlay” di Lars von Trier: un film antiamericano?

Di Gianfranco Cercone de Lucia

A proposito dell’ultimo film di Lars Von Trier, secondo momento della trilogia avviata dal regista danese – considerato, a ragione, uno dei maggiori autori del cinema contemporaneo – con “Dogville”, giornalisti e critici italiani si sono affrettati a ricorrere alla categoria dell’antiamericanismo. Non senza fondamento: ambientato negli anni Trenta, in una regione immaginaria del profondo sud degli Stati Uniti, all’interno di una piantagione dove ancora sopravvive lo schiavismo, il film racconta del tentativo fallimentare della figlia di un gangster di abolire con la forza delle armi, spalleggiata dai boss, ogni forma di discriminazione razziale e di promuovere un’organizzazione democratica della comunità agricola. Evidente il riferimento, per via allegorica, alla vicenda contemporanea dell’Irak. Ma il film di Von Trier è un’opera complessa, che non si può ridurre a un significato univoco, a una denuncia di così facile leggibilità. Chiediamoci anzitutto: perché l’esperimento democratico fallisce? Perché, nel film, gli schiavi non vogliono essere liberati. Impreparati ad affrontare la lotta per i loro diritti in un mondo che ancora a lungo continuerà a perseguitarli, preferiscono il rifugio di una sicura oppressione, a una libertà incerta e pericolosa. Tra le fonti del film dichiarate dall’autore, c’è la prefazione di Jean Paulhan a un romanzo considerato un classico della letteratura erotica, “Storia di O”, che Trier progettò di riportare sugli schermi; e dove, come qualcuno ricorderà, si raccontava del calvario masochistico attraverso il quale una ragazza si lasciava dominare dal suo amante, fino a ridursi a un corpo senza volontà, la O del titolo. Si potrebbe accusare Trier di razzismo nell’accomunare i personaggi neri sotto il denominatore del masochismo, se non fosse che il suo discorso ha una portata più generale, riguarda una “malattia” vista serpeggiare nell’umanità intera. La stessa protagonista – che impone ai proprietari terrieri bianchi di tingersi la pelle di nero, e di servire i pasti ai loro lavoranti (e in questa uguaglianza umiliante, imposta con la violenza, come non scorgere un riferimento a utopie e regimi lontani e contrapposti agli Stati Uniti?) – lei stessa, dicevo, è affetta da sadomasochismo. E viene smascherata nel finale del film: quando in un accesso di furia impotente per il fallimento della sua pretesa rivoluzione, frusta un lavorante nero, cui si era a sua volta assoggettata in un amplesso dalle chiare connotazioni sadiche. Insomma: in questo film cupo e pessimista, ci pare che l’autore voglia snidare, oltre le apparenze e i buoni propositi dichiarati, così come oltre i costumi e i modi puritani, quegli istinti torbidi e regressivi, che Erich Fromm, in un celebre saggio, “Fuga dalla libertà”, considerò a fondamento di tutti i regimi totalitari. Se poi tali fantasmi vengono proiettati sull’America, capro espiatorio di tutti i mali, Lars Von Trier ha almeno l’onestà di ammonire che “l’America è in tutti noi”.


Autore: Gianfranco Cercone

Laureato in Lettere (con specializzazione in materie dello spettacolo) presso l'Università La Sapienza di Roma. È redattore della rivista "Cinema Sessanta" e collabora con la Biblioteca del Cinema "Umberto Barbaro". Cura per Radio Radicale la rubrica di critica "Cinema e cinema".

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