Pechino censura Wikipedia

Da Corriere.it

MILANO – La denuncia viene lanciata da Reporter senza frontiere nella serata di venerdì: dallo scorso 18 ottobre il governo cinese impedisce agli internauti che si connettono a Internet nel territorio del gigante asiatico di accedere a Wikipedia, l’enciclopedia libera presente solo sulla Rete. Il blocco, spiega Rsf in un comunicato, è effettivo in alcune province, tra cui quella popolossissima e tecnologicamente sviluppata di Shangai. Chi cerca di accedere alla pagina web di Wikipedia da un pc sito in Cina ottiene un messaggio di errore; non si tratta, quindi, di una censura selettiva volta a colpire solo alcune voci presenti sulla celebre enciclopedia online. RECENTE VITTIMA – Wikipedia è un’enciclopedia plurilingue in costante aggiornamento, al cui arricchimento possono contribuire gli stessi utenti. Tra i suoi contenuti non mancano argomenti «spinosi» per il regime cinese, come Taiwan, il Tibet e i diritti umani. Il recente intervento censorio non è che l’ultimo della serie perpetrato dal governo di Pechino; tuttavia, fa notare ironicamente il comunicato di Rsf, è «paradossale che sia anteriore di un giorno alla pubblicazione di un "Libro Bianco" intitolato "La costruzione della democrazia politica in Cina"», edito dal regime per evidenziare presunti miglioramenti nell’ambito dei diritti umani promossi dal Governo cinese in Cina. ARRESTI E CENSURE – Non è certo un mistero il fatto che la Cina riesca ad attuare una stretta vigilanza sulle pagine web viste sul proprio territorio. Digitando in un computer cinese l’indirizzo della stessa Rsf non si ottiene alcun risultato. L’idea stessa di Internet come mezzo di diffusione di cultura e democrazia senza confini trova in Cina (e in numerose altre realtà del mondo) immediata smentita. Risale solo a poco più di un mese fa la notizia dell’arresto di un giornalista che, secondo il Wall Street Journal, sarebbe stato rintracciato dalla polizia grazie alla collaborazione della filiale di Hong Kong di Yahoo!. L’arrestato aveva rivelato a siti web stranieri di essere stato invitato, come tutti i suoi colleghi, a ignorare l’anniversario dei fatti di Tien An Men. LA CINA FA GOLA A TUTTI – La Cina è il secondo Paese al mondo per numero di internauti (circa 80 milioni), ma la tendenza di crescita in atto lo renderà il primo a breve. Le aziende straniere che operano nel settore non vogliono rinunciare a una simile torta e si dimostrano collaborative col governo di Pechino. Un altro rapporto di Rsf spiega molto bene quale sia attualmente la situazione della Rete in Cina. Lo studio denuncia la vendita a Pechino da parte dell’americana Cisco Systems di tecnologia necessaria per individuare informazioni contenenti parole «sovversive». Rsf denuncia anche che Yahoo! ha accettato di operare una stretta attività censoria sulla propria versione cinese: inserire parole o frasi come «Indipendenza di Taiwan», «Diritti umani» o «Falun Gong» (movimento spirituale perseguitato da Pechino) non porta a nessun risultato. Postare in un forum di discussione un messaggio contenente tali termini è una garanzia di non pubblicazione. LE STRATEGIE DI PECHINO – Rsf denuncia che lo stesso accade con Google, anche se il controllo cinese su tale motore di ricerca avverrebbe senza la collaborazione dell’azienda di Mountain View. Ma, precisa il rapporto di Rsf, Pechino non si limita solo a rendere inaccessibili «centinaia di migliaia di siti». Il regime cinese opera in altri modi: in alcuni casi, se l’utente cerca una web «pericolosa», invece di ottenere messaggi di errore viene deviato a tutt’altro genere di siti, finendo per credere di non essere in possesso dell’indirizzo giusto. Pechino, sostiene Rsf, spinge anche gli internauti all’autocensura: gli arresti per «attività sovversiva online» sono poche decine all’anno (cifre insignificanti Cina), ma i mezzi di comunicazione danno loro grande risalto, fomentando il timore del carcere tra i navigatori. Pechino ha intrapreso anche la strada della chiusura dei piccoli Internet-Caffè, più difficili da controllare rispetto a quelli siti in grandi centri commerciali, magari di proprietà statale o parastatale. Non mancano i siti puramente propagandistici, come www.tibetinfo.com.cn, che dà una visione edulcorata se non positiva dell’occupazione cinese del Tibet. Nei forum di discussione, inoltre, grande spazio viene dato ai messaggi che fomentano odio nei confronti di Giappone e Usa. LO SVILUPPO DEL WEB NELLE DITTATURE – Non stupisce il fatto che uno dei giornali online cinesi più visitati nel mondo, anche perché disponibile in inglese, China Daily, non parli della censura a Wikipedia. Rsf bolla il quotidiano come «totalmente controllato dal Partito Comunista» al potere. Per concludere, va fatto notare che, rispetto ad altri Paesi rigidi nei confronti della navigazione in Rete come Cuba o la Corea del Nord, la strategia adottata da Pechino nei confronti di Internet è opposta. Se L’Avana e Pyongyang cercano di limitare la diffusione del web o l’accesso da luoghi privati, la Cina non ostacola, anzi promuove con grandi investimenti la diffusione del mezzo tecnico in sé.


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