Roberto Benigni tramortito dalla Pace

Di Gianfranco Cercone, da notizie radicali

Ormai tutti amano Roberto Benigni, e se voi per caso ancora non lo amate, sarete costretti ad amarlo dopo aver visto il suo ultimo film, La tigre e la neve. Almeno se appartenete al novero dei “giusti”. Perché solo gli “ingiusti” potrebbero non amare la Poesia, la Vitalità, la Fantasia, l’Amore: valori di cui Benigni non soltanto è spiegato cantore, ma anche personificazione, manifesto gesticolante e ambulante. Alcuni lo ritengono una figura chapliniana: ma Charlot, il personaggio, che era un tenero, ma tutt’altro che immune da viltà e da bassezze, non giunse mai al suo grado di splendore morale. Per giunta, nella Tigre e la neve, quei valori si fondono in un valore inedito nella filmografia di Benigni, e che ne è il perfetto coronamento: vale a dire, la Pace. La vicenda si svolge in Iraq, ai giorni nostri, dove il protagonista, un insegnante di poesia, di nome Attilio (in omaggio a un grande poeta – vero – : Attilio Bertolucci), accorre per salvare la donna amata, in punto di morte. In un realistico ospedale disastrato, sfornito di medicine, senza protezione militare, invaso dalle mosche, il nostro, attivando le risorse della sua incontenibile fantasia, si farà prima fabbricare un medicinale d’emergenza, poi troverà una bombola d’ossigeno, poi altre medicine, cerotti, e finanche uno scacciamosche; riuscendo così a condurre l’amata alla completa guarigione. Ma nel frattempo, nelle sue scorribande per Baghdad, avrà modo di esternare riflessioni sulla natura della guerra, dovuta, indovinate un po’, alla stupidità degli uomini. E del resto la favoletta vuole probabilmente ricordarci che la Poesia, l’Amore, ecc. ecc. promuovono la vita; mentre la guerra è morte. Non si vuole trarre spunto dal film per sviluppare il dibattito sulla guerra in Iraq, perché il film non saprebbe, a nostro giudizio, fornire nessuno spunto, né ai sostenitori né ai contrari. Vorremmo però rovesciare la sua morale, per altri versi così ovvia e generica che si arrossirebbe a sottoscriverla. Diremmo allora che quella Poesia senza poesia, proclamata come valore enfatico e vuoto; quella Fantasia cieca ed astratta, nutrita di bizzarria e semplicismo, e che tanto somiglia all’insipienza; quella Vitalità che agisce a tre metri dal suolo, senza presa con la realtà del mondo, e che si compiace di sé; quell’Amore cui non si riesce a credere, descritto com’è nei termini più elementari ed esteriori; tale miscela di sentimenti e di attitudini, se non è concausa della guerra, è certo incapace di produrvi efficacemente rimedio e alternativa. In una scena del film, una monumentale bandiera della Pace, srotolata davanti alla facciata di una scuola, colpisce alla testa Attilio, tramortendolo. Ecco, questa è forse un’involontaria, ma adeguata, chiave di lettura dell’opera.


Autore: Gianfranco Cercone

Laureato in Lettere (con specializzazione in materie dello spettacolo) presso l'Università La Sapienza di Roma. È redattore della rivista "Cinema Sessanta" e collabora con la Biblioteca del Cinema "Umberto Barbaro". Cura per Radio Radicale la rubrica di critica "Cinema e cinema".

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