“Date a Cesare ciò che è di Ce­sare ed a Dio ciò che è di Dio”

Di Piero Welby (Il Calibano)

In questi giorni di laparotomie esplorative effettuate, senza anestesia, sui corpi di laici, agnostici, evoluzionisti, deisti e dei pochi atei sopravvissuti allo sturm und drang di Colonia, per verificare la presenza del cancro anticlericale, sia nella forma relativista che nella esiziale variante ottocentesca, la frase più citata dai devoti dissezionatori, è la popolare pericope evangelica del “Date a Cesare ciò che è di Ce­sare ed a Dio ciò che è di Dio”. Nessuno sembra più ricordare l’altrettanto celebre “Non si possono servire due padroni” che, tradotta nella koinè Ruinese, vuol dire che il politico, la politicità deve essere intesa in modo tale che non si dia a Cesare quello che è contro Dio. Ma la “roba” di Cesare è “sterco del diavolo” o un desiderabile, ancorché mondano, confortevole optional al quale la maggior parte dei “clerici” non ha mai saputo rinunciare? La falsificazione scoperta nel 1440 da Lorenzo Valla della Constitutum Con­stantini, ( il fasullo documento sulla base del quale i pontefici rivendicavano il dominio della città di Roma e di tutte le pro­vince d’Italia e di Occidente); la falsificazione delle fonti ecclesiastiche fatta dai vescovi fran­cesi intorno alle cosiddette Decretali dello Pseudo Isidoro per rivendicare poteri e privilegi temporali; gli errori clamorosi e i riferimenti co­struiti appositamente nel celebre Liber Pontificalis attribuito a papa Damaso, e, come scrive Vincenzo Ferrone nel “Le radici illuministiche della libertà religiosa”, si potrebbe continuare con un lungo elenco di contraffazioni approntate ad arte per ribadire la presunta legittimità storica del dominio terreno del sovrano-pontefice, di prevaricazioni sanguinose nei con­fronti di quei pochi coraggiosi decisi a ribadire l’autonomia del giudizio storico, di alterazioni fraudolente della verità sto­rica per risolvere complicate controversie dottrinali, di veri e propri crimini contro l’umanità sistematicamente coperti dall’ oblio per volontà delle gerarchie ecclesiastiche (corsivo nostro) […]. Se Cesare è stato, in passato, abbondantemente saccheggiato, anche oggi è oggetto di numerosi espropri clericali: dal Sinodo dei vescovi è partito, nella persona del cardinale Alfonso Lopez Trujillo, presidente del pontificio consiglio per la famiglia, un attacco contro i politici che fanno scelte non in linea con i dettami della Chiesa, e Benedetto XVI ha affermato che non si deve bandire Dio dalla vita (pubblica). I dubbi e il sospetto di ingerenza del Vaticano nei, sempre più magri, pascoli di Cesare, avanzato da qualche “laico” (ormai la parola -laico- ha bisogno delle virgolette che la tengano insieme e le impediscano di svanire, come il gatto di Alice) sono stati accolti con un fuoco di sbarramento caricato con le palle incatenate di “la Chiesa Cattolica fa il suo dovere!”. Quale sia il “dovere” della Chiesa Cattolica è presto detto: un mondo dove le leggi del cristianesimo sono leggi della società e dello Stato. “ […] E’ ben noto il suo impegno affinché gli Stati non adottino leggi che contrastino il suo insegnamento sull’inaccettabilità, ad esempio, della limitazione delle nascite, del divorzio, dell’aborto, dell’eutanasia. Per la Chiesa lo Stato è buono e razionale solo se anche le sue leggi proibiscono questi comportamenti. Analogamente, uno Stato buono e razionale, secondo la Chiesa, non solo deve consentire alla religione cattolica di vivere e di svilupparsi, ma deve anche evitare di dichiararsi agnostico, indifferente, neutrale rispetto ad essa, perché in questo modo non impedirebbe, nella sua legislazione, comportamenti individuali e sociali contrari alla verità del cattolicesimo, e quindi non sarebbe uno Stato buono, razionale e giusto. Ma le leggi della fede cristiana possono diventare leggi dello Stato solo se sono previste sanzioni terrene contro chi le trasgredisce. Non esiste legislazione civile se, per il trasgressore, non è prevista una punizione in termini pecuniari, di reclusione o di interdizione dei diritti civili.” (E. Severino). Se le “Due Spade” sono impugnate dalla medesima sacra mano, a Cesare resta soltanto l’incombenza di legiferare sui motorini, l’ora legale, le targhe alterne e la chiusura dei centri storici. Troppo o troppo poco? Fate vobis!


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