Sulla querelle Mugnai-Severino

Di Luigi Pavone

Contro le tesi sostenute e argomentate da Severino in Tautotes, Francesco Gusmano fa valere le critiche del prof. Massimo Mugnai, contenute nella sua recensione al testo in questione dal titolo Severino, il nulla e l’identità, pubblicata su la Rivista del Libri, giugno 1997. La recensione di Mugnai fu preceduta e seguita da una serie di articoli della stampa culturale, tra cui la replica e la controreplica di Severino e Mugnai su la Rivista dei Libri di luglio. Oltre a questi articoli, è utile ricordare Diritto di critica di Roberto Casati (la Rivista del Libri, gennaio 1998), A proposito di “Diritto di Critica” di Roberto casati di Italo Valent (la Rivista del Libri, marzo 1998), A proposito di “Diritto di Critica”. Risposta di Roberto Casati (la Rivista del Libri, marzo 1998). Alle critiche di Mugnai, Gusmano aggiunge ulteriori argomenti, a cui cercherò di prestare la giusta attenzione. Gli ulteriori argomenti a cui egli allude nel suo ultimo articolo (Severino e la filosofia italiana, www.liberalcafe.it) sono quelli formulati da Russell contro la consistenza ontologica delle classi (Bellarmino, Severino e la teoria dei tipi www.liberalcafe.it). Ora è indubbio che il discorso di Severino sia in rotta di collisione con la logica contemporanea – ed è in contrasto anche con la logica classica (aristotelica) e quella dialettica di stampo hegeliano. Tuttavia il rilevamento di questa divergenza non ci dice nulla circa la validità delle sue argomentazioni, le quali per altro sostengono esplicitamente questa opposizione; vale a dire che è lo stesso Severino a dichiarare esplicitamente che la sua critica alla logica occidentale conclude ad un radicale disaccordo rispetto alla concezione occidentale dell’identità – eminentemente presente nella coscienza filosofica. Proprio per questo nel mio articolo (La questione Bellarmino. Risposta a Francesco Gusmano, in www.liberalcafe.it) scrivo che la critica di Mugnai è parzialmente valida nel mostrare che Tautotes è in contraddizione con la logica contemporanea. “Parzialmente”, perché si limita ad alcuni aspetti della collisione. Nel suo articolo/recensione, il prof. Mugnai critica la tesi secondo cui l’identità sarebbe un tratto essenziale di ogni tipo di predicazione – che è per l’appunto la tesi sostenuta da Severino in Tautotes –, e fa osservare che oltre all’identità, la copula esprime anche l’appartenenza insiemistica, la quale non è assimilabile o riducibile all’identità. E con questa semplice osservazione pretende di liquidare la tesi dell’eternità di ogni essente in quanto tale, in quanto essente: secondo Mugnai, alla base della negazione del divenire sta il grossolano errore di Severino di vedere l’identità in ogni tipo di giudizio soggetto/predicato. Su questa ultima pretesa, è sufficiente citare testualmente quanto scrive, molto chiaramente, Roberto Casati in Diritto di critica: «Severino non ha bisogno di assumere “che la copula del giudizio equivalga comunque alla relazione d’identità”, come invece vuole Mugnai; gli basta sostenere che equivalga all’identità nel caso [del giudizio] “la legna è cenere”, e Mugnai non fornisce un argomento per mostrare che in questo caso particolare la copula non esprime la relazione d’identità» (la Rivista dei Libri, gennaio 1998). E Severino, nella sua replica alla recensione di Mugnai: «È poi spassoso che il mio critico [Mugnai] dica che io, vedendo dappertutto l’identità, la vedo perfino nel risultato del divenire dove la legna diventa cenere e, trasformata in cenere, è cenere. Vuol forse dire che, quando è bruciata, la legna “appartiene o “inerisce” alla cenere?» (A proposito di “Severino, il nulla e l’identità” di Massimo Mugnai, in la Rivista dei Libri, luglio 1997). Sulle pretese di Mugnai di liquidare tout court il neoparmenidismo di Severino, credo che si possa agevolmente convenire che si tratta di pretese esorbitanti. Sul resto delle argomentazioni di Mugnai credo sia opportuno iniziare dalle considerazioni di Italo Valent e di Roberto Casati. Riguardo alla distinzione tra l’identità e l’appartenenza insiemistica, lo studioso I. Valent nota che anche quando «la copula “è” sia correttamente da rendere, invece che con “è identico a”, con “è un elemento dell’insieme…”, questa seconda ricorrenza di “è” va ancora intesa come “è un elemento di”, ossia come “è un elemento di un elemento di”? o esprime piuttosto un livello di identità ultimo, un’identità dell’identità?». È istruttivo richiamare come Casati risponde all’ottima osservazione di Valent: «non è essenziale rendere “è” con “è un elemento dell’insieme”. Renderlo con “appartiene all’insieme…” fa sparire la seconda ricorrenza di “è” e con lei il problema». Se non che, cosa significa “appartiene all’insieme…”? Se invitati ad esplicitare il significato della proposizione “Qualcosa appartiene all’insieme A”, allora si deve dire che il significato non può non includere la ricorrenza della copula “è”: “Qualcosa appartiene all’insieme A” significa “qualcosa è appartenente all’insieme A”. La mia critica a Mugnai è molto vicina alle considerazioni di Valent, anche se non coincidente. La mia opinione è che le valutazioni di Mugnai confondono due diversi livelli di considerazioni. Tautotes non si occupa o non si occupa innanzitutto del funzionamento della copula. Per quanto ne so, è in linea di principio possibile individuare o costruire classi e sottoclassi di funzioni della copula, tipi di identità e tipi di appartenenza insiemistica, tipi di sperimentazione e tipi di leggi fisiche etc. Ma non è questo il punto, come sembra ingenuamente credere il professionista della logica, o forse della mistificazione, prof. Mugnai. La questione affrontata da Severino in Tautotes è invece innanzitutto relativa al fondamento della predicazione. Severino avanza l’ipotesi – la quale deve essere senz’altro investigata, seriamente però, vorrei dire professionalmente, ma mi viene in mente la professionalità di Mugnai – che il pensiero occidentale – e non soltanto il pensiero filosofico – pone l’identità logica a fondamento del giudizio. Quale alternativa potrebbe essere proposta? Anticipo una possibile risposta: l’esperienza. Se non che, è ancora l’esperienza ad accreditare la tesi del fondamento empirico del giudizio? Facendo appello all’esperienza le cose non cambiano molto, per due motivi: 1) non è possibile classificare come empirica la tesi del fondamento empirico del giudizio, 2) l’esperienza è una modalità fenomenologica, laddove la questione di fondo riguarda piuttosto l’oggetto e non già la modalità della manifestazione dell’oggetto. Per quanto attiene alle considerazioni di Russell contro la consistenza ontologica delle classi, l’argomento è liquidabile mostrando il presupposto infondato su cui si regge: Russell presuppone sin dall’inizio che soltanto gli oggetti individuali godono di uno statuto ontologico privilegiato. A questo presupposto egli tenta di dare un fondamento epistemologico: la conoscenza diretta o acquaintance. Tuttavia si tratta di un tentativo maldestro: da un lato, affermando che soltanto gli oggetti della conoscenza diretta esistono, si afferma qualcosa di evi
dentemente tautologico e aprioristico; dall’altro – come sa benissimo Gusmano –, la questione dei protocolli ha messo fortemente in discussione la fede incondizionata nel dato empirico, tipica del neopositivismo.


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