Ma quale privacy!

Di Gianni Buganza

Ha scritto M. R. Damaska su Il diritto delle prove alla deriva (Il Mulino, Bologna 2005, pp. 205-217): “Sull’onda degli straordinari progressi scientifici e tecnologici maturati nel corso degli ultimi cinquant’anni, nuovi metodi per accertare i fatti hanno cominciato a competere con quelli tradizionali in molte sfere della società, compresa l’amministrazione della giustizia. E’ ora possibile dimostrare [sic!] un numero sempre maggiore di fatti rilevanti nel processo soltanto con strumenti tecnici sofisticati. Mentre si allarga l’abisso tra realtà percepita dal nostro apparato sensoriale naturale e quella rilevata da strumenti progettati per scoprire ciò che va oltre la portata di questo apparato, si riduce l’importanza dei sensi umani nella ricerca dei fatti. Parallelamente all’utilizzo di strumenti tecnici, cresce [sic!] la fiducia nelle valutazioni tecniche degli esperti (…)”. Questo è il modo, il mio, per presentarvi questo volume importantissimo di Stefano Rodotà , a proposito di chi paga “il prezzo di ingiustificate stigmatizzazioni sociali” (Rodotà, p.5), fino ad una pena, ad un processo. A proposito dell’ “uomo di vetro” della cultura nazista “giustificazione che consente allo Stato [odierno!] di impadronirsi della vita privata di tutti” (Rodotà, p. 30). Nell’auspicio Stefano Rodotà venga presto arrestato o querelato dagli uomini delle “sicurezze” quando da per certo Echelon (pp. 104-105) e i chip grandi come chicchi di riso infilati nel corpo della gente (p. 132). Andremo con piacere a trovarlo in carcere, a controllare il livello della sua pazzia e della sua esagerazione esasperata anti-statalista. Che non si dicono certe cose, senza prove, degli “apparati di sicurezza”, delle polizie, delle magistrature, caro Rodotà. Scrive M. R. Damaska (p. 215): “Il servitore apparente [l’esperto, il tecnico] del giudice sta forse diventando il suo segreto padrone?”. Compralo su bol.com!


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