Archive | settembre, 2005

Più capitalismo contro la povertà

dal Corriere Economia:
In molte, troppe, occasioni capita di sentire additare il capitalismo e il liberismo come le cause della povertà di centinaia di milioni di individui, piuttosto che la principale ragione della ricchezza degli altri.

Non di rado – ancora oggi – in molti evocano la necessità di un superamento della produzione capitalistica e il passaggio a un sistema non ben definito, ma che potrebbe garantire la fine dello sfruttamento e dell’iniqua distribuzione della ricchezza. Sempre meno infrequente, però, è la voce di quanti, tra i molti che si preoccupano e si occupano dello sviluppo dei Paesi poveri e dell’emancipazione degli esclusi (anche nei Paesi più ricchi), indicano nel capitalismo non la causa bensì uno dei possibili rimedi alla povertà. Per costoro la parola «capitale» non va pronunciata sottovoce e con reticenza, ma deve essere messa al centro delle analisi e delle politiche per lo sviluppo.
Hernando de Soto, economista peruviano fondatore dell’Ild (Institute of Liberty and Democracy) scrisse un libro dal titolo Il mistero del capitale in cui spiegava i grandi benefici che potrebbero venire a molti abitanti poveri dei Paesi poveri dalla possibilità di mettere a frutto quella parte di capitale di cui dispongono ma che risulta inutilizzabile ad attivare il circuito della produzione e della accumulazione a seguito della mancanza di infrastrutture giuridiche che garantiscano i diritti di proprietà. Contribuire a creare le condizioni per cui quel «capitale morto» entri nel circuito della produzione, ad esempio costituendo garanzia per ottenere credito presso le banche, dovrebbe essere prioritario, secondo De Soto, rispetto agli aiuti internazionali allo sviluppo.
Nel saggio Non si presta solo ai ricchi. La rivoluzione del microcredito , Maria Nowak, economista dello sviluppo nota come la «banchiera dei poveri» affronta i profili teorici e descrive la realtà concreta del microcredito.
Seguendo l’ispirazione Mhuammad Yunus, iniziatore di questa esperienza, la Nowak individua nell’accesso al credito, e quindi nell’accesso al capitale, la discriminante negativa per i poveri, ovunque si trovino.
Centinaia di milioni di potenziali piccoli imprenditori sono condannati alla fame o alla mera sussistenza non per mancanza di spirito imprenditoriale, ma per l’impossibilità di accedere a prestiti che, pur se di minima entità, sarebbero decisivi per l’avvio di una attività agricola o artigianale. In polemica con l’assistenzialismo statale e internazionale, la Nowak individua nell’accesso al credito per chi oggi ne è escluso la via per un «liberismo dal volto umano». La polemica, dunque, non è «contro» il capitalismo, ma per l’estensione dei suoi meccanismi.
I microprestiti vengono concessi, nelle esperienze presentate nel libro, a tassi di interesse anche più elevati di quelli richiesti nei circuiti creditizi tradizionali, dal momento che i costi di gestione del microcredito sono mediamente più elevati di quelli tradizionali. L’innovazione sta nel rendere accessibile il credito – di entità modesta, circa il 10% del Pil annuo procapite – anche a chi non può offrire garanzie patrimoniali, ma «semplicemente» si impegna a onorare l’impegno alla restituzione: una scommessa sulle capacità imprenditoriale cui il sistema bancario tradizionale ci ha ormai pressoché disabituato.
Dal Bangladesh (antesignano del microcredito con la Grameen Bank), all’Africa, all’America Latina sono innumerevoli i casi di successo delle organizzazioni impegnate nel finanziare l’avvio di attività imprenditoriali che altrimenti non vedrebbero la luce. I tassi di rimborso dei prestiti raggiungono quasi percentuali elevatissime, prossime al 100%, facendo leva sulla reputazione di chi li riceve e su piccole reti di mutua assistenza.
«Da tempo sostengo che il credito dovrebbe rientrare tra i diritti umani. Si dovrebbero creare istituzioni per garantire il credito a tutti coloro che sono respinti dalle istituzioni finanziarie esistenti» ha scritto Yunus. Una prospettiva inedita e un po’ forzata. E’ certo, però, che questa impostazione culturale ed economica lascia spazio a politiche per lo sviluppo radicalmente innovative, che potrebbero utilmente prendere il posto di quelle viziate dai pregiudizi anticapitalisti e antiliberisti.

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“Act of War”. Video di musica metal hardcore censurato da gran parte delle reti occidentali

Di Luca Martinelli

Lo chiamano hardcore: è un tipo di musica metal, chiamato così perché i suoi testi sono particolarmente forti, così come le sue musiche. I cantanti metal sono inoltre rinomati per la loro tendenza a “esagerare” nelle loro provocazioni. Così che i loro video e le loro apparizioni sono spesso censurate. Leggi tutto

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Berlusconi e Della Vedova, apporto radicale a CdL

(ANSA) – ROMA, 29 set – Forza Italia informa dell’incontro di stamattina fra il presidente del partito, Silvio Berlusconi, ed una delegazione di esponenti radicali che intendono sostenere la Cdl, guidata da Benedetto Della Vedova, sottolineando l’importanza dell’apporto di questa componente alla Cdl e preannunciando iniziative comuni.

Il comunicato informa che ”il presidente di Forza Italia, Silvio Berlusconi, ha oggi incontrato una delegazione dei Riformatori Liberali composta da Benedetto Della Vedova, Marco Taradash, Peppino Calderisi e Carmelo Palma. All’incontro ha partecipato il coordinatore di Forza Italia, onorevole Sandro Bondi”. ”Nell’incontro – prosegue il comunicato di Forza Italia – si e’ convenuto sull’esigenza di rafforzare i contenuti liberali e di mercato nella proposta politica della Casa delle Liberta”’. ”Il presidente Berlusconi ha ribadito quanto sia importante, in vista delle elezioni politiche, assicurare alla Casa delle Liberta’ l’apporto di questa componente liberale, liberista, laica e radicale, guidata da persone di valore che hanno scelto la Casa delle Liberta’ per la loro iniziativa politica riformatrice, in contrasto con il disegno conservatore e di potere della sinistra e di Romano Prodi”. ”Nell’incontro – conclude il comunicato – sono state concordate iniziative e manifestazioni comuni.(ANSA).

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Sulla querelle Mugnai-Severino

Di Luigi Pavone

Contro le tesi sostenute e argomentate da Severino in Tautotes, Francesco Gusmano fa valere le critiche del prof. Massimo Mugnai, contenute nella sua recensione al testo in questione dal titolo Severino, il nulla e l’identità, pubblicata su la Rivista del Libri, giugno 1997. La recensione di Mugnai fu preceduta e seguita da una serie di articoli della stampa culturale, tra cui la replica e la controreplica di Severino e Mugnai su la Rivista dei Libri di luglio. Oltre a questi articoli, è utile ricordare Diritto di critica di Roberto Casati (la Rivista del Libri, gennaio 1998), A proposito di “Diritto di Critica” di Roberto casati di Italo Valent (la Rivista del Libri, marzo 1998), A proposito di “Diritto di Critica”. Risposta di Roberto Casati (la Rivista del Libri, marzo 1998). Alle critiche di Mugnai, Gusmano aggiunge ulteriori argomenti, a cui cercherò di prestare la giusta attenzione. Gli ulteriori argomenti a cui egli allude nel suo ultimo articolo (Severino e la filosofia italiana, www.liberalcafe.it) sono quelli formulati da Russell contro la consistenza ontologica delle classi (Bellarmino, Severino e la teoria dei tipi www.liberalcafe.it). Ora è indubbio che il discorso di Severino sia in rotta di collisione con la logica contemporanea – ed è in contrasto anche con la logica classica (aristotelica) e quella dialettica di stampo hegeliano. Tuttavia il rilevamento di questa divergenza non ci dice nulla circa la validità delle sue argomentazioni, le quali per altro sostengono esplicitamente questa opposizione; vale a dire che è lo stesso Severino a dichiarare esplicitamente che la sua critica alla logica occidentale conclude ad un radicale disaccordo rispetto alla concezione occidentale dell’identità – eminentemente presente nella coscienza filosofica. Proprio per questo nel mio articolo (La questione Bellarmino. Risposta a Francesco Gusmano, in www.liberalcafe.it) scrivo che la critica di Mugnai è parzialmente valida nel mostrare che Tautotes è in contraddizione con la logica contemporanea. “Parzialmente”, perché si limita ad alcuni aspetti della collisione. Nel suo articolo/recensione, il prof. Mugnai critica la tesi secondo cui l’identità sarebbe un tratto essenziale di ogni tipo di predicazione – che è per l’appunto la tesi sostenuta da Severino in Tautotes –, e fa osservare che oltre all’identità, la copula esprime anche l’appartenenza insiemistica, la quale non è assimilabile o riducibile all’identità. E con questa semplice osservazione pretende di liquidare la tesi dell’eternità di ogni essente in quanto tale, in quanto essente: secondo Mugnai, alla base della negazione del divenire sta il grossolano errore di Severino di vedere l’identità in ogni tipo di giudizio soggetto/predicato. Su questa ultima pretesa, è sufficiente citare testualmente quanto scrive, molto chiaramente, Roberto Casati in Diritto di critica: «Severino non ha bisogno di assumere “che la copula del giudizio equivalga comunque alla relazione d’identità”, come invece vuole Mugnai; gli basta sostenere che equivalga all’identità nel caso [del giudizio] “la legna è cenere”, e Mugnai non fornisce un argomento per mostrare che in questo caso particolare la copula non esprime la relazione d’identità» (la Rivista dei Libri, gennaio 1998). E Severino, nella sua replica alla recensione di Mugnai: «È poi spassoso che il mio critico [Mugnai] dica che io, vedendo dappertutto l’identità, la vedo perfino nel risultato del divenire dove la legna diventa cenere e, trasformata in cenere, è cenere. Vuol forse dire che, quando è bruciata, la legna “appartiene o “inerisce” alla cenere?» (A proposito di “Severino, il nulla e l’identità” di Massimo Mugnai, in la Rivista dei Libri, luglio 1997). Sulle pretese di Mugnai di liquidare tout court il neoparmenidismo di Severino, credo che si possa agevolmente convenire che si tratta di pretese esorbitanti. Sul resto delle argomentazioni di Mugnai credo sia opportuno iniziare dalle considerazioni di Italo Valent e di Roberto Casati. Riguardo alla distinzione tra l’identità e l’appartenenza insiemistica, lo studioso I. Valent nota che anche quando «la copula “è” sia correttamente da rendere, invece che con “è identico a”, con “è un elemento dell’insieme…”, questa seconda ricorrenza di “è” va ancora intesa come “è un elemento di”, ossia come “è un elemento di un elemento di”? o esprime piuttosto un livello di identità ultimo, un’identità dell’identità?». È istruttivo richiamare come Casati risponde all’ottima osservazione di Valent: «non è essenziale rendere “è” con “è un elemento dell’insieme”. Renderlo con “appartiene all’insieme…” fa sparire la seconda ricorrenza di “è” e con lei il problema». Se non che, cosa significa “appartiene all’insieme…”? Se invitati ad esplicitare il significato della proposizione “Qualcosa appartiene all’insieme A”, allora si deve dire che il significato non può non includere la ricorrenza della copula “è”: “Qualcosa appartiene all’insieme A” significa “qualcosa è appartenente all’insieme A”. La mia critica a Mugnai è molto vicina alle considerazioni di Valent, anche se non coincidente. La mia opinione è che le valutazioni di Mugnai confondono due diversi livelli di considerazioni. Tautotes non si occupa o non si occupa innanzitutto del funzionamento della copula. Per quanto ne so, è in linea di principio possibile individuare o costruire classi e sottoclassi di funzioni della copula, tipi di identità e tipi di appartenenza insiemistica, tipi di sperimentazione e tipi di leggi fisiche etc. Ma non è questo il punto, come sembra ingenuamente credere il professionista della logica, o forse della mistificazione, prof. Mugnai. La questione affrontata da Severino in Tautotes è invece innanzitutto relativa al fondamento della predicazione. Severino avanza l’ipotesi – la quale deve essere senz’altro investigata, seriamente però, vorrei dire professionalmente, ma mi viene in mente la professionalità di Mugnai – che il pensiero occidentale – e non soltanto il pensiero filosofico – pone l’identità logica a fondamento del giudizio. Quale alternativa potrebbe essere proposta? Anticipo una possibile risposta: l’esperienza. Se non che, è ancora l’esperienza ad accreditare la tesi del fondamento empirico del giudizio? Facendo appello all’esperienza le cose non cambiano molto, per due motivi: 1) non è possibile classificare come empirica la tesi del fondamento empirico del giudizio, 2) l’esperienza è una modalità fenomenologica, laddove la questione di fondo riguarda piuttosto l’oggetto e non già la modalità della manifestazione dell’oggetto. Per quanto attiene alle considerazioni di Russell contro la consistenza ontologica delle classi, l’argomento è liquidabile mostrando il presupposto infondato su cui si regge: Russell presuppone sin dall’inizio che soltanto gli oggetti individuali godono di uno statuto ontologico privilegiato. A questo presupposto egli tenta di dare un fondamento epistemologico: la conoscenza diretta o acquaintance. Tuttavia si tratta di un tentativo maldestro: da un lato, affermando che soltanto gli oggetti della conoscenza diretta esistono, si afferma qualcosa di evi
dentemente tautologico e aprioristico; dall’altro – come sa benissimo Gusmano –, la questione dei protocolli ha messo fortemente in discussione la fede incondizionata nel dato empirico, tipica del neopositivismo.

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Della Vedova lancia i liberalradicali. “Forse mi candido alle primarie

di B. Della Vedova, dal Corriere Economia

In molte, troppe, occasioni capita di sentire additare il capitalismo e il liberismo come le cause della povertà di centinaia di milioni di individui, piuttosto che la principale ragione della ricchezza degli altri.

Non di rado – ancora oggi – in molti evocano la necessità di un superamento della produzione capitalistica e il passaggio a un sistema non ben definito, ma che potrebbe garantire la fine dello sfruttamento e dell’iniqua distribuzione della ricchezza. Sempre meno infrequente, però, è la voce di quanti, tra i molti che si preoccupano e si occupano dello sviluppo dei Paesi poveri e dell’emancipazione degli esclusi (anche nei Paesi più ricchi), indicano nel capitalismo non la causa bensì uno dei possibili rimedi alla povertà. Per costoro la parola «capitale» non va pronunciata sottovoce e con reticenza, ma deve essere messa al centro delle analisi e delle politiche per lo sviluppo.

Hernando de Soto, economista peruviano fondatore dell’Ild (Institute of Liberty and Democracy) scrisse un libro dal titolo Il mistero del capitale in cui spiegava i grandi benefici che potrebbero venire a molti abitanti poveri dei Paesi poveri dalla possibilità di mettere a frutto quella parte di capitale di cui dispongono ma che risulta inutilizzabile ad attivare il circuito della produzione e della accumulazione a seguito della mancanza di infrastrutture giuridiche che garantiscano i diritti di proprietà. Contribuire a creare le condizioni per cui quel «capitale morto» entri nel circuito della produzione, ad esempio costituendo garanzia per ottenere credito presso le banche, dovrebbe essere prioritario, secondo De Soto, rispetto agli aiuti internazionali allo sviluppo.

Nel saggio Non si presta solo ai ricchi. La rivoluzione del microcredito , Maria Nowak, economista dello sviluppo nota come la «banchiera dei poveri» affronta i profili teorici e descrive la realtà concreta del microcredito. Seguendo l’ispirazione Mhuammad Yunus, iniziatore di questa esperienza, la Nowak individua nell’accesso al credito, e quindi nell’accesso al capitale, la discriminante negativa per i poveri, ovunque si trovino. Centinaia di milioni di potenziali piccoli imprenditori sono condannati alla fame o alla mera sussistenza non per mancanza di spirito imprenditoriale, ma per l’impossibilità di accedere a prestiti che, pur se di minima entità, sarebbero decisivi per l’avvio di una attività agricola o artigianale. In polemica con l’assistenzialismo statale e internazionale, la Nowak individua nell’accesso al credito per chi oggi ne è escluso la via per un «liberismo dal volto umano». La polemica, dunque, non è «contro» il capitalismo, ma per l’estensione dei suoi meccanismi.

I microprestiti vengono concessi, nelle esperienze presentate nel libro, a tassi di interesse anche più elevati di quelli richiesti nei circuiti creditizi tradizionali, dal momento che i costi di gestione del microcredito sono mediamente più elevati di quelli tradizionali. L’innovazione sta nel rendere accessibile il credito – di entità modesta, circa il 10% del Pil annuo procapite – anche a chi non può offrire garanzie patrimoniali, ma «semplicemente» si impegna a onorare l’impegno alla restituzione: una scommessa sulle capacità imprenditoriale cui il sistema bancario tradizionale ci ha ormai pressoché disabituato.
Dal Bangladesh (antesignano del microcredito con la Grameen Bank), all’Africa, all’America Latina sono innumerevoli i casi di successo delle organizzazioni impegnate nel finanziare l’avvio di attività imprenditoriali che altrimenti non vedrebbero la luce. I tassi di rimborso dei prestiti raggiungono quasi percentuali elevatissime, prossime al 100%, facendo leva sulla reputazione di chi li riceve e su piccole reti di mutua assistenza.

«Da tempo sostengo che il credito dovrebbe rientrare tra i diritti umani. Si dovrebbero creare istituzioni per garantire il credito a tutti coloro che sono respinti dalle istituzioni finanziarie esistenti» ha scritto Yunus. Una prospettiva inedita e un po’ forzata. E’ certo, però, che questa impostazione culturale ed economica lascia spazio a politiche per lo sviluppo radicalmente innovative, che potrebbero utilmente prendere il posto di quelle viziate dai pregiudizi anticapitalisti e antiliberisti.

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Caso De Benedetti-Berlusconi

Di Antonio Tombolini,

da Notizie Radicali Cosa sapete da TV e giornali? Che De Benedetti e Berlusconi, mettendo una pietra sopra ai loro dissapori, avevano deciso di creare una società insieme, per salvare un po’ di aziende italiane in crisi. Volete che vi metta il link a qualche editoriale di economista-bipartisan entusiasta? Oppure il link a qualche editoriale di uomo-di-sinistra-per-bene desolato? No, non serve: tanto, quella roba lì, voi idioti, la leggete tutti avidamente. Poi è successo che qualche vestale addolorata ha iniziato a stracciarsi le vesti: (intonazione e movenze stile Eleonora Duse) ah, Ingegnere, questa non ce la dovevi proprio fare! Tradire la causa per allearsi col nemico, ah, cielo, i sali… Infine è successo che l’Ingegner De Benedetti, sinceramente addolorato, incompreso, mal interpretato, ha sentito il dovere di restare vicino ai suoi vecchi amici, di non tradire la causa, di dimostrare coi fatti che lui è un idealista, mica uno di questi che per due soldi vendono l’anima al diavolo: e il 6 agosto, nel suo giornale, la Repubblica, compare una sua compresissima lettera, in cui annuncia che per il maggior bene e la maggior gloria sua e del popolo di sinistra tutto unito nella lotta, rinuncia, sia pur ringraziando, sia pur a malincuore, a diventare socio di Berlusconi. Applausi. E voi, idioti, tutti qui adesso a chiedervi Ma che senso ha tutto ciò? Siccome sono troppo buono, seguitemi che ve lo spiego. Prima però, fatemi una promessa: la prossima volta, ricordatevi di buttare un occhio anche nei newsgroup, e in qualche sito che si occupa di finanza, ma non di quelli ufficiali, quelli amatoriali. Allora, si va. E’ il 7 luglio, e le azioni CDB Web Tech segnano il minimo dell’anno, a 2,50 Euro. E’ il 9 luglio, meno di un mese fa, e solo due testate (indovinato quali? Proprio così, solo la Repubblica e l’Espresso) riprendono un lancio d’agenzia AGI: in un trafiletto in cui si parla d’altro (FIAT, per l’esattezza, e ci sarebbe da dire, ma sarà per un’altra volta…), si infila un inciso buttato lì, come se niente fosse. Un segnale, si direbbe, tanto per far sapere a chi deve sapere: La visita in Mediobanca (dell’amministratore delegato FIAT Marchionne, ndr) ha fornito lo spunto per voci sul possibile ruolo che Piazzetta Ciuccia avrebbe insieme alla Lehman Brothers in un ipotizzato fondo salva-imprese che verrebbe creato da Carlo De Benedetti con l’ adesione di Silvio Berlusconi e di altri imprenditori e istituzioni finanziarie. Fondo che avrebbe la Fiat tra i potenziali obiettivi. La notizia non provoca titoloni. Viene ripresa qua e là nei giorni successivi, fino al 22 luglio. Poi cala di nuovo il silenzio. Spiegazione: l’Ingegnere e il Cavaliere stanno dicendo agli amici, quelli che vogliono capire, e solo a loro: Ragazzi, si parte, si comincia, si fa sul serio, perciò regolatevi, e poi non dite che non vi avevo avvisato. Avete presente La Stangata? E’ uguale: i due (Paul Ing. Newman e Robert Cav. Redford) si danno di gomito, e lanciano uno sguardo di intesa alla loro banda: è l’ora, il pollo è pronto. Gli amici, quelli che vogliono capire, capiscono: sul titolo CDB Web Tech, controllato da De Benedetti, cominciano ad affluire gli acquisti, e le azioni scambiate tra il 14 e il 27 luglio sfondano più volte quota 1 milione al giorno, per la prima volta dopo mesi e mesi. Gli amici stanno facendo rifornimento, comprando a circa 3,20 Euro per azione. Adesso tutto è pronto, si alza il sipario. E’ la sera del 28 luglio: la notizia è ufficiale, è lo stesso Ingegnere a renderla nota, con tanto di dettagli e numeri. De Benedetti e Berlusconi saranno i soci principali (con 50 milioni di Euro ciascuno) di un nuovo fondo salva-imprese, cui prenderanno parte anche (un po’ di maquillage non guasta, ovviamente) Della Valle e Montezemolo. Stavolta la grancassa parte, e parte sul serio: giornali e telegiornali sparano i titoloni, destinati ad annunciare la notizia del secolo alle masse tutte. Inutile citare le testate: tutte, ma proprio tutte, cominciano a dedicare alla notizia titoli, cronache, interviste, editoriali, approfondimenti… Nel frattempo… nel frattempo si scatena anche la Borsa. E’ il 29 luglio, e il titolo dell’Ingegnere, CDB Web Tech, viene subissato di richieste d’acquisto: è il popolo-bue – siete voi idioti che leggete tutti i giornali e guardate tutti i tiggì – che corre verso l’Eldorado, comprando montagne di azioni CDB al modico prezzo di 4,00-4,80 Euro. Vengono scambiati (udite udite!) più di 15 milioni di azioni! E’ venerdì, e si chiude. Ma giornali e televisioni, di sabato e di domenica, continuano a sparare la notizia. De Benedetti, e i suoi amici, fanno un po’ di conti: in una settimana il titolo ha guadagnato il 40%; nella sola giornata di venerdì 29 luglio, il 30%. Decidono che sì, è andata come doveva andare, e lunedì si comincia a tirare il cappio. Lunedì 1 agosto, sui giornali si discute ancora del perché e del percome della strana alleanza tra l’Ing. e il Cav., con dovizia di analisi politiche, etiche ed economiche. Tutte nell’ottica del bene del Paese. Riapre la Borsa, è il grande giorno. Alle 10.59 la Reuters (storica agenzia specializzata in economia e finanza, mica vorrete metterne in dubbio le notizie, no?), nel comunicare che a seguito dell’entusiasmo dei mercati il titolo CDB viene sospeso al rialzo, fa notare che alle 10,45 Cdb segna un prezzo teorico di 4,89 euro (ai massimi degli ultimi 4 anni) e fa suo il commento di un trader (uno che se ne intende, mica idiota come voi): "Già venerdì il titolo ha dato un segnale chiaro: al mercato è piaciuta moltissimo l’operazione, soprattutto per il compromesso storico tra Berlusconi e De Benedetti, due numeri uno del mercato", commenta un trader. Il segnale, cari buoi, è chiaro: il mercato ama l’Ing. e ama il Cav., comprate, coraggio, comprate! Ma qualcuno, proprio quella mattina, stranamente con lo stesso entusiasmo, ma in senso opposto, comincia a vendere, e a palate. Sono l’Ing. e tutti i suoi amici, lo si saprà il giorno dopo. Nella giornata passano di mano 10 milioni di azioni. Più di 1 milione di queste erano dell’Ing., che le vende (tanto crede nella sua idea imprenditoriale, cribbio!). Lo sappiamo perché, essendo il maggiore azionista della società, è obbligato a renderlo noto, sia pure il giorno dopo: Cdb Web Tech ha comunicato che il presidente, Carlo De Benedetti, ha venduto ieri 1.040.000 azioni al prezzo unitario di 4,6973 euro, per un controvalore di oltre 4,88 milioni di euro. Sempre ieri De Benedetti ha acquistato 230.000 titoli a 4,33 euro per un controvalore di 995.900 euro. Nei giorni scorsi Cdb Web Tech ha annunciato la creazione di un fondo salva-imprese al quale partecipa anche Fininvest. Vende 1 milione e rotti di azioni al prezzo di € 4,70, praticamente ai massimi, mettendo in tasca oltre 4,88 milioni di Euro. Niente male. Giornali e telegiornali non ve lo raccontano. Nei newsgroup (se solo voi idioti sapeste che esistono…) si parla già un altro linguaggio. Nel frattempo la storiella del fondo De Benedetti-Berlusconi va avanti. E l’Ing. continua a fare un po’ di trading, in perfetto stile instant trader: tra l’1 e il 4 agosto continua a comprare e rivendere, comprare e rivendere. Nei giornali e telegiornali, intanto, prosegue er dibbattito. E’ il 3 agosto: l’Ing. non è ancora sazio, e per arrotondare con un po’ di spiccioli decide di tenere ancora un po’ su la faccenda. Esce la sua intervista nientepopodimenoché al Financial Times, dove dice che l’accordo con Berlusconi si fa, ma solo su questo, ci mancherebbe altro, e – racconta la Repubblica – spiega di non vedere alcun motivo per rifiutare i soldi di Berlusconi in un progetto che vede impegnati investitori come Diego Della Valle, Luca di Montezemolo e il finanziere di Wall Street Peter Cohen. Gli amici continuano a dare una m
ano. Del resto non avranno di che lamentarsi. Il Riformista, dal canto suo, si pèrita di offrire la copertura ideologica anche alle manovre speculative di De Benedetti (ormai così vaste da non poter essere del tutto nascoste, almeno ai più avvertiti), benedicendole in nome della grande visione economica e dei grandi benefici che il Paese ricaverà dal nuovo fondo De Benedetti-Berlusconi. E’ il 4 agosto, e l’Ingegnere compra ancora: 220 mila azioni, a 3,98 Euro. Il Paese ancora discute dell’accordo storico con Berlusconi, vede l’Ing. che compra, e corre a comprare di nuovo: i buoi portano di nuovo il titolo sopra i 4,20, e lì attorno lo mantengono per tutto venerdì 5, e l’Ingegnere ricomincia a vendere. E’ di nuovo sabato, il 6 agosto, la Borsa è chiusa. E anche la stangata volge all’epilogo: De Benedetti decide che non si può tirarla più di così. La Repubblica, il giornale di casa, pubblica la sua lettera: contrordine compagni, niente accordo con Berlusconi. Cribbio. E tutti che ci avevano creduto. I buoi si accingono a passare un fine settimana di passione. Il lunedì 8 agosto, si sono ripresentati in borsa, conoscendo già il destino a cui erano votati: il titolo avrebbe iniziato a scendere, inesorabilmente. No, niente crolli improvvisi, almeno per un po’: noblesse oblige, e le truppe dell’Ing. faranno in modo di evitarli, per non dare troppo nell’occhio. E ora? Il famoso fondo salva-aziende che fine ha fatto? L’Ingegnere l’aveva giurato: rinuncio ai soldi sporchi di Berlusconi, ma il progetto del fondo salva-aziende va avanti eccome, mica vorrete prendermi per uno spregiudicato speculatore! Avete più sentito parlare di quel fondo? No, vero? Qualche notizia, molto nascosta (e non su Repubblica, no) in realtà circola: De Benedetti sempre più solo nel progetto del nuovo fondo Management & Capitali, che dovrebbe nascere dalla scissione di Cdb Web Tech. Infatti dopo aver perso Berlusconi, Montezemolo e Merloni, anche Arnaldo Borghesi, numero uno della divisione italiana della banca d’affari Lazard, sarebbe vicino ad abbandonare il fondo. Avevate visto qualche titolone sull’uscita dal fondo di Montezemolo e Merloni? Lo avevate sentito strillare da qualche titolo di TG? Io no. Strano. E strana soprattutto quest’ultima defezione, visto che proprio alla Lazard l’Ingegnere aveva affidato (con Mediobanca) l’incarico di organizzare e coordinare il progetto del fondo, no? Che dire? Che negli USA, per fare cose del genere, occorre mettere in piedi un film, e ambientarlo nel mondo delle scommesse sui cavalli. In Italia lo si può fare legalmente, usando i media e la borsa. A fare una cosa così, negli USA, l’Ing. sarebbe già in galera. Svegliatevi, idioti che non siete altro.

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Della Vedova a Pannella: Carissimo Marco, perché non sarò a Fiuggi

di Benedetto Della Vedova, membro della direzione di Radicali Italiani.

Roma, 23 settembre 2005

Carissimo Marco,
come mi pare logico e come avevamo insieme convenuto, in questi giorni non sarò con te e tutti gli altri alla Convenzione di Fiuggi. E’ la prima volta che mi accade, dopo oltre undici anni, di non partecipare ad una assise radicale o anche radicale, il che non mi lascia certo indifferente.

Ma, come ho avuto modo di ribadire all’ultimo Comitato di Radicali Italiani, pur comprendendone le ragioni- a partire da quella di offrire agli italiani la possibilità di dare ai radicali un voto non di mera testimonianza e di consentire un ritorno nel Parlamento nazionale – il progetto di un nuovo soggetto politico da realizzarsi con SDI ed eventualmente nuovo PSI non mi convince. Soprattutto per il suo inevitabile approdo finale, il sostegno all’unione prodiana e, se così dovesse essere, ad un eventuale governo di questo centrosinistra.
In questa fase – proprio in questa fase – assai più promettente avrei trovato per te e per Radicali Italiani la prospettiva di ricercare, con la stessa dose di pragmatismo che anima l’iniziativa con lo SDI, una alleanza politico-elettorale con il centro destra. Vi è una ragione di maggiore cittadinanza dei contenuti radicali nella coalizione (che non significa, come sappiamo, coincidenza del programma della coalizione con quello radicale, ma, questo sì, non ostracismo delle posizioni liberiste o amerikane); vi è una ragione di assetto complessivo delle coalizioni, ed in particolare il prefigurarsi di una riedizione aggiornata e potenziata della macchina da guerra di oltre dieci anni fa che aggregava attorno alla sinistra che già si sentiva vincitrice, la parte di gran lunga più consistente dei poteri italiani; vi è, infine, la valutazione – certo tutta da dimostrare – che l’opinione pubblica che guarda al centrodestra sia in una parte significativa desiderosa di sostenere le politiche liberali e radicali (e laiche) all’interno della Casa delle Libertà.

Ma non è questo il momento di riaprire la nostra discussione, visto che la scelta di Radicali Italiani – quella di cercare di portare fino in fondo questo progetto – è presa.
Faccio a te e a tutti gli altri gli auguri – veri – di un lavoro proficuo.

Per parte mia, come sai, sto cercando con Marco Taradash, Carmelo Palma, Peppino Calderisi e altri di provare ad aprire uno spazio riconosciuto, “legittimato

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Alcune riflessioni sul Comitato Nazionale di Radicali Italiani (seconda parte)

Di Enrico Gagliardi

Nutro una profonda stima nei confronti di Della Vedova ma purtroppo ultimamente fatico a seguirlo nei suoi ragionamenti. Non riesco a seguirlo, per esempio,quando continua quasi ossessivamente a spingere per l’ingresso dei Radicali nella Cdl( non che ci sia nulla di male, anzi, ma eccetto le parole null’altro). Ancora una volta allora per intavolare un discorso serio, bisogna partire dalle sue stesse dichiarazioni, quelle, per intenderci, pronunciate in occasione del suo intervento al Comitato Nazionale di Radicali Italiani. Le parole che ha utilizzato consentono dunque di fare un po’ di chiarezza anche e soprattutto alla luce di altre sue precedenti dichiarazioni. Il problema è sempre lo stesso: Della Vedova non crede in un’alleanza dei Radicali con la sinistra o almeno con questa sinistra, quella di Prodi per esempio o quella vicina ideologicamente ai movimenti "noglobal". Le sue obiezioni ad un’alleanza con l’Unione sono nette; come altrettanto netta è la sua speranza che un ingresso nel centrodestra permetta ai Radicali di veder ascoltati i loro progetti liberali, liberisti ed addirittura libertari. Sono però solo ipotesi,auspici a cui, bisogna dirlo con rammarico, non corrisponde una volontà effettiva della Cdl di accogliere il partito di Pannella nella coalizione. Questa è la principale pecca della posizione dell’ottimo Bendetto: si dialoga dei massimi sistemi, di piani teorici, senza però avere davvero in mano ipotesi concrete in termini di alleanze; tale elemento è una costante in tutti i suoi discorsi: molta buona volontà ma pochi, davvero pochi fatti concreti. A Della Vedova però bisogna concedere una coerenza ed un coraggio politico che meritano senza dubbio il massimo rispetto: in chiusura del suo intervento infatti ha annunciato che se i Radicali dovessero rivolgersi all’Unione, lui inizierebbe un percorso alternativo, rischiando dunque in prima persona un eventuale errore di valutazione in tal senso. A chi gli ha rimproverato di avere poco in mano in termini di progetti di alleanze, lui ha annunciato novità forse in tempo per lo stesso Congresso di Riccione: aspettiamo dunque; certo, a distanza di sette mesi le idee, sono ancora un po’ confuse.

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Una notte bianca per 364 nere

Di Marco Paolemili

Oggi, 17 settembre, si celebra a Roma la terza edizione della Notte Bianca. Per tutta la notte, o quasi, la Capitale vivrà come se fosse giorno, con negozi aperti fino a tarda notte, spettacoli per le strade, musei aperti al pubblico oltre il normale orario e tante altre manifestazioni. Per qualcuno sarà l’occasione di conoscere la propria città come prima non aveva potuto fare, per altri di scoprirla sotto un altro aspetto e, è proprio il caso di dirlo, sotto un’altra luce. Per altri, e forse saranno quelli che ne beneficeranno di più, sarà il pretesto per uscire di casa la sera e scollarsi dal Fiorello di turno della televisione o da qualche altro reality show costruito a tavolino. Siccome la pubblicità è l’anima del commercio e non sempre è veritiera, il “per tutta la notte” non va inteso fino all’alba: i negozi, quelli che decidono di aderire, abbassano le proprie serrande a mezzanotte o prima, i ristoranti restano aperti solitamente non oltre le 2, per vedere gli spettacoli nelle piazze bisogna arrivare ore prima e per musei e mostre spesso bisogna aver prenotato giorni prima. Ma, l’abbiamo detto, la pubblicità è l’anima del commercio. A Roma, come in ogni altra parte del mondo, l’anno conta 365 giorni e 364 notti l’anno si fanno i conti con realtà diverse. Il centro di Roma è ormai zona off-limits per chi non sia residente, le “zone a traffico limitato” hanno escluso alle auto l’accesso in tutte quelle zone in cui stanotte ci sarà festa, con effetti disastrosi sul traffico delle zone limitrofe, lungotevere in testa, che durante le ore notturne si trasforma in una giungla impazzita di macchine. I mezzi pubblici non sono stati potenziati, le linee notturne sono sempre insufficienti e non frequenti e, va da sé, il trasporto urbano di superficie (che a Roma è prevalente, soprattutto in questo periodo che la Metro A chiude verso le 21 per lavori) rimane bloccato appena si addentra fuori la zona a traffico limitato. Mettiamoci poi i residenti, che spesso con le loro richieste assurde e conservatrici arrivano dove nemmeno i Verdi osano arrivare, che presentano scontate petizioni nelle quali richiedono chiusure anticipate di locali e negozi e sempre più restrizioni per le macchine dei non residenti. Vogliono stare tranquilli, vogliono parcheggiare, insomma vogliono vivere in un borgo felice, al centro di una metropoli. Vogliono tutto insomma, la casa al centro di Roma che vale milioni d’euro e la tranquillità della zona residenziale di lusso. Chiudono un occhio per una volta, con la Notte Bianca, e per 364 giorni riprendono le vesti di cittadini di serie A, a dispetto di tutti gli altri Romani di serie B. I locali di Campo de’ Fiori, una delle più belle e vive piazze di Roma, chiudono alle due, buttandoti letteralmente fuori, i ristoranti non vanno oltre l’una e così per le tre massimo, (orario in cui anche le poche corse prolungate dei mezzi pubblici non notturni terminano) tutto è finito. Il Sindaco di Roma e i suoi sostenitori non fanno che vantarsi dell’internazionalità e della multiculturalità che hanno portato nella Capitale. Madrid e l’ancora più viva Barcellona ci ridono dietro naturalmente, una manifestazione del genere la si vede ogni fine settimana almeno e se vogliamo andare oltre oceano troviamo la “città che non dorme mai” per antonomasia, New York. Paradossalmente siamo ormai stati superati anche da Londra, senz’altro più multiculturale, più funzionale (la metropolitana chiude alle 23 circa, ma dopo quell’ora centinaia di corse notturne la vanno a sostituire egregiamente per tutta la notte) e che ha recentemente liberalizzato totalmente l’orario dei suoi pub. Sicuramente anche in queste città si fanno concerti gratuiti e tante altre manifestazioni, sicuramente ci sono residenti che si lamentano, ma ci sono Sindaci che, speriamo, gettino meno fumo negli occhi ai propri cittadini-elettori. Sarebbe più bello avere una città più equa allora, che ascolta anche i problemi delle disastrate periferie oltre che le pressanti richieste dei benestanti del centro (che potrebbero adottare dei sistemi antirumore in casa, che pagano a volte un’ICI più bassa di altri e che parcheggiano e circolano gratis). Non si possono pretendere 365 notti bianche l’anno, ma meno ipocrisie e una città a misura di tutti sarebbero preferibili allo splendore relativo di una sera soltanto.

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“Euroghost” di Daniele Capezzone

Di Enrico Gagliardi

Sarà forse perchè ho nei confronti dell’autore un pregiudizio positivo ma dico subito che ho trovato questo saggio davvero interessante. Una requisitoria, brillante ma spietata contro l’Europa, intesa come istituzione vecchia ed inadatta alla risoluzione dei princpali problemi che attualmente si presentano ai nostri occhi. Il libro si sviluppa attraverso vari capitoli i quali trattano temi tra loro diversi ma in qualche modo collegati. L’autore non risparmia critiche, sempre argomentate, verso i burocrati del vecchio continente, colpevoli di non risolvere, o di non saperlo fare,questioni in realtà fondamentali come quelle riguardanti i diritti civili e le libertà fondamentali in tutto il pianeta. Il saggio è anche l’occasione per rilanciare l’idea dell’organizzazione mondiale delle democrazie ben più fattuale e moderna di questa ONU che ha da tempo dimostrato tutto il suo fallimento. Capezzone dimostra una visione di politica estera davvero lungimirante: ipotesi ed idee decisamente liberali nel senso classico del termine. Insomma un saggio senza dubbio da leggere con molta attenzione, alla fine del quale però sorge spontanea una domanda: ma i Radicali, alla luce di quello che ha scritto l’autore stesso, cosa hanno in comune con questa sinistra? Compralo su bol.com!

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Riflessioni sul Comitato Nazionale di Radicali Italiani

Di Enrico Gagliardi

Il Comitato Nazionale di Radicali Italiani svoltosi in questi giorni è stato una buona occasione per fare il punto sul futuro del partito a livello di alleanze. I discorsi in buona sostanza sono sempre i medesimi. Da una parte quelli che spingono verso la Cdl e dall’altra coloro che hanno aperto alla sinistra. I vari interventi hanno però fatto una buona panoramica su tutta la vicenda mettendo in luce come il discorso sia tutt’altro che chiuso o già risolto. Una cosa si è capita:i Radicali devono scegliere da che parte stare e non possono ancora rimandare una scelta del genere proprio perché siamo ormai alla vigilia di un appuntamento cruciale come le politiche del 2006. Il partito deve prendere atto che solo in una coalizione ormai può recitare un qualche ruolo determinante e decisivo. Forse la scelta è definitivamente maturata subito dopo la batosta referendaria quando cioè i Radicali si sono resi conto che,per vari motivi su cui già tanto si è discusso,nemmeno sullo strumento del referendum possono fare più affidamento. O forse più semplicemente Pannella e gli altri hanno trovato(cosa più che probabile)interessanti punti in comune con lo Sdi e credono nello concretizzazione positiva di tale dialogo. Per avere più chiaro il quadro della situazione però può essere utile ascoltare l’intervento di Daniele Capezzone:in questo modo infatti si possono fare ipotesi sui futuri scenari Radicali tentando di interpretare le parole dello stesso Segretario. Parole,che a dire la verità,non hanno bisogno di essere decifrate visto che sono chiarissime. Dalle dichiarazioni si capisce come sia venuto il momento,per il partito,di avere maggiore rappresentanza politica;si può intuire come ci si sia resi conto che un dialogo con lo Sdi non è solo utile ma per certi aspetti anche doveroso. Capezzone ha sottolineato come con lo Sdi ci sia una comunanza di idee e progetti che merita di essere portata avanti e che può regalare ad entrambi i partiti molte soddisfazioni;comunanza sulla politica estera,per esempio,con l’idea dell’organizzazione mondiale delle democrazie apprezzata,pare,anche dallo stesso Boselli. Certo,molti(penso all’ottimo intervento di Luigi Castaldi)hanno sottolineato come centrosinistra voglia dire anche Bertinotti e Diliberto;proprio quest’ultimo sembra sia fortemente contrario ad un ipotetico ingresso del partito di Pannella nell’Unione:queste però non sono ragioni sufficienti per rinunciare ad un’ottima opportunità viste anche le scarse alternative. Dall’altra parte infatti che scenari si aprono?Nessuno sembrerebbe,visto che nonostante i messaggi lanciati alla Cdl,di alleanza con i Radicali non si può parlare senza scatenare l’ira dei vari leader ed accoliti dell’Udc,della Lega e di An. Allora,continuare a sperare in un ingresso nel centrodestra sembra,almeno allo stato dei fatti,quantomeno anacronistico. Bisognerebbe a questo punto tentare di capire da dove pensa di partire Benedetto Della Vedova quando spinge per un ingresso nell’attuale maggioranza di Governo.

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Nuova puntata di Generazione Elle – AUDIO

Roma – Nuovo appuntamento quindicinale con Generazione Elle. In questa puntata si discute di prostituzione, prima segnalando le iniziative dell’associazione Radicaliroma sul tema, poi intervistando l’on. Franco Grillini dei DS, che, oltre ad illustrare i difetti delle attuali proposte di legge in discussione sull’argomento “prostituzione”, parla dei PACS e delle divergenze d’opinione all’interno dell’Unione.

 

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