I frutti inattesi della pirateria

Di Franco Debenedetti, da Il Sole 24 Ore

Le vendite di Rolex in Cina aumentano di oltre il 100% l’anno. Percentuali di incremento analoghe sono registrate da Montblanc. Il sistema operativo Windows ha il 95% del mercato cinese, una percentuale di molti punti maggiore di quella che detiene nel resto del mondo. Questi exploit commerciali non sono ottenuti grazie a costose campagne promozionali, o a sofisticate strategie di marketing: sono risultati che arrivano gratuitamente, senza impegni, perfino ad onta degli sforzi fatti per contrastarli. Sono i frutti imprevisti della pirateria. La Cina è inondata e ha inondato di Rolex falsi; ma così ha diffuso il marchio con una capillarità che nessuna iniziativa pubblicitaria sarebbe riuscita ad ottenere. Così si è prodotto il desiderio del Rolex, ma di quello vero. E oggi, chi se lo può permettere, vuole mostrare the real thing. Stessa cosa per Windows, copiato e piratato senza pudore: che così, diventato “il” sistema operativo per computer, assicura a Microsoft un dominio incontrastato e duraturo. Quello dell’autentico e quello del copiato sono due mercati paralleli e distinti. Anche se i prodotti sono simili al punto da essere distinguibili con difficoltà, la popolazione che compera l’originale è del tutto distinta da quella che compera la copia. Notorietà e diffusione del falso aumentano desiderabilità e valore del vero. Che questa rivincita del valore di scambio rispetto al valore d’uso avvenga in un Paese che ancora si dichiara comunista, aggiunge alla cosa una sapore particolare. Non solo ci sono motivi per “assolvere” la pirateria, ci sono perfino ragioni per incoraggiarla. Se gli USA vendono ai cinesi sistemi d’arma sofisticati; non è solo per riequilibrare almeno in parte il loro deficit commerciale, né solo per sapere con precisione di che armi dispongono i cinesi: è in primo luogo per disincentivarli a investire in ricerca e sviluppo di propri sistemi d’arma. Si può dire della lotta alla pirateria ciò che si dice del protezionismo, che danneggia chi lo pratica: un contrappasso che il liberista osserva con malizioso compiacimento. Finché i cinesi copiano le borse di Prada o le scarpe di Tod’s, continuano a rafforzare nel mondo la presenza di questi marchi, e, in generale della moda e dello stile italiani. Il vero problema verrà quando i cinesi cercheranno di imporre al mondo il modo di vestire cinese, come pare stiano già cercando di fare, ispirandosi alle forme raffinatissime del loro passato imperiale. Questo è ciò che dobbiamo temere, soprattutto noi Italiani: che i cinesi smettano di copiarci e cerchino di imporre al mondo il loro modo di vestire. E il loro modo di vivere. Perché alla fine, a confrontarsi non saranno i valori estetici di una foggia, di un materiale, di una cucitura, ma valori ancora più immateriali, che appartengono a un livello ancora maggiore di astrattezza: il modo di pensare che ha prodotto le “piccole differenze” in quei beni, il modo di pensare il bello delle cose e il bello delle persone: il modo di vivere. Questo è il nostro patrimonio, il vero autentico che dobbiamo proteggere: a ottenerlo, appaiono inadatti sia le leggi sulla proprietà intellettuale sia i dazi. Con ciò non si vuole dire che i diritti non debbano essere fatti valere, o che per certi prodotti e per certi mercati l’imposizione di dazi non serva a superare con minori sofferenze individuali i traumi delle riconversioni industriali. Ma alla fine non bisogna dimenticare che ciò che conta è la perla, non l’acciaio dello scrigno con cui custodirla e la chiave con cui richiuderla. O, per restare in tema, bisogna guardare la luna e non il dito. I costi della manodopera cinese sono il 5% di quelli occidentali. Ma se i cinesi ricchi diventassero anche solo l’un per mille della popolazione, sarebbero un mercato di un milione e mezzo di clienti potenziali. E dove lo trovano Armani e Zegna un simile mercato aggiuntivo? Francesco Giavazzi ci spiega che sono ragioni di sopravvivenza politica dell’attuale classe dirigente quelle per cui la Cina dovrà riequilibrare uno sviluppo finora basato interamente sull’esportazione promuovendo anche la crescita del mercato interno, e lanciare imponenti programmi sanitari e previdenziali atti a mettere in circolo le immense risorse oggi accumulate in risparmi privati. Egli vede nell’attuale prima modesta rivalutazione della moneta la conferma di una politica di lungo termine. È questa che dovrebbe indurre considerazioni di natura strategica nel governo e tra gli imprenditori. A ciò sono volte anche queste modeste osservazioni provocatorie sulla pirateria. Possono sembrare paradossali , ma non sono nuove: come ben sanno gli affezionati lettori di quel settimanale enigmistico che vanta “innumerevoli tentativi di imitazione”: e prospera da 74 anni.


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