In Italia non si fa ricerca ed è inutile farne – Di falsità in bischerata

Di Tommaso Ciuffoletti

Uno degli argomenti più squisitamente qualunquisti portati da coloro che han preferito astenersi all’ultimo referendum, o per meglio dire han preferito disinteressarsi in tutta tranquillità dei quesiti che esso poneva, riguardava la pressochè totale improduttività italiana nel campo della ricerca scientifica. Tale argomento avrebbe dovuto giustificare l’inutilità di battersi affinchè quest’ultima non venisse impedita per legge (almeno in una direzione verso la quale nazioni meno interessate alle guerre culturali e più dedite al culto del reale, hanno deciso di investire con attenzione ed oculatezza e certo fra molteplici dubbi etici e morali, ma senza farsi sopraffare da essi). Tale argomento, dicevamo, è stato usato come premessa per trarre grottesche conclusioni, ma ciò che è peggio, è stato venduto sulla base dell’affermato luogo comune secondo cui in Italia la ricerca scientifica langua miseramente in uno stato di coma così profondo da rendere inutile ogni tentativo di rianimazione e tale da obbligarci a sperare che all’estero non succeda altrettanto. Certamente la vita dei ricercatori italiani non è delle più facili e ancor meno facile è la vita dei ricercatori stranieri che vengono a fare ricerca nel nostro paese, a dimostrazione di come le carenze più gravi del nostro sistema riguardino proprio il modo in cui esso è strutturato e la burocrazia asfissiante che ne regola il funzionamento. Sul numero di Le Scienze di questo mese è pubblicata la lettera di Amara Graps, (PhD, Istituto di fisica dello spazio interplanetario del CNR, Frascati, Roma) una ricercatrice straniera con cittadinanza americana e lettone che descrive le follie burocratiche a cui ha dovuto sottomettersi per poter lavorare nel nostro paese.Le sue parole descrivono una serie di difficoltà che vanno dalla disorganizzazione dei nostri consolati all’estero, a quelle per essere pagata su un conto corrente americano dalla banca associata al proprio istituto, da quelle per ottenere il permesso di soggiorno, a quelle dovute alle esagerate tasse italiane. Una lettera che pare indirizzata non tanto ad un mensile di divulgazione scientifica, ma alla nostre classi dirigenti, o presunte tali. Tuttavia, per tornare al punto da cui eravamo partiti, il luogo comune secondo cui in Italia non si fa ricerca non poggia su considerazioni di fatto, ma ciò che è peggio non viene neanche usato come stimolo a far sì che le cose cambino. Urge dunque sfatare tale assunto proprio al fine di sostenere che in Italia, nonostante tutto, si fa ricerca e proprio per questo è necessario impegnarsi affinchè se ne possa fare sempre più e sempre meglio. Nell’edizione del 2004 del suo rapporto biennale intitolato"Science and Engineering Indicators", la National Science Foundation (NSF) traccia un profilo accurato dell’attività mondiale di ricerca e delle sue dinamiche, analizzando la produzione di articoli su riviste scientifiche e tecnologiche dal 1988 al 2001. E’ da notare che tale rilevazione suddivide gli articoli in base al paese in cui è stata svolta il progetto e non in base alla nazionalità degli scienziati coinvolti. I dati forniti permettono di fare alcune interessanti considerazioni a livello globale. Si nota ad esempio come nel settore la Cina abbia avuto un incremento percentuale dal 1988 al 2001 pari al 354% e la Corea del Sud addirittura del 1332%, mostrando in generale come l’Asia stia crescendo in maniera netta in questi ultimi anni. Incoraggianti anche i dati europei che mostrano come il 35,3% delle pubblicazioni mondiali in ambito scientifico provengano proprio dal Vecchio continente, che per la prima volta supera gli USA, i quali invece di fronte alla crescente concorrenza degli altri paesi prevedono un ulteriore rilancio dei propri sforzi. All’interno di questi macroequilibri, l’Italia, nel periodo 1988-2001, mostra una crescita di tutto rispetto, pari al 99% ed in particolare nel 2001 ha prodotto più di 22mila articoli di argomento scientifico che rappresentano il 3,4% di quelli pubblicati nel mondo. Risultiamo quarti in Europa, dopo Regno Unito, Germania e Francia, rispetto ai quali però abbiamo avuto una crescita percentuale più alta. Ovviamente il numero di pubblicazioni è solo uno dei parametri possibili per giudicare lo stato di salute della ricerca scientifica. Ne esistono altri che considerano i brevetti rilasciati e le risorse investite, tuttavia quanto rilevato ci permette di avere una panoramica interessante sulla produzione scientifica nel mondo e si tratta di una panoramica all’interno della quale l’Italia ha un ruolo importante, tale che sarebbe bene smentire non solo i luoghi comuni di cui sopra, ma anche l’insensata apatia che sulla base di essi alcuni han provato a sostenere.


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