Ricordando il caso Gino Girolimoni

Di Salvatore Ferraro

Correva l’anno 1927, il mese era quello di Maggio. E mentre Benito Mussolini definiva o ritoccava progetti per l’Europa e per il mondo intero, Roma viveva uno dei suoi peggior incubi ab urbe condita: 7 bambini violentati e uccisi in maniera barbara, tutto nel giro di pochi giorni. L’ultima, Elisa Berni, quattro anni, scomparve dal quartiere borgo. Fu ritrovata sul greto del fiume tevere, sotto il muraglione della Lungara. “A due passi dal Vaticano” sottolineò qualcuno. Il popolo romano invocò a gran voce la cattura del “mostro” e le indagini ebbero inizio. I primi sospetti caddero su un sacrestano cattolico, da tempo chiacchieratissimo per sue evidenti tendenze pedofile e un prete anglicano inglese, Ralph Brydges, già macchiato, si diceva, di orrendi delitti a sfondo sessuale commessi all’estero ma sempre graziato dalle potentissime protezioni di cui godeva. Il Capo della polizia, tale Arturo Bocchini, fu subito convocato dal duce in persona il quale con la schiettezza storicamente riconosciutagli disse che: "Il rapitore delle bambine sta mettendo in difficoltà la mia politica. E’ riuscito persino ad avvelenare il recente giubileo, mentre sto tentando la conciliazione con il Vaticano. Il bruto va trovato assolutamente!" E c’era lui: Gino Girolimoni. Trentottenne, romano “piacione”, si direbbe oggi. Un tipo tuttofare, abile intrallazzatore di piccoli commerci, persona brillante, spigliata e, naturalmente attaccatissimo, forse troppo, alle gonne delle belle donne, soprattutto se di giovanissima età. A volte basta poco, si dice, per assomigliare al delitto di cui si viene accusati. Gino Girolimoni ebbe questa particolare colpa. Il suo “scapolismo militante” che lo portava quotidianamente a spendere per le donne ciò che guadagnava, a vestire in maniera appariscente, a trattare la sua peugeot come un sacrario in cui immolare le giovincelle a sé venute, lo portarono a entrare nella cerchia dei sospettati. E quando provò a “rimorchiare”, come si direbbe oggi, l’appena tredicenne Olga Naticchioli, gli agenti non ebbero più dubbi: il mostro di Roma doveva essere lui! Girolimoni venne arrestato, il suo volto, il suo nome, impressi nelle prime pagine di tutti i giornali, dalla folla ferocemente messo all’indice, dall’inchiostro degli opinionisti del tempo accompagnato al patibolo. Eppure non ci vollero che una manciata di mesi, dieci, per far comprendere al giudice istruttore, l’eroico Rosario Marciano, ad abbattere coraggiosamente l’inconsistente castello accusatorio. Girolimoni fu scarcerato, l’imputazione, dopo parecchi anni, definitivamente archiviata. Eppure, nonostante la promozione della sua presunta innocenza a innocenza effettiva, l’onta, il marchio, il sospetto non riuscirono mai più a scollarsi dal suo volto e ancor più dal suo nome. Ancora oggi la parola “Girolimoni” a Roma, nel Lazio, serve a designare l’immonda persona che molesta sessualmente i bambini, ancora oggi al suo nome è legato il pregiudizio più autentico. Girolimoni morì, abbandonato da tutti, in assoluta povertà, con un corpo ammalato dal veleno del sospetto. Per la cronaca, del mostro vero di Roma non si seppe più nulla, di quell’indagine rimase ben poco: un colpevole non trovato, due suicidi, il sacrestano e il prete inglese, e alcuni filamenti di tessuto inglese, reperti per un po’ di tempo ritenuti abbastanza importanti, perché ritrovati proprio accanto ai corpi di tutte le giovanissime vittime. Correva l’anno 1927.


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