La rivoluzione di Piero

Di Filippo Modica

Il 19 giugno del 1901, esattamente 104 anni fa, nasceva a Torino Piero Gobetti. Nella sua brevissima esistenza (morì nel febbraio del 1926), riuscì ad inserirsi come nessun altro nel dibattito politico-culturale dell’epoca. Già nel novembre del 1918, fondò e diresse la rivista di cultura Energie Nove che risentiva degli influssi di Prezzolini, Gentile, Croce, Einaudi, Mosca, Pareto. Nel febbraio del 1922 fondò poi la sua rivista più nota: La Rivoluzione Liberale. Da quelle pagine, memorabili furono i suoi attacchi al fascismo e a Mussolini, la sua opposizione etica al fascismo e a tutto ciò che rappresentava: la stanchezza della lotta, la rassegnazione, la facile scorciatoia verso una falsa tranquillità. Nel fascismo Gobetti vedeva l’autobiografia dell’Italia: “In Italia non ci sono proletari e borghesi, ci sono soltanto classi medie. Il fascismo è l’autobiografia della Nazione”. Il fascismo era l’incarnazione suprema dei vizi italiani. Fu allievo e collaboratore di Gaetano Salvemini che lo adorava come un figlio. Quanto fosse salveminiano Gobetti è superfluo ricordarlo: dalle polemiche antiprotezioniste a quelle antigiolittiane (“Il giolittismo è stato un fascismo anticipato”), dal meridionalismo alle critiche contro il riformismo turatiano. Nonostante Togliatti lo avesse bollato come parassita della cultura, dal 1920 Gobetti appoggiò l’occupazione delle fabbriche da parte degli operai torinesi e cominciò a collaborare col giornale, prima socialista e poi comunista, Ordine nuovo, sulle pagine della critica teatrale affidategli da Gramsci. Quel Gramsci che tanto lo apprezzava (forse perché anche lui di formazione crociana) e che non lo considererà mai un comunista. Sì, perché Gobetti, seppur entusiasta della rivoluzione russa e dell’occupazione delle fabbriche, vedeva nella classe operaia (in particolar modo torinese) l’erede della borghesia che considerava stanca, corrotta, incapace di assolvere al proprio ruolo di classe dirigente. Paradossalmente, considerava proprio i “becchini del capitalismo” come i salvatori del capitalismo stesso. Nel 1924 fondò il Baretti, rivista di critica letteraria, alla quale collaborarono Croce, Montale, Sapegno, Saba. La famosissima raccolta di liriche Ossi di seppia del Montale fu proprio edita da Gobetti. Aggredito più volte dagli squadristi fascisti, sequestrate le sue riviste, diventato uno dei nemici più pericolosi del regime (“Prego informarsi e vigilare per rendere nuovamente difficile vita a questo insulso oppositore” telegrafò Mussolini al prefetto di Torino), Gobetti decise nel febbraio del 1926 di emigrare in Francia per riprendere da lì la sua attività politico-culturale. Partì, lasciando a Torino la moglie Ada e il piccolo figlio Paolo nato da pochi giorni, ma gli scompensi cardiaci causati dalle continue aggressioni non gli diedero tregua e lo condussero fino alla morte avvenuta nella notte fra il 15 e il 16 di febbraio del 1926, a Parigi. Le sue spoglie tuttora riposano nel cimitero del Père Lachaise a Parigi. Chi era Gobetti? “Era l’uomo d’oggi, il compagno di strada, eguale a noi, migliore di noi, l’uomo che fu cercato invano da una generazione perduta, l’uomo che noi ci ostiniamo ancora a cercare nella parte più profonda di noi stessi. Ed è perciò che Gobetti pur senza additarci un sistema o tanto meno un partito, ci pone di fronte uno specchio dal quale ci discostiamo con fastidio o con orrore, a seconda che la dilagante marea della mediocrità politica e intellettuale ci riempia di tedio o di disgusto, di noia o di ribrezzo”. Così lo ricordò Montale nel 1951, così lo voglio ricordare io, oggi, in quest’ Italia, per molti versi, non certo migliore.


Comments are closed.