Gli ambientalisti nei panni dei cattivi. Finalmente.

Di Benedetto Della Vedova, da Corriere Economia

"Il surriscaldamento globale è l’aumento della temperatura della superficie del globo causato dall’eccesso di anidride carbonica nell’atmosfera dovuto all’uso dei combustibili fossili" oppure "il surriscaldamento globale è la teoria secondo la quale etc etc…."? In questa apparente variazione sul tema si racchiude lo scontro culturale tra ambientalisti "fondamentalisti" e ambientalisti "realisti" che costituisce l’ambientazione del best seller "Stato di paura" di Michael Crichton, l’autore di "Jurassic Park". Nelle oltre 600 pagine di questo giallo avvincente – e decisamente politically uncorrect – si assiste a verosimili e serrate discussioni sui reali fondamenti scientifici dei principali capisaldi dell’ambientalismo. A partire da quello più in voga, il cosiddetto "effetto serra". Nella trama della fiction una organizzazione ambientalista prende il posto abitualmente assegnato alle multinazionali, cioè quello del "cattivo" che manipola l’informazione ed è disposto a provocare catastrofi e morti pur di avvalorare le tesi su cui si fonda la propria capacità di attrarre finanziatori e finanziamenti. Ambientalisti e politici sempre interessati ad espandere il proprio raggio di azione fonderebbero il loro consenso, nella ricostruzione di Crichton, su uno "stato di paura" senza oggettivi riscontri nella investigazione scientifica. L’autore inframmezza la narrazione di fantasia con una copiosa dose di dati e grafici presi dalla letteratura scientifica. "Stato di paura" finisce per rappresentare una versione divulgativa de "L’ambientalista scettico" di Bjorn Lomborg, l’ex attivista di Greenpace che ha cercato di dimostrare come, dati alla mano, molti dei miti dell’ambientalismo siano nient’altro che falsi miti. Compreso quello del surriscaldamento del pianeta e delle sue cause. Per quanto riguarda l’effetto serra, infatti, nonostante il grande consenso che questa tesi ha acquisito in Europa e in buona parte del mondo, molti scienziati ammoniscono che i dati in nostro possesso non consentono né di affermare che sia effettivamente in atto un surriscaldamento del globo né che l’aumento della CO2 in atmosfera ad opera dell’uomo possa influire in modo significativo sulla temperatura terrestre. Del successo nelle librerie di mezzo mondo dell’ultima fatica di Crichton saranno contrariate tanto le associazioni ambientaliste quanto i Governi, compreso quello italiano, che hanno sottoscritto il protocollo di Kyoto per la riduzione dei gas ad effetto serra, convinti del pieno e "naturale" appoggio degli elettori. Con un moto di soddisfazione avranno invece accolto "Stato di paura" a Washington, dal momento che l’Amministrazione americana si è rifiutata di sottoscrivere il suddetto protocollo. Una dimensione catastrofista e millenarista è certamente presente in buona parte della cultura dell’ambientalismo militante, che spesso cede alla tentazione di acquisire consenso toccando le corde dell’emozione più che quelle della razionalità. Da questo punto di vista, al di là dell’immaginifica descrizione fatta da Crichton di una "spectre" ambientalista, un clima di stucchevole conformismo spesso accompagna la discussione politica sui temi ambientali. Proprio il caso del protocollo di Kyoto né è stata una dimostrazione, almeno in Europa: da una parte i buoni europei pronti al sacrificio pur di ridurre drasticamente e per decreto le emissioni da combustibili fossili, dall’altra i cattivi americani, cinici ed insensibili ai destini del pianeta. Al di là dell’interesse delle ex "sette sorelle" del petrolio e della loro influenza sulla dinastia di petrolieri cui appartiene George W. Bush, sarebbe bene non perdere mai la bussola del dubbio. Ed in questo caso di dubbi che ne sono molti, ivi compreso quello della razionalità di un gigantesco sforzo economico – il costo dell’abbattimento delle emissioni – in vista di un risultato sulla temperatura terrestre che anche le stime più ottimistiche descrivono marginale. Perché non usare in questo caso l’altrimenti abusato "principio di precauzione"? Perché non chiedersi se vale davvero la pena di destinare ingenti risorse in progetti così drastici – e probabilmente destinati al velleitarismo – che rischiano di penalizzare le nostre economie in vista di risultati prevedibilmente insignificanti? Ciò non significa che, fuori da riflessi ideologici e "autopunitivi", l’occidente industrializzato non debba proseguire sul terreno della riduzione dell’intensità energetica delle proprie produzioni, non debba insistere nella ricerca e nell’applicazione di tecnologie che non prevedano l’emissione di CO2 e non debba porsi come questione strategica la messa a disposizione dei paesi in via di industrializzazione delle migliori e più efficienti tecnologie di utilizzo dei combustibili fossili. Un ambientalismo non viziato dalla paura non solo è possibile, ma è necessario. Compralo su bol.com!


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