Gli aiuti che affamano l’Africa

Di Alberto Mingardi, da Libero

L’Africa, e con essa il tema sempre rovente della lotta alla povertà, è riaffiorata sulle pagine dei giornali in vista del G 8 di luglio. La cancellazione di 40 miliardi di debito ha fatto garrire d’entusiasmo quella pattuglia di rockstar, Bono e Bob Geldof in testa, che ormai dispensano consigli ai grandi del pianeta come fossero economisti d’esperienza. L’opinione dei ragazzi di Woodstock pesa di più delle certezze dei Chicago Boys. Una delle loro proposte punta nella direzione giusta. Per la prima volta, stiamo assistendo in questi giorni ad una salutare polemica contro la politica agricola comune: una voragine che oltre a centrifugare quattrini del contribuente europeo, chiude i mercati ricchi agli unici prodotti che i Paesi poveri possono avere la speranza di produrre a prezzi competitivi. Il 75% della popolazione del Kenya, l’80% degli abitanti dell’Etiopia, il 90% di chi vive in Nigeria e Tanzania, il 95% dei cittadini del Burundi sono agricoltori. Il nostro scudo doganale di 15.000 dazi trasforma il lavoro di queste persone in un gigantesco spreco. Ben venga, allora, una radicale ristrutturazione della PAC, che è un nodo da sciogliere se desideriamo sul serio un’Europa migliore. Per il resto, però, Geldof e gli altri economisti-rockstar riscaldano un pensiero vecchio, e sterile. Oltre all’amnistia debitoria, pretendono più aiuti, più trasferimenti di denaro, cioè, dai Paesi ricchi a quelli poveri. L’idea è che “importando” ricchezza sia possibile seminarne. E’ davvero così? Dalla fine degli anni Sessanta, sono stati stanziati a favore dei governi africani più di 500 miliardi di dollari. Una cifra immensa, esaltante, grande quanto deve esserlo la leva per sradicare la povertà. I risultati non sono però altrettanto spettacolari. A cominciare dagli anni Ottanta, si ricordano almeno un centinaio di tentativi di colpi di stato militare in 29 Paesi del continente. Nello stesso periodo, l’Occidente ha speso circa 19 miliardi di dollari l’anno in foreign aid – mentre non si fermavano gli episodi violenti che hanno visto governi e forze d’opposizione fronteggiarsi in mezza Africa. Quattro milioni di individui hanno perso la vita, la conta dei rifugiati e degli esuli passa i tre milioni. Un dato più circostanziato: la sola Africa subsahariana ha ricevuto 83 miliardi di dollari fra il 1980 e l’88. Nello stesso periodo e negli stessi Paesi, gli standard di vita sono calati dell’1,2% annuo. In un recente studio di Frederik Erixon pubblicato dall’International Policy Network (una costellazione di think tanks del Terzo mondo), si sostiene, numeri alla mano, che gli aiuti non sono solo inutili. Ma controproducenti: via via che essi lievitavano dal 5% del Pil africano (1970) al 18% (1995), la crescita del Pil pro-capite crollava dal 15-17% a negativa; per risollevarsi a metà Anni Novanta quando i finanziamenti occidentali hanno cominciato ad assottigliarsi. Non è questione di percentuali il vizio alla base del sistema del foreign aid. Nessuna società, nella storia umana, si è sviluppata sul dono: spedire soldi ai bambini africani può servire ad alleggerirci la coscienza, a levigare il senso di colpa che fa crepitare la ricchezza al cospetto della povertà. Ma il povero non diventa ricco se gli allunghiamo un’elemosina. Con la carità ci si compra da mangiare, non si sostiene l’accumulazione del capitale. La fiammella dello sviluppo si lascia appicciare solo a condizione che la cornice istituzionale sia favorevole: che siano garantiti i diritti di proprietà, la sicurezza dei possessi, cioè che i frutti del lavoro di ciascuno non gli vengano strappati di mano. In Africa non solo non è così, ma i denari occidentali finiscono proprio ad alimentare élites politiche che vivono di razzia. Spiegava il più grande fra gli economisti dello sviluppo, Lord Bauer: “il foreign aid non va a favore di quelle figure miserevoli che noi vediamo sui poster, nella pubblicità, ed in altra propaganda a favore dell’aiuto allo sviluppo sui media. Va ai governi, a chi comanda, e le politiche di questi ultimi sono talvolta direttamente responsabili delle situazioni che si vorrebbero emendare. Ma anche in circostanze meno estreme, è sempre vero che gli aiuti vanno a chi comanda: e le loro politiche, incluse le direzioni che imprimono alla spesa pubblica, sono determinate dai loro interessi personali, fra i quali la posizione dei più poveri ha una priorità bassissima”. Salvate l’Africa dalle rockstar.


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