L’effetto Internet sul voto in Iran

«Teheran si sveglierà come tutti gli altri giorni, profondamente disillusa». Un anonimo lascia questo messaggio su uno dei 70 mila blog in Farsi – la lingua dell’Iran – presenti in Rete. Così, tra disinteresse e la sensazione che il voto di venerdì 17 giugno non cambierà un presente di restrizioni, la new generation persiana che naviga sul web si prepara sfiduciata all’appuntamento elettorale che dovrà stabilire chi sarà il successore di Khatami, eletto nel 1997. SFIDUCIATI – Sembra quasi che il sentimento del popolo di Internet stia lì a confermare le analisi degli esperti: la bassa affluenza ai seggi è la previsione più certa per le elezioni della Repubblica islamica dell’Iran. La convinzione di chi scrive sui diari on line nasce dall’esperienza passata. Insomma – è la vulgata – chi continuerà ad avere l’ultima parola sulle decisioni politiche sarà sempre il Consiglio dei guardiani della rivoluzione, ovvero i dodici religiosi che hanno possibilità di veto su qualsiasi legge. CANDIDATI ON LINE – Tuttavia le elezioni presidenziali 2005 contengono in sè un elemento di novità assoluta. Sono le prime dell’era Internet. Tutti gli otto candidati in lizza, anche quelli radicali religiosi, si sono scoperti appassionati delle nuove tecnologie e hanno aperto un sito. Anche la guida suprema Ali Khamenei ha la sua pagina personale con tanto di album delle foto e la rassegna completa dei discorsi più celebri. Una propagarsi frenetico che giustifica la battuta secondo cui se «l’ayatollah di ferro» Khomeini fosse vivo avrebbe anche lui un indirizzo Internet. Hossein Derakhshan, primo iraniano ad avere messo in Rete – tre anni fa – un blog (www.hoder.com) lo spiega così: «I politici utilizzano la Rete per influenzare l’elettorato. In Iran non era mai accaduto prima». PROPAGANDA – Esempi? I fans di Rafsanjani, il candidato che i sondaggi danno nettamente in testa, fanno proselitismo diffondendo sul web la foto che lo ritrae mentre è intervistato dall’attore americano Sean Penn, inviato speciale del San Francisco Chronicle a Teheran. L’ex capo della polizia Mohammed Reza Qalibaf si serve di Internet per invitare a giovani «ad essere gioiosi» e mette a disposizione dei lettori l’indirizzo di posta elettronica (info@qalibaf.com). Il diario più visitato è pero quello di Mostafa Moin, candidato del partito riformista Islamic Iran Participation Front (IIPF), su cui compaiono slogan del tipo: «Ti ricostruisco patria mia». NUMERI – Il perché di questo innamoramento politico per la Rete è presto spiegato. Con i numeri. Secondo uno studio della Stanford University, pubblicato su Usa Today, gli utenti iraniani che si collegano sulla Rete sono quasi 5 milioni ma potrebbero diventare 15 entro il 2005. I navigatori, che hanno un’eta compresa tra 21 e 32 anni, e il 14% di essi – è la stima dei ricercatori universitari americani- si collega almeno per 38 ore a settimana, rappresentano quindi un bacino di voti che fa gola a tanti, laddove due terzi dell’elettorato attivo del Paese ha meno di 30 anni. POESIE E CALCIO – Peccato però che loro, i potenziali elettori, siano abbastanza indifferenti a tanto movimentismo. Sui siti più cliccati, (www.gooya.com o www.iranian.com) si parla più di calcio e di poesia che di politica. In Rete è pieno di foto scattate con il telefonino di gente in piazza a festeggiare la rete di Mohammad Nosrati contro il Bahrain che ha consentito alla Nazionale di staccare il biglietto per i Mondiali del 2006 in Germania. Su Orku, la community on-line, è tutto un fiorire di versi del tipo: «Il sole s’infiamma», e di citazioni di poeti iraniani. Del voto non c’è traccia. LA CENSURA – Disaffezione per la politica? Anche, ma è essenzialmente la paura a far sì che gli internauti iraniani non s’addentrino in certe discussioni. La tagliola della censura è infatti sempre lì, in agguato. Dalle elezioni parlamentari del febbraio 2004 l’uso di filtri per limitare l’accesso alla rete è andato crescendo, insieme alla repressione. Reporters San Frontières ha calcolato che sono stati bloccati 10 mila siti e chat. A novembre del 2004 il regime ha fatto sentire il suo pugno. Venti bloggers sono finiti in manette per «attività contro-rivoluzionarie» e «comportamenti contrari alla religione».


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