Dopo il fallimento delle riforme l’Iran guarda al modello cinese

Di Tommaso Ciuffoletti

Il 17 di giugno si terranno in Iran le elezioni presidenziali che designeranno il successore di Mohammad Khatami. Il leader riformista è giunto al termine della propria parabola politica e con lui un’esperienza che non è impietoso definire fallimentare. Impietoso è piuttosto l’atteggiamento di chi, deluso dalle riforme mancate, lo ha definito “il volto più presentabile del regime”, non considerando il dato più rilevante che la presidenza di Khatami ha messo in luce: l’irriformabilità del regime della Repubblica islamica. Oltre alla censura e alle violenze contro numerosi intellettuali e riformisti nel corso di questi anni, sono stati i continui sabotaggi nei confronti dell’attività istituzionale di Khatami, messi in atto da parte dei centri di potere in mano ai conservatori, a mostrare che erano proprio le istanze riformatrici di cui si era fatto portatore ad essere effettivamente inattuabili. La pervasività del grande potere in mano al Leader supremo della rivoluzione e la continua ingerenza del Consiglio dei Guardiani, sono solo gli aspetti più evidenti di come i poteri del presidente della Repubblica e del Parlamento siano limitati e di come la speranza di ottenere riforme politiche attraverso i regolari percorsi istituzionali si sia ben presto rivelata un’amara illusione. Non è un caso se oggi uno degli strumenti che gli iraniani intendono usare per opporsi al regime sia la richiesta di un referendum istituzionale che abolisca il Velayat-e Faqih, “il governo del giurisperito”, ovvero il fondamento ideologico su cui si basa la Costituzione della Repubblica islamica. Le elezioni presidenziali non offrono alcuna opzione agli oppositori del regime, non solo perché tra i candidati non ve n’è alcuno in grado di ravvivare la speranza di cambiamento che Khatami incarnò nel 1997, ma soprattutto perché quella speranza ha ormai lasciato il posto alla disillusione. Il regime infatti giocherà molto del proprio futuro in queste elezioni ed il personaggio che, se eletto, pare più di altri in grado di garantirne la sopravvivenza è colui che attualmente presiede il Consiglio del Discernimento e che è stato per due volte Presidente (dal 1989 al 1997) prima dell’elezione di Khatami: Alì Akbar Hashemi Rafsanjani. Rafsanjani, soprannominato lo squalo. Così come Khamenei, egli acquistò grande potere negli anni della Rivoluzione khomeinista. Tuttavia il suo orientamento si mostrò da subito meno conservatore. La politica economica che egli cercò di perseguire mirava a diminuire il ruolo dello Stato per favorire la crescita di un settore produttivo privato. Ciò che si venne a realizzare sotto il primo mandato di Rafsanjani fu, di fatto, la creazione di una serie di monopoli privati in mano a pochi grandi attori strettamente legati al potere statale, i quali, una volta raggiunta una vantaggiosa posizione di rendita, si opposero strenuamente ad ulteriori aperture. Questo grave errore di valutazione fu pagato da Rafsanjani durante il suo secondo mandato. Lo stesso Khatami ha pagato il prezzo di quei fallimenti, dato che la sua politica economica si ispirava direttamente a quella di Rafsanjani. Il fallimento di questo primo tentativo di importare il modello cinese fu dovuto alla peculiarità del sistema economico iraniano, ma anche al sabotaggio messo in atto nei confronti di Rafsanjani da parte del vecchio amico e nuovo Leader Supremo, Alì Khamenei. Il regime della Repubblica Islamica fonda infatti la propria esistenza sulla redistribuzione degli introiti. Esempio lampante è quello del petrolio. Un litro di benzina viene venduto alla cifra simbolica di 20 centesimi di euro, un prezzo che non basta a coprire le spese di estrazione, raffinazione e trasporto. Un sistema del genere non può essere smantellato senza gravi ripercussioni. Infine, durante gli anni più difficili del governo di Rafsanjani, Khamenei non mancò di ricorrere al proprio potere per ostacolarne il lavoro, schierandosi a fianco degli oltranzisti contrari alle privatizzazioni. Fra gli obiettivi principali di Rafsanjani in ambito economico, c’era anche quello di attrarre investimenti stranieri in Iran ed è presumibile che esso rimanga tale anche per il futuro. Ovviamente per fare ciò è inevitabile che il regime cerchi nuove aperture tanto con i paesi vicini che con l’Occidente. In politica estera Rafsanjani ha del resto mostrato spesso un atteggiamento ambiguo, giocato tra la consapevolezza della necessità di aprirsi al mondo esterno e l’attinenza all’ideologia rivoluzionaria che vede nell’Occidente, e negli Usa in particolare, il “grande Satana”. Nominato da Khomeini comandante in capo delle forze armate nel 1988 pare che il suo ruolo sia stato determinante nel far accettare proprio al leader rivoluzionario la risoluzione delle Nazioni Unite per far cessare la guerra con l’Iraq. Allo stesso modo, nei primi anni ‘80, utilizzò i contatti iraniani in Libano per favorire il rilascio degli ostaggi occidentali rapiti dai militanti dell’Hezbollah. Tuttavia nei propri discorsi pubblici, Rafsanjani non ha mai rinunciato a sferrare duri attacchi all’Occidente ed agli Stati Uniti. Oggi però, il nodo cruciale della politica estera iraniana attiene alla scottante questione del nucleare. Al riguardo lo stesso Rafsanjani ha più volte ribadito la sua posizione fermamente contraria ad ogni interferenza esterna in quello che ritiene un legittimo progetto del proprio paese, rivolto esclusivamente a scopi civili. Per l’Iran il grande negoziatore di questi mesi è stato il segretario del Supremo Consiglio Nazionale di Difesa: Hassan Rowhani. Forte della scarsa incisività dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica e dell’appoggio di due membri permanenti come Cina e Russia nel Consiglio di Sicurezza dell’Onu, Rowhani ha riscosso grande credito in patria ed anche una certa popolarità. Lo stesso Khamenei aveva pensato di farne il cavallo su cui puntare per le elezioni presidenziali, contrapponendo a Rafsanjani un candidato in grado di fronteggiarlo con le sue stesse armi: pragmatismo e abilità politica. Tuttavia Rowhani ha preferito astenersi dalla competizione elettorale, rinforzando ulteriormente le convinzioni di chi vede nello "squalo" il candidato con più chances di successo. La rilevanza della questione nucleare però non si misura solo all’esterno del paese, ma anche al suo interno, dato che sul tema l’opinione pubblica iraniana pare molto compatta nel sostenere i progetti del governo. Il tema si è infatti legato al rilancio del nazionalismo iraniano. Anche sotto questo aspetto il modello di riferimento potrebbe essere quello cinese, in cui il comunismo ed il maoismo sopravvivono soltanto nelle forme e nei modi della gestione totalitaria del potere, ma senza rappresentare più una risorsa simbolica, rimpiazzati da un fortissimo nazionalismo. Non è da escludere che nei progetti di Rafsanjani vi sia la prospettiva di mettere in atto una strategia simile nei confronti del radicalismo religioso e del khomeinismo, giocando queste carte anche contro lo stesso Khamenei. Si è avuto modo anche recentemente di verificare come sia forte il sentimento che lega gli iraniani alla propria patria; una patria che non è araba, ma persiana. E’ bene ricordare che in Iran, a differenza della stragrande maggioranza del mondo arabo, la religione di stato è lo sciismo e non il sunnismo. Lo stesso Khomeini, che avversava fortemente il nazionalismo, ritenendolo un veicolo per la secolarizzazione e l’occidentalizzazione, non poté fare a meno di connotare la propria predicazione in senso marcatamente iraniano e sciita. Del resto fra i motivi che impedirono alla rivoluzione khomein
ista di essere esportata vi furono anche questi caratteri del tutto peculiari che distinguono l’Iran dal resto degli stati arabi. Se dunque il regime intende sopravvivere alle spinte che vengono dall’esterno e vuole rinsaldare la propria stabilità interna, non è errato credere che il “modello cinese” sia quello a cui molti intendono guardare. Primo fra tutti Alì Akbar Hashemi Rafsanjani.


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