Sapete dov’è l’Africa?

Di Marco Paolemili

Si è chiusa la grande giornata per l’Africa. Grande concerto a Roma, con artisti italiani e africani, per ricordare un intero continente che soffre e muore sempre più di fame e malattie. La sera stessa, domenica, sui Rai Tre “Alle falde del Kilimangiaro” di Licia Colò parla di Occidente e Oriente, nella grafica che rappresenta il nostro pianeta viene prima evidenziato quel territorio che gli autori annoverano tra il mondo occidentale, poi quello orientale. L’Africa non viene compresa tra questi due mondi, come se non esistesse. L’Africa non è il mondo, è l’Africa. Imbarazzante disattenzione? No, semplicemente un altro modo per non occuparsi del continente africano. Ai bambini che non vogliono mangiare si dice sempre di pensare ai bambini poveri dell’Africa che muoiono di fame. Allora si potrebbero impacchettare i nostri avanzi e spedirglieli. Sembra assurdo, ma molto spesso è l’unica cosa che l’occidente fa, perché è un’azione che rende molto bene in popolarità con il minimo sforzo. Roma e l’amministrazione Veltroni, che ci ha abituato negli anni alla politica spettacolo, quella che attira voti senza risolvere i problemi, non poteva che essere a capo di questa ipocrisia populista, prima con il viaggio premio per i liceali delle scuole bene di Roma in Mozambico, ora con concerti e altre manifestazioni per la città. Il solito panem et circenses, senza panem per l’Africa però. La carità non è certo la soluzione ai mali dell’Africa, soprattutto quando le elemosina che l’occidente fa non sono controllate e finiscono in mano ai dittatori che costringono alla fame i propri connazionali. Soldi che poi, in un circolo vizioso, tornano paradossalmente in occidente, in cambio di armi usate dagli eserciti di quei dittatori. Assurdo, magari giustificato per una mentalità socialista, indire manifestazioni per obbligare gli Stati a prendersi cura degli altri. Esistono nazioni anche lì, compito delle politiche estere sarebbe quello di favorire uno sviluppo democratico dei paesi africani, diffondendo (e non esportando) i principi democratici e liberali dell’informazione come fonte di libertà. Quel soft power spesso dimenticato, per il quale l’occidente spende meno che per comprare un solo bombardiere B52 e che da noi, evidentemente, viene invece usato in modo fraudolento per nascondere le nostre (meglio le loro, delle amministrazioni inefficienti) mancanze. La carità non aiuta un popolo, ma lo costringe sempre a dipendere da essa, cioè da qualcun altro. Ciò di cui i paesi del terzo e quarto mondo hanno bisogno è la libertà. Libertà politica e d’opinione, libertà economica e indipendenza finanziaria da altri paesi. Va bene la cancellazione del debito, meglio però farebbe la prevenzione affinché altri debiti non debbano essere necessari e il controllo che i soldi prestati finiscano nelle mani giuste e vengano utilizzati per i giusti fini. Sono secoli che la beneficenza imperversa nei salotti buoni europei ed americani, vi si fondano molte campagne elettorali, si creano lobby, si creano anche posti di lavoro in occidente. E per le popolazioni povere? La copertina della scorsa settimana del Venerdì di Repubblica presentava la stessa foto di un anno fa, quella di un volto di un bambino africano che spunta dall’acqua. La rivista ragiona di come, dopo un anno tutto sia tale e quale, potremmo aggiungere come è tale e quale da tanti anni. Non resta il dubbio che questa beneficenza sia molto “politically correct” molto fruttifera in termini di immagine, ma molto poco onesta ed utile per i suoi destinatari ufficiali.


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