“Navigare in rete”. Davvero è un diritto per tutti?

Di Paolo Pietrosanti

Ho chiesto a “Punto Informatico”, cioè alla intelligenza indubbia e palesemente aperta di chi “Punto Informatico” dirige e fa, di aiutarmi a rivolgermi a chi sta lottando da tempo in relazione a quanto la Unione Europea rischia di disporre in sede legislativa su brevettabilità del software. Ringrazio quindi “Punto Informatico” per la ospitalità. Forse qualcuno ricorderà – anche grazie alla informazione che in proposito ne diede proprio questa testata telematica – come feci scoppiare il caso Harry Potter, e come in proposito grazie all’Avv. Iuri Maria Prado battei in Tribunale addirittura la scrittrice più ricca del mondo, l’autrice – appunto – della saga del maghetto. Sono non solo intenzionato, ma ormai pronto a riprendere e rilanciare quella battaglia, ma mi interessa a proposito della mobilitazione in corso ora esprimere alcuni pensieri. Mi piacerebbe che chi vive di Rete e in Rete fosse Sensibile non solo alla libertà dai brevetti, ma anche alla libertà di espressione di quel miliardo di umani che oggi ha accesso a Internet, a una rete mondiale in cui chi vi entra non ha alcuna garanzia se non quelle derivanti dalla sua cittadinanza o dal territorio in cui qualche macchina è ospitata. La rete ad oggi non ha esteso libertà e democrazia, tanto che addirittura due giganti americani come Google e Yahoo censurano i loro clienti (ripeto: censurano i loro clienti se hanno gli occhi a mandorla). Sarebbe una metafora perfetta, se non fosse una realtà crudissima. Io sono cieco, e quindi ho problemi grossi a navigare in rete se non vengono rispettate alcune regole in certi siti. Se fossi un navigante in mare e ci vedessi avrei problemi gravi se natanti in giro se ne infischiassero dei codici della navigazione. Per lo più i natanti in mare non se ne infischiano, stante che esiste, per l’appunto, un diritto della navigazione. In rete non esiste un diritto della navigazione. Tanto non esiste che due gigantesche aziende come Google e Yahoo si fanno cinesi, cioè scelgono la censura. Un cinese che volesse cercare liberamente informazioni, con Google o Yahoo, sul Panchen Lama, per dire, o su Wei Jingsheng, non troverebbe nulla, subirebbe la censura operata da queste enormi aziende americane. Ma il censurato da chi va a pretendere il ripristino dei suoi diritti? Dal giudice cinese? No, figuriamoci. Da quello americano? Ma no, stiamo parlando di territorio cinese, e le aziende americane seguono il diritto cinese. E allora, allora, la libertà di Internet, il motore di libertà (quale Internet è indubbiamente) dove sta? Sta forse fuori del diritto, per il semplice motivo che un diritto non c’è? Temo il problema sia questo. Io sono cieco, e ho per questo un punto di vista certo decurtato e gravemente, tuttavia tale da assicurarmi qualche vantaggio. Credo che noi disabili si possa essere uno strumento formidabile per assicurare diritto agli altri. A noi serve la certezza di un codice della strada, della navigazione effettivo e cogente, onde essere certi che si possa navigare e circolare in rete anche noi. E vediamo che la rete e le nuove tecnologie potrebbero consentire che per la prima volta nella storia della umanità un ambito di interazione e dialogo e decisione può non escludere nessuno, proprio nessuno: mai accaduto prima. Questo può o meno essere assicurato alla rete, ma diciamo senza esagerazioni al mondo intero. I disabili che non siano più esclusi hanno bisogno di norme che nella rete tutta impongano regole di accessibilità; lo stesso, proprio lo stesso, vale per chi se usa la rete va a finire in galera. E’ troppo sperare che chi come voi si batte per la libertà di software si batta pure, o almeno tenga d’occhio pure il fatto che la rete ha bisogno, oggi, di regole che la facciano finita con la censura e la galera?


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