Il principio di verificazione, secondo Severino

Di Luigi Pavone

La parte terza del primo studio di Studi di filosofia della prassi ha il seguente titolo: Empirismo, prassi e alcuni momenti dell’antiteoreticismo della filosofia contemporanea. Qui Severino discute il senso e valore del principio di verificazione inteso come scelta pragmatica. Severino ritiene che anche la versione regolativa (o normativa) del principio di verificazione – secondo il modello kantiano dell’applicazione empirica delle idee della ragione, e conformemente ad un orientamento filosofico diffuso, secondo cui l’efficacia della negazione della metafisica deve passare attraverso un riconoscimento del suo valore relativo e pragmatico –, anche la versione regolativa (o normativa) del principio di verificazione non sfugge ad alcune contraddizioni: se da un lato è vero che il significato delle proposizioni normative non dipende da condizioni di verità, dall’altro è vero anche che esiste un senso per cui anche le proposizione normative, in quanto implicano un contesto apofantico o descrittivo, dipendono dalle condizioni di verità di tale contesto, e quindi in un senso sono o vere o false: «Se dunque della norma, in quanto distinta dal contesto teorico, non si può dire che sia vera o sia falsa, in quanto invece è vista in relazione a quel contesto, essa è vera o falsa a seconda che tale contesto sia vero o falso». È il riconoscimento di tale senso, secondo cui anche le proposizioni normative possono essere vere o false, che fa da sfondo alle argomentazioni di Severino. Qui non intendo discutere tale principio, quanto piuttosto l’applicazione che Severino ne fa relativamente alla confutazione del valore teoreticamente neutro della versione regolativa del principio di verificazione. Occorre rilevare il fraintendimento che sta alla base di questa applicazione. Il discorso prende le mosse dal libro Praxis ed empirismo, in cui G. Preti dà una definizione normativa del principio di verificazione, in questi termini: «Un discorso è privo di senso fattuale ove almeno una parte degli enunciati in esso contenuti […] non possa farsi corrispondere ad enunciati descriventi fatti sensibili, veri o falsi secondo il verificarsi o meno dei fatti empirici in essi contenuti». Così espresso – afferma Severino –, il principio di verificazione è una tautologia, che anche il metafisico è costretto ad accettare. Se si vuole davvero estromettere dalle discussioni «serie» i filosofi metafisici, allora occorre formulare diversamente l’esortazione di G. Preti. Questo è il suggerimento di Severino: «Un discorso, che da ultimo non si riferisca a fatti sensibili, e solo a fatti sensibili, è privo di senso». In questo caso il metafisico è costretto a rifiutare di dialogare con l’empirista: «Il metafisico non può certamente accettare la proposta di identificare il significato, simpliciter, col significato empirico». La tesi di Severino è che la versione normativa del principio di verificazione, espressa non come tautologica affermazione dell’identità tra significato empirico e significato empirico – affermazione, questa, che anche il metafisico è costretto a sottoscrivere –, ma come affermazione dell’identità tra significato simpliciter e significato empirico – affermazione, quest’altra, che il metafisico non può sottoscrivere – è una proposizione normativa autocontraddittoria, e quindi falsa. È una proposizione normativa autocontraddittoria e falsa in quanto implica un contesto teorico contraddittorio. Il principio verificazionista – inteso come scelta pragmatica – suggerisce di identificare il significato tout court o simpliciter con il significato empirico. Occorre innanzitutto rilevare che una norma è tale se implica la possibilità della sua violazione. A questo punto è possibile distinguere due sensi della conformità alla norma. Da un lato, conforme alla norma è l’agire che attua ciò che la norma prescrive – nella fattispecie l’identificazione del significato simpliciter con il significato empirico –, e dall’altro, conforme alla norma è anche la violazione del contenuto prescrittivo – nella fattispecie la non identificazione del significato simpliciter con il significato empirico –, in quanto la violazione non è in contraddizione con il contesto apofantico (teorico) implicito nella norma. Sostengo che alla base del discorso di Severino sta il disconoscimento di questo duplice senso della conformità alla norma. Il contesto teorico sotteso al principio di verificazione – inteso come principio regolativo – è tale che anche la violazione è possibile. Vale a dire che la versione pragmatica del principio di verificazione legittima sia la scelta dell’empirista che quella del metafisico, ed estromette il metafisico soltanto dalle discussioni «serie». Ma il metafisico è legittimato altresì ad estromettere dalle discussioni «serie» l’empirista. E quindi la regola che il principio di verificazione suggerisce non è equiparabile a questa: «prendi l’ombrello senza toccarlo!». Ovverosia: l’identificazione tra la totalità del significato e il significato empirico non implica un contesto in cui la totalità del significato si lascia prendere e identificare con il significato empirico, implica un contesto in cui appare la differenza, almeno ad un livello problematico, tra significato totale e significato empirico, e in cui è possibile sia l’identificazione che la non identificazione, questa intesa correttamente non come realizzazione della identità o della differenza, ma come ipotesi di identità o di differenza. Ciò che si deve discutere è se la versione pragmatica del principio di verificazione abbia ancora valenza antimetafisica. Quanto detto sopra lo esclude. Di più: la versione pragmatica del principio di verificazione legittima la scelta metafisica della differenza tra significato totale e significato empirico. La legittima nel senso che il contesto teorico sotteso al principio di verificazione, inteso come principio regolativo, è tale che è possibile – logicamente possibile – sia la scelta empirista, che estromette dalle discussioni «serie» il metafisico, sia la scelta metafisica, che estromette dalle discussioni «serie» l’empirista.


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