Saimir

Di Gianfranco Cercone

* Una delle strategie più note e più efficaci per appassionare uno spettatore alla storia di un film, è inventare un personaggio nel quale possa immedesimarsi. Per suo tramite, potrà essere agevolmente introdotto anche in situazioni stravaganti, fantastiche, o comunque lontane dall’esperienza comune. Per raccontare il mondo degli immigrati in Italia albanesi e rom, il regista Munzi ha creato la figura di un ragazzo albanese di sedici anni, Saimir, che vive in un contesto assai svantaggiato, sconosciuto ai più; ma le cui ragioni, i cui meccanismi psicologici, sono così chiari (ma non semplicistici), così ben individuati, che non fatichiamo per nulla a metterci nei suoi panni. Nel suo mondo, la prostituzione e il furto sono regola di vita. E dunque, non c’è da meravigliarsi se per due terzi del film, Saimir a vario titolo fa esperienza attiva di queste realtà, senza troppi problemi, quasi con innocenza. Ma Munzi, voleva raccontarci la storia di una “redenzione”, non così facile da rendere credibile. Eppure ci riesce, perché la motiva non soltanto con il risveglio della bontà del personaggio di fronte a un episodio particolarmente odioso (il sequestro e lo stupro di una ragazza da avviare alla prostituzione). Fosse solo questo il movente resteremmo forse scettici, tanto prima di allora abbiamo visto Saimir assuefatto alla brutture del suo ambiente. Però si innamora di una ragazza italiana, che alla fine lo respinge spaventata dalla realtà malavitosa in cui è immerso. Capiamo allora che se Saimir denuncia in conclusione il padre e i suoi amici, è anche probabilmente perché non vuole restare emarginato per sempre; per il desiderio di essere normale. * Redattore della rivista “Cinemasessanta”, collaboratore del “Dizionario critico dei film” della Treccani Di Fabrizio Amadori Film che si gusta soprattutto nel distacco della memoria, procedendo a ritroso, dalla chiusura all’inizio della storia, alla luce del colpo di scena finale. Inno all’ineffabilità dello spirito umano, il film si colloca nella migliore tradizione del pensiero esistenzialista. Saimir è un giovane albanese che aiuta il padre in un’attività illegale. Fa entrare clandestinamente gruppi di immigrati in Italia, e li trasporta dove sono richiesti. Tratta “esseri umani”, ma non sembra turbato. Finché dal trasporto di lavoratori passa al traffico di ragazzine destinate alla prostituzione. La sua storia personale si incontra, intrecciandosi, con quella di una giovanissima connazionale. E così si sciolgono i legami, umani e mentali, che sino a quel momento l’avevano imprigionato. Prima di qualsiasi altra considerazione, il film di Francesco Munzi merita un “grazie”. Essendo noi italiani piuttosto distratti, come capita ai popoli benestanti, ci sfugge quanto capita in casa nostra. E in effetti, l’amata penisola, complice la sua posizione geografica, è meta ambita di frotte di immigrati. Si tratta quasi sempre di povera gente alla ricerca di una vita migliore: a cui sono agganciati col filo della speranza. Il film parla dei cosiddetti “extracomunitari”. E lo fa dopo aver esercitato una chiara scelta di fondo: puntare la cinepresa su di essi, far apparire gli italiani come comparse. L’Italia è vista dall’esterno. Gli immigrati intrecciano relazioni tra di loro e formano un microcosmo, in cui entrano persone di lingua e cultura diversa, dagli albanesi agli zingari ritratti nelle solite baracche. Ma appunto per questo un microcosmo, a mio avviso, meno compatto di quanto si possa supporre. Nel film si mostra che nel mondo dell’immigrazione i rapporti tra connazionali ricalcano quelli tra italiani. Gli “extracomunitari” si trovano in bilico tra la realtà da cui provengono e la realtà “d’arrivo”, una sorta di “limbo” dove la soglia della responsabilità individuale è al minimo, e invece di espiare i peccati si decide di commetterli. Il giovane protagonista albanese, Saimir, desidera entrare nel mondo degli italiani, ma si accorge presto di pretendere troppo da se stesso, “di non essere all’altezza”, di essere uno “straniero”. Non possono e non vogliono aiutarlo nel processo di integrazione né il padre (trafficante) interessato solo a se stesso, né la ragazza italiana destinata ad abbandonarlo, né gli amici delinquenti. Saimir è lasciato da solo con il proprio desiderio di riscatto, e inizia un percorso di formazione, o di redenzione, assai doloroso. Sino alla clamorosa decisione finale. Se il vuoto in cui è abbandonato è metafora di uno stato d’animo, si può parlare nel suo caso di “tabula rasa”, di punto e a capo, dove a dominare è una dimensione che si fa presto a definire spirituale. Ed è interessante notare che la voglia di ricominciare nasca dall’incontro con una ragazza, straniera come lui, ingannata e costretta a prostituirsi. Per avere il coraggio di ribellarsi al padre il passaggio su suolo straniero era necessario. La pietra dello scandalo non è però una giovane italiana. Infatti, incontrata per caso su una spiaggia, la ragazza determina il crollo delle sue speranze più alte, con il proprio rifiuto di accettare, “chiavi in mano”, la vita del giovane. Per Saimir una simile decisione rappresenta un doloroso ritorno alla realtà. Senza il quale la terribile situazione della quindicenne albanese che viene violentata per essere “svezzata” alla prostituzione sarebbe passata, ancora una volta, attraverso il filtro dell’indifferenza del ragazzo. Il punto vero, che rende la storia un esempio della migliore tradizione del pensiero, è la natura problematica del giovane albanese, incapace di capire le regole della nazione che lo ospita, inadatto ad accettare le leggi del suo mondo. In sostanza solo, quindi, Saimir incarna la figura dello “straniero” in senso metaforico, cioè dell’individuo destinato ad essere odiato dai suoi simili, prima ancora che dagli altri. Perché nel film, decidendo di denunciare i connazionali, il giovane subisce a sua volta una punizione, quella di venire espulso (o processato). In tale maniera Saimir dimostra di avere agito senza calcolo: ed è questa la caratteristica di chi – al di là del desiderio di redenzione – vive tutto intero in una dimensione interiore, non è interessato a ciò che lo circonda se non come luogo di un rito di passaggio.


Autore: Gianfranco Cercone

Laureato in Lettere (con specializzazione in materie dello spettacolo) presso l'Università La Sapienza di Roma. È redattore della rivista "Cinema Sessanta" e collabora con la Biblioteca del Cinema "Umberto Barbaro". Cura per Radio Radicale la rubrica di critica "Cinema e cinema".

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