Ho un sogno. L’Italia senza Follini

Di Daniele Capezzone, da Libero del 5 maggio 2005

27 giugno 2005. Roma. 8.30 del mattino. Un sole africano batteva alle finestre della sede dell’Udc, mentre Marco Jago Follini tornava a sedersi alla sua scrivania. Mancava dal 10 giugno, giorno dei comizi finali per i referendum, quando, tornando a casa, si era finalmente deciso ad ascoltare le richieste della moglie e dei figli: una vacanza, una lunga vacanza tutti insieme. E -questi erano i patti!- lontano dall’Italia, in qualche isola sperduta, al riparo da giornali e telefonini. Così, erano partiti la mattina dopo: e quelle due settimane, in cui aveva completamente staccato la spina, gli avevano proprio fatto bene, dopo un anno così teso. Ma la vacanza, adesso, era finita, e la prima cosa da fare era ricostruire cosa fosse accaduto in Italia in sua assenza. Perciò, quella mattina, si era fatto portare un pacco alto così (i giornali di due settimane), e si era immerso nella lettura, che terminò verso l’una e mezzo. Marco Jago ne uscì madido di sudore, e pallido come uno straccio: in quindici giorni, era successa un’autentica catastrofe! Dunque: c’era stato il trionfo referendario dei radicali sulla fecondazione assistita, e, all’ultimo momento, era giunto il “sì” a tutti i referendum di Silvio Berlusconi. Subito dopo, era stato avviato sul serio il percorso per il “partito unico”: il congresso di lancio era già stato fissato per metà luglio, e Berlusconi aveva chiarito che bisognava tornare allo “spirito del ‘94”: insomma, “un vero partito liberale di massa senza i ricatti e le trame -Berlusconi aveva detto proprio così!- dei vecchi democristiani”…Per giunta, erano state già concordate le prime iniziative: due nuovi referendum, uno contro il finanziamento pubblico dei partiti, e l’altro per cancellare la quota proporzionale, “per tagliare l’erba sotto i piedi -aveva detto Berlusconi intervistato da “Libero” il 18 giugno- ai ricattatori politici come Follini…”. Ed erano già usciti i primi sondaggi: come non accadeva da 24 mesi, per la prima volta, c’era stata una tumultuosa ripresa del centro-destra, che, senza l’Udc (estromesso dalla coalizione), aveva riscavalcato il centro-sinistra di ben 4 punti… Marco Jago era sconvolto. Si tolse gli occhiali, mentre il sangue pulsava, anzi martellava all’altezza delle tempie. Si trascinò nel piccolo bagno a fianco dell’ufficio, e mise la testa per un buon quarto d’ora sotto un getto d’acqua gelida. Ne uscì avendo già un piano in testa. Cercò al telefono il suo amico Casini, ma, non trovandolo, gli lasciò un messaggio in segreteria: “Pier, sono Marco, sono le 14 del 27 giugno. Sono appena rientrato a Roma e ho visto questo casino. Non preoccuparti. Ora mi metto al lavoro, e per le 18 tutto andrà meglio…” Per prima cosa, si informò su dove si trovasse Berlusconi. Appena seppe che il Premier era in visita ufficiale negli Usa, e che, un’ora dopo, era in programma un incontro con Bush, Marco Jago dettò un comunicato di fuoco contro le “sporche bugie americane sul caso Calipari”, e aggiunse che doveva (disse proprio così: “doveva”) esserci l’immediato ritiro delle truppe italiane dall’Iraq. La sua segretaria, ascoltandolo, rimase attonita: e ancora più sconvolta, due ore più tardi, gli portò le agenzie di stampa internazionali che già registravano i primi effetti della crisi diplomatica. Pare che il Premier italiano, alla Casa Bianca, si fosse preso una energica lavata di capo da Bush, che, dinanzi alla “solita inaffidabilità italiana” -così aveva detto il Presidente Usa- aveva interrotto l’incontro e pregato Berlusconi di lasciare subito Washington, “tanto -aveva aggiunto gelido- dopo queste dichiarazioni della tua coalizione non abbiamo più nulla da dirci…”. Con un brivido di soddisfazione, Marco Jago passò al punto 2 del programma, e chiamò Antonio Fazio: “Che piacere sentirla, caro Governatore. Lei sa quanto noi la stimiamo e la sosteniamo”. E giù complimenti e battute. Ma subito dopo, cercò Tabacci, l’uomo delle missioni speciali dell’Udc: “Bruno, ho appena parlato con Fazio, che naturalmente non si aspetta nulla. Attaccalo subito selvaggiamente con un comunicato. Con qualsiasi pretesto, come sempre. Dobbiamo rimandare quel burino in Ciociaria…”. E fu lieto di constatare, dopo meno di venti minuti, che quest’altra bomba era già esplosa sull’Ansa. Poté allora dedicarsi al punto 3. Prima telefonò a Siniscalco, per preannunciargli (“in amicizia, Mimmo, credimi…”) che Tremonti stava tramando contro di lui, per sfilargli il Ministero; e poi chiamò Tremonti, per anticipargli che quel viscido di Siniscalco era pronto ad attaccare le sue finanziarie precedenti, fatte di “trucchi contabili” (“hai capito, Giulio, che serpe hai portato in seno?”). E anche in questo caso, una mezz’ora fu più che sufficiente per raccogliere i frutti di tanto lavoro: sulle agenzie, Tremonti e Siniscalco avevano già innescato una polemica selvaggia, nell’incredulità soddisfatta dei leader dell’Unione… Per completare l’opera, Marco Jago non dimenticò di scatenare Baccini contro la Lega, e Volonté contro i radicali. E a quel punto, dinanzi al subbuglio generale che aveva determinato in meno di quattro ore, poté tirare un sospiro di sollievo. Rimaneva l’ultima incombenza della giornata: affrontare il capannello di giornalisti sotto la sede. Marco Jago si aggiustò il nodo della cravatta, e scese. La sua dichiarazione fu breve: “Speravo che il senso di responsabilità prevalesse durante la mia assenza: purtroppo, non è stato così. Ma, dinanzi ai drammatici problemi del paese, lavorerò come sempre per la stabilità. I moderati dell’Udc rinnovano al Governo la loro lealtà”. E poi, allontanandosi dai microfoni: “Scusate, ma devo proprio andare. Sto facendo tardi alla Messa delle 19, e devo fare la Santa Comunione…”.


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