Il fondamento della fede

Di Luigi Pavone

In seguito alla pubblicazione dell’enciclica di papa Giovanni Paolo II dal titolo Fides et ratio, che affronta la questione della modernità dal punto di vista dell’unità di fede cattolica e ragione, facendo appello al massimo teorico di questa unità, cioè al filosofo Tommaso D’Aquino – e sotto questa luce la modernità appare come la realizzazione culturale della separazione di fede e ragione, e per questa via come legittimazione etica di una libertà separata dalla verità –, in seguito a quella pubblicazione, sulla scia del dibattito pubblico su queste tematiche, MicroMega dedicò un intero numero, l’almanacco di filosofia, al rapporto tra Filosofia e Religione, con la pubblicazione di saggi di autori diversissimi, tra cui una conversazione a cura di Patrick Bahners e Christian Geyer con il cardinale Ratzinger. Per svolgere quanto il titolo di questo articolo annuncia pretenziosamente si fa qui riferimento a questa breve ma intensa conversazione, che tocca tematiche anche politiche, legate alle implicazioni etiche del sistema politico democratico. Secondo Ratzinger la crisi del cristianesimo deriva dalla crisi del concetto di verità. Proprio per questo la conversazione verte soprattutto sulla versione postmoderna della separazione tra fede e ragione. Di fronte alla possibilità che proprio la ragione debole possa svolgere un ruolo di apertura verso la fede, nel senso che è lecito e ragionevole credere che proprio il riconoscimento dei limiti della conoscenza umana possa condurre al non disconoscimento della possibilità di una dimensione di fede, Ratzinger è chiarissimo: «Se la ragione non è una dimensione aperta alla fede che a sua volta può essere assunta dalla fede e ulteriormente coltivata; se essa non è, insomma, un luogo che può entrare in un’intima connessione con la fede, allora quest’ultima rimane una presunzione irragionevole, si riduce a fideismo e ricade nella sfera della consuetudine, non in quella della verità» (corsivo nostro). La preoccupazione principale di Ratzinger e della Chiesa cattolica è di evitare che la scelta di fede sia una scelta irrazionale ed equiparabile, quanto a legittimità e valore, ad altre opzioni religiose (cfr. Congregazione per la Dottrina della Fede, Dominus Jesus, Edizioni paoline). Per evitare questo, Ratzinger ribadisce la tesi centrale dell’enciclica Fides et ratio: preambolo della fede cristiana non può essere una concezione debole postmoderna di razionalità, ma per l’appunto una concezione forte, anche se non onnipotente della ragione. I limiti di questa risposta, i limiti cioè della risposta alla preoccupazione di evitare la riduzione del cristianesimo a tradizione o a semplice opzione religiosa tra le altre, sono sostanzialmente due, per quanto ne posso capire. In primo luogo, spacciare per condizione sufficiente quella che al massimo è condizione necessaria per evitare quella riduzione: non necessariamente la razionalità forte conduce alla legittimazione della fede cristiana. Che la Chiesa cattolica creda questo, questo è un atto di fede che si trova nella stessa condizione della fede in generale: è cioè esso stesso bisognoso di una giustificazione razionale. In secondo luogo, l’affermazione di una razionalità forte che legittimi la scelta di fede sposta semplicemente la questione del fideismo o decisionismo (si legga anche relativismo) che la Chiesa intende evitare. Alla obiezione che la scelta del cristianesimo è una scelta irrazionale, il teologo protestante Karl Barth rispondeva che dall’irrazionalismo non è possibile uscire, e che irrazionale è anche la scelta della ragione da parte dello scienziato. E Karl Popper scrive che il «fondamentale atteggiamento razionalistico si fonda su una decisione irrazionale, sulla fede nella ragione». Ratzinger e la Chiesa cattolica non si pongono questa fondamentale domanda: come evitare che la scelta della ragione forte sia una scelta irrazionale, sì che la stessa scelta di fede, che su questa ragione si fonda o intende fondarsi, sia essa stessa inevitabilmente irrazionale? E poi: la ricerca di un fondamento razionale alla fede, non rischia di sottovalutare l’apporto della grazia divina alla scelta di fede?


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