Giovani e potere III

Brano tratto dal libro “Giovani, sesso e potere” di Fabrizio Amadori

Comunque si guardi la cosa i giovani ottengono sempre meno di quanto meriterebbero. Se un generale possiede grandi doti militari, non significa che egli sia superiore a sottoposti capaci ancora sconosciuti: ma poiché egli ha già potuto mostrare tutto il suo valore è avvantaggiato sui ragazzi che non hanno potuto ancora farlo, e lui ha tutto l’interesse a che essi ci riescano il più tardi possibile, per spostare sempre più in là il momento della loro ascesa, a quando non saranno più giovani. Per cui cerca di ottenere il maggior potere possibile per impedire agli altri di emergere. I ragazzi, insomma, non possono competere con lui a parità di talento, perché egli può mostrare di averlo, mentre loro no. Quando ci riusciranno, quando avranno finalmente ottenuto il comando, proprio allora dovranno – cioè dovrebbero – abbandonarlo, perché saranno ormai sulla soglia del declino. Ma non lo faranno, perché non accetteranno tale ingiustizia, al punto di pretendere di comandare ancora a lungo, anche quando le forze li avranno completamente abbandonati. Per spezzare una simile catena maledetta bisogna dare il potere alle persone appena lo meritano, ossia permettere loro di mostrare il proprio talento al momento giusto, per evitare di assistere allo spettacolo francamente ridicolo di vecchi convinti di potere comandare in nome di una bravura che non hanno più. Ma gli adulti non ammetteranno mai di avere meno talento dei giovani perché pensano esattamente il contrario, e questo, in molti casi, sin da quando erano bambini. Questa è la legge non scritta (in parte) della nostra società di derivazione patriarcale, che gli adulti abbiano maggiori capacità dei ragazzi perché per svilupparle occorre tempo ed essi ne hanno avuto a disposizione di più perché sono più vecchi. A nessuno è mai venuto in mente la verità: che cioè gli adulti si sono accorti di non avere nulla in più dei giovani a parte gli anni, e che quindi hanno deciso di far considerare questi non come un difetto ma come un pregio. Che lo siano veramente pochissimi sarebbero disposti a sostenerlo, soprattutto da un punto di vista fisico. In realtà non lo sono neanche da un punto di vista psichico, ma questo gli adulti lo ammettono con meno facilità perché è meno evidente. Essi cercano di arrampicarsi sugli specchi per sostenere una propria presunta superiorità e poi alla fine, messi alle strette, la buttano sull’esperienza. Nessuno sa veramente cosa sia tale esperienza, né se serva veramente nella misura di solito considerata necessaria, ma di sicuro ha un valore diverso a seconda del lavoro preso in considerazione, e alla fine si è deciso che valga soprattutto nei compiti di maggiore responsabilità, che spesso sono i più prestigiosi. Ovviamente i vecchi sono profondamente consapevoli del peso di tali responsabilità, che guastano loro il carattere a giudicare dagli affetti osservabili, ma sono altresì disposti a sopportare tanta pena per il bene della collettività. Anche i giovani, in realtà, sarebbero disposti a sobbarcarsi tale peso, ma purtroppo non possono perché appunto manca loro l’esperienza. La guerra a sua volta richiede grande responsabilità e una notevole pratica, specialmente da parte di chi la combatte, ma questo è vero soprattutto da un certo livello in su: un uomo con molta esperienza ha il dovere di comandare e di non farsi ammazzare, a differenza della giovane recluta, che infatti viene mandata al macello sul campo. E’ come se il soldato non avesse bisogno di anni di addestramento per combattere quando invece semmai è vero proprio il contrario. Chi è più competente deve essere il primo a scendere in campo, anche perché così può mostrare di volta in volta con i fatti di avere diritto al grado che ricopre, ma tale genere di responsabilità non piace a nessuno in quanto nessuno ama rischiare la pelle. Eppure la responsabilità aumenta con la gravità del rischio, e non esiste rischio più grande di quello dove è in gioco la vita. Solo così noi avremo dei comandanti veramente responsabili, solo se essi rischieranno la vita insieme con i propri soldati, solo cioè se essi decideranno di non accettare tutta la responsabilità e solo una parte dei rischi, perché questa non può rappresentare, agli occhi dei propri uomini, una garanzia sufficiente che loro si impegneranno al massimo. Conferire le maggiori responsabilità a persone poste fuori dal campo di battaglia è ridicolo, però è comprensibile: infatti si pretende dal generale non tanto di perdere il minor numero di soldati, quanto di vincere la battaglia. Il che difficilmente può avvenire se lui si fa ammazzare sul campo. Ma, una volta persa la battaglia, è giusto che egli rimanga al comando, o addirittura in vita? Infatti alla massima responsabilità forse dovrebbe corrispondere il massimo rischio, che in guerra è la morte. E’ inutile obiettare che tale sacrificio del capo sconfitto avveniva soltanto in epoche remote e che oggi sarebbe inaccettabile in quanto barbaro: i giovani continuano a morire in guerra oggi come allora, ma nessuno si scompone più di tanto, anche se pure questa è un’usanza barbara. L’unico cambiamento radicale da quei giorni lontani è appunto la migliore condizione del capo, il quale corre molti meno rischi rispetto ad un tempo, anche se ha almeno altrettanto potere, mentre i ragazzi vengono uccisi in quantità sempre maggiori, e questo a causa della superiore efficacia delle armi offensive che, però, in determinate circostanze, possono viceversa rivelarsi utili a limitare i danni al minimo. Io credo che sia venuta l’ora di dire basta ad un simile massacro di giovani che pure spesso si offrono volontariamente di partire per la guerra, senza che nessuno li abbia costretti, ma soltanto perché non sanno assolutamente cosa li aspetta, innanzitutto a causa della propaganda organizzata dagli adulti. Condizioni economiche precarie rappresentano quasi sempre il motivo principale di una tale decisione, che viene presa anche per spirito di avventura, ma mai con cognizione di causa. La quale si sviluppa solo dopo i primi combattimenti, ma a quel punto è troppo tardi per tirarsi indietro, e quando uno lo fa viene considerato un disertore, e quindi una persona da punire con la morte. Io credo che una delle ragioni per cui si è scelto di far combattere ragazzi ancora adolescenti sia di carattere sociale, perché essi non hanno ancora messo su famiglia. Altrimenti perché preferire un diciottenne ad un venticinquenne? Esiste, ovviamente, anche il discorso dell’inserimento nel mondo del lavoro. E’ evidente che una società avanzata sia consapevole dell’importanza che hanno i piccoli, e preferisca sacrificare un ragazzo che non li ha piuttosto che uno che ce li ha. Infatti i bambini crescono meglio a fianco dei genitori. La scelta, comunque, avviene sempre tra due giovani, anche se uno è un po’ più anziano dell’altro, e non si mette mai in discussione il fatto che un ragazzo non ha più ragioni di morire di un vecchio, anche perché, se egli ha un figlio, esso è ancora piccolo e ha particolare bisogno di lui, mentre un adulto ha dei figli già grandi. La ragione sociale, quindi, ha valore solo sino ad un certo punto, cioè sino al punto in cui non si mette in discussione il principio che, comunque, a partire per la guerra debbano essere i giovani: se uno comincia a dire, invece, che un ragazzo con famiglia ha più diritto di vivere non solo di un diciottenne ma anche di un adulto, magari scapolo, almeno da un punto di vista di utilità sociale, gli si obiet
ta che non è così perché l’utilità massima in quel momento non corrisponde alla difesa della famiglia, bensì – ma le due cose non sono affatto in contrapposizione – della patria, ed egli è fisicamente più indicato per farlo. Il problema si potrebbe porre anche in questi termini: la società garantisce il mantenimento ad un giovane sino, poniamo, ai diciotto anni; da quel momento egli è debitore ad essa, e lo è tanto più quanto meno è lontano da tale limite; sicché lui, teoricamente, cesserebbe di esserlo solo dopo altri diciotto anni, al termine cioè del mantenimento di un figlio che egli a sua volta sopporterebbe a nome della società, il cui scopo principale è quello di crescere bambini. Purtroppo, però, la società non riesce ad impedire lo sfruttamento minorile, mentre è perfettamente in grado di individuare gli eventuali disertori, che punisce poi con rigore militare. La società, in caso di guerra, pretende dai ragazzi diventati maggiorenni di sdebitarsi subito nei suoi confronti donando, eventualmente, la vita, perché è l’unica cosa che hanno a differenza degli adulti. I quali possiedono un mucchio di beni tassabili o confiscabili. E’ l’unica cosa, sì, ma è anche la più preziosa, e costituisce un tesoro che la società non deve chiedere, in quanto non è stata lei a donarlo. A donarla sono stati i genitori, i quali sono ben lontani dal desiderare la morte del figlio; essi poi, a loro volta, non dovrebbero comunque poter decidere di togliergliela, come succedeva invece in epoca romana, perché un bambino non ha provato piacere a nascere, mentre proverebbe dolore a morire (ammesso e non concesso che a provare tali sentimenti sia la stessa persona). Quindi la situazione non tornerebbe in parità, ma sarebbe sbilanciata verso il meno. In ogni caso, ripeto, i genitori non hanno alcun interesse ad ammazzare i figli, né tantomeno – nella maggior parte delle circostanze – si sentono costretti dalla società a mantenerli sino ai diciotto anni. I ragazzi, quindi, non hanno nessun motivo particolare di sentirsi riconoscenti nei suoi confronti, né tantomeno al punto di donare la vita, tranne alcuni, quelli che sarebbero doppiamente indicati per farlo, in quanto non solo sono stati effettivamente protetti da genitori cattivi tramite le sue leggi fino alla maggiore età, ma hanno potuto campare facendo il soldato, ed in questo caso il sacrificio sarebbe comprensibile – anche se non giustificabile – perché un simile mestiere ha permesso loro di sopravvivere. La ragione per cui oggi in Italia si desidera la formazione di un esercito di professionisti spero non sia tanto quella di avere un esercito efficiente, quanto quella di non accettare più un principio iniquo come lo è stato il principio di imporre ai ragazzi di morire per la patria. Mentre un tempo la leva aveva lo scopo di ritardare l’entrata nel mondo del lavoro dei giovani, oggi essa serve di meno a tal fine, ed anzi agisce di intralcio per la carriera di un ragazzo costretto a studiare sino ad un’età giovanile avanzata. Ragioni di efficienza impongono una logica diversa che però è destinata a rimanere solo sulla carta finché permarranno interessi politici da difendere. Gli interessi dell’economia, a volte per fortuna, spesso sono più forti di quelli della politica. Per intanto ci si accontenta di aver ridotto di molto il periodo di ferma (e di evitare con dei trucchi l’arruolamento di parecchi giovani appartenenti a famiglie facoltose). Numerosi ragazzi, soprattutto al Sud, vengono parcheggiati nelle caserme in attesa di trovare delle sistemazioni nella società. Ma così essi vengono nel frattempo indottrinati a dovere (più di quanto mostrarono di esserlo decidendo di arruolarsi di propria volontà), e poiché in molti casi dopo un po’ se ne andranno via, fuori dall’esercito, condurranno una mentalità da caserma dove si trasferiranno, col risultato di ritardare lo sviluppo della società. Concetti come «patria», «autorità», «tradizione», «disciplina», «religione», possono risultare un po’ vecchiotti se intesi in un certo modo, ma, soprattutto, relativi e non assoluti, e rischiano di venire mal interpretati da chi non li ha sviluppati autonomamente, ma se li è visti imporre. Prima dalla famiglia e dalla scuola, e poi dall’esercito, che avevano buoni motivi per farlo: quanto più essi riuscivano a suscitare rispetto per simili valori nei ragazzi, tanto più riuscivano a tenerli legati a sé. Forse è venuto il momento di creare nuovi valori, ispirati a criteri più razionali. Il principio secondo cui bisogna rispettare gli anziani è uno degli ultimi effetti, a dire il vero abbastanza modesto, della cultura di derivazione patriarcale. I vecchi sono deboli e quindi, per non venire travolti dai giovani, hanno cercato di anticipare prima possibile l’insegnamento di un tale precetto nell’educazione dei ragazzi, in modo che, una volta cresciuti, essi lo avrebbero trovato naturale. In verità non è affatto naturale, perché i vecchi si devono guadagnare il rispetto sul campo almeno quanto i giovani: e aver pensato il contrario ha permesso per lungo tempo agli anziani di compiere atti che, se li avesse compiuti un ragazzo, sarebbero stati riprovati. Oggi una cattiva azione viene ugualmente biasimata a prescindere dall’età di chi l’ha commessa, ma in condizioni normali un grande sembra meritare più rispetto di un giovane. Il motivo è che esiste la convinzione diffusa che un adulto abbia fatto più esperienze, e quindi goda di una vita interiore più ricca di un ragazzo, il quale infatti è considerato un essere ingenuo e superficiale, assolutamente sprovvisto di una visione profonda dell’esistenza. Che questo sia falso è una mia idea che spero verrà presto o tardi suffragata dalla scienza. Le esperienze si tramutano in forma di ricordi, ed essi sono contenuti della mente soggetti a profonde variazioni con il passare del tempo. Inoltre variano anche le interpretazioni che io do alle mie esperienze, secondo un procedura che mi sembra affidata al caso. Molti adulti, poi, non riescono a capire perché se loro da giovani condussero una certa esistenza, i giovani attuali non dovrebbero fare altrettanto. Tale obiezione, però, mi sembra discutibile. Infatti di solito riguarda quegli aspetti che ad essi non piacquero, tipo la povertà, e che spesso non sono degni di venire mantenuti. E’ vero che esistono giovani in possesso di molte cose. Ma il vero problema, semmai, non è che ce le abbiano, ma come le hanno avute. Il desiderio che i ragazzi abbiano di meno è spesso determinato dagli adulti non da ragioni pedagogiche, ma dall’invidia: perché essi sono giovani, oltreché benestanti, e hanno in teoria di fronte a sé un lungo periodo in cui godere di tali beni, a differenza del padre, che infatti viene invidiato meno. La ricchezza è considerata il risultato di un periodo di lavoro che i giovani benestanti non hanno avuto modo di svolgere, e quindi loro sarebbero ricchi ingiustamente. Ma il punto è che ancora oggi i ragazzi hanno molte meno possibilità dei grandi di guadagnare, e questo per varie ragioni, sebbene avrebbero le capacità per riuscirci: gli adulti tolgono ai giovani la possibilità di diventare ricchi per il solo fatto di esserlo loro, ma tale ingiustizia viene in parte riequilibrata dalla scelta dei padri di rendere partecipi i figli, e cioè dei ragazzi, di tali beni. Quindi un buon numero di giovani è ricco almeno indirettamente, e questo è tanto più vero oggi per via
della diffusione della mentalità consumistica a partire dagli adulti, mentalità che però non ha fatto regredire l’egoismo, ma anzi l’ha fatto irrigidire sulle posizioni su cui si era da sempre assestato.


Comments are closed.