Contro la crisi di futuro una nuova classe dirigente

Di Marco Paolemili

“Damose ‘na svejata” potrebbero bastare queste parole, pronunciate da Mario Adinolfi, direttore di Media Quotidiano, per riassumere il messaggio proposto dalla conferenza organizzata da Società Aperta Giovani a Roma. All’Art Cafe, il 28 aprile, erano in tanti gli ospiti intervenuti per lanciare un appello alle nuove generazioni. “Diamo una scossa al sistema o pagheremo il prezzo più alto del declino del Paese”, era il titolo dell’incontro e anche il senso della relazione introduttiva di Luca Bolognini, Presidente di Società Aperta Giovani. In un paese dove identità ed ideologie del passato sembrano essere tramontate, dove è evidente lo scollamento tra società e sistema politico, i giovani sembrano persi, risucchiati forse da quel declino economico che l’Italia sta attraversando. Bolognini critica l’attuale politica italiana “ridotta a campagna elettorale permanente, a scontro ideologico senza ideologie, a leaderismo senza leader” e auspica l’avvento di “nuove generazioni in grado di essere soggetto politico”. Giuliano Da Empoli, Direttore di “Zero”, cerca di sdrammatizzare, di rendere il quadro meno critico, condanna il vittimismo giovanile, la voglia di apparire come “banda di sfigati”, ma la sua lista-esempio di giovani che sono arrivati in posti di potere è molto misera e finisce per avvalorare così la tesi precedente. Lucida è invece la sua analisi del sistema Italia, che definisce di “padrini e figliocci”, sistema che costringe questi ultimi ad aderire al modello dominante per poter ottenere poi un po’ di posto dal vecchio padrino. Il risultato è, naturalmente, che non v’è nessuna innovazione seguendo questo modello di sviluppo. L’interessante proposta di Da Empoli è quella di mettere in rete questi giovani cervelli, anche quelli “esiliati” all’estero. Per cercare di dar vita ad un movimento nuovo, simile (non per ideali però) a quello dei Neocon americani. Ma per Mario Adinolfi, i vecchi non hanno la minima idea di lasciar spazio ai giovani, e un esempio lampante sono i direttori dei giornali e delle televisioni: nessuno di loro è un under 40. Adinolfi poi, con un po’ di retorica, ricorda le vicende dei giovani trentenni che escono dalla casa dei genitori con un contratto a progetto, ma poi sono costretti a rientrarvi alla scadenza di questo. Pierluigi Diaco, cerca di fare la voce fuori dal coro e, con una invettiva troppo sopra le righe, esprime la sua sfiducia verso i giovani d’oggi, ripudia i discorsi sulle generazioni, troppo legati a fatti di costume che ad altro e propone (qui viene la parte interessante del suo discorso) la priorità di un investimento individuale che i giovani dovrebbero fare su loro stessi. La gavetta, per Diaco, è necessaria e, prima di mettersi in rete, bisogna aver fatto esperienza, essere in grado di portare un valore aggiunto alla rete stessa. Sulle conoscenze, e spesso sulla mancanza di queste da parte di molti ragazzi dalle grandi speranze, s’interroga anche Alessandro Piperno, autore del libro “Con le peggiori intenzioni”, che dipinge i giovani italiani come una massa d’ignoranti. Omette di riflettere sul fatto che forse qualche colpa la hanno anche gli insegnanti, ma aspettarselo da chi lo fa di mestiere (Piperno è un professore di letteratura) sarebbe troppo. La necessità di creare qualcosa di nuovo, di formare una nuova classe dirigente continua ad essere il tema fondante della serata. Guglielmo Forgeschi, coordinatore di “Dyalogue” Italia, spera che le associazioni creino luoghi per la formazione dei giovani e lancia l’ennesimo allarme riguardo la mancanza di investimenti sui giovani da parte dell’università: siamo un paese con pochi ricercatori (sottopagati), pochi laureati (anche se dovrebbe ricordare quante volte la laurea sia inutile per il mestiere che poi s’intraprende) e quanto sia difficile dal punto di vista economico aprire un’azienda per un giovane. Giuliano Gennaio, direttore di Liberal Cafe, commenta così la situazione italiana: “la casa brucia e io non so come spegnerla”. Bisogna migliorare la classe dirigente, è venuta l’ora di essere soggetto politico nuovo, afferma con convinzione. L’ultima parola spetta a Enrico Cisnetto, presidente di Società Aperta, il quale ricorda la sua trascorsa militanza, in gioventù, nel Partito Repubblicano. La classe dirigente di allora, quella che fece la Repubblica, era diversa, oggi è necessario un “progetto di paese”, strategie per il futuro, “altrimenti i figli staranno peggio dei padri”. Un discorso che suona un po’ come un “si stava meglio quando si stava peggio”, una velata critica a Berlusconi e la nostalgia di un vecchio sistema che, ma Cisnetto non sembra accorgersene, ha prodotto quella crisi attuale che tutti gli ospiti hanno evidenziato. Speriamo davvero che i giovani riescano a vincere il conservatorismo dei vecchi e riescano anche a sbarazzarsi di quei giovani che sono in realtà già vecchi, quelli che popolano le sezioni giovanili dei partiti “guidati” dai grandi o che aspettano la raccomandazione del papà per cominciare a lavorare.


Comments are closed.