Giovani e potere II

Brano tratto dal libro “Giovani, sesso e potere” di Fabrizio Amadori

In Italia i dipendenti pubblici, compresi i professori universitari, guadagnano sempre di più col passare del tempo. A 60 anni un docente ha effettivamente il vantaggio di avere al proprio attivo un numero superiore di pubblicazioni: ma come un anziano pugile non viene quotato più di un ragazzo solo perché ha sostenuto un numero superiore di incontri, così un vecchio professore non deve essere quotato più di uno giovane. Viene pagato di più perché ha pubblicato cinquanta libri invece di dieci e continua a pubblicarne, anche se la loro originalità cala via via; egli insomma viene premiato ora per qualcosa che ha fatto prima. Come un anziano pugile tipo Foreman attira l’attenzione del pubblico ritornando sul ring dopo anni di inattività, così un professore attira gli studenti col suo nome. Ma mentre Foreman non viene più seguito dopo le prime sconfitte, il professore non teme un simile avvenimento perché non deve affrontare avversari. Gli allievi, quelli mediocri, non si accorgono del suo declino. Anzi, alcuni sono contenti di seguire un vecchio perché dà loro speranza per il futuro, sperano di diventare più tardi come lui, non essendolo ora. Si danno i soldi agli anziani, sempre di più, e niente ai giovani. I vecchi sono tenuti a mantenere i ragazzi sino, poniamo, ai 18 anni, poi basta. Tra i 18 e i 30 anni, cioè nell’età migliore, vengono mandati allo sbaraglio. Prima sono nelle mani della famiglia, ora della società che li può utilizzare come vuole. I soldi invece andrebbero dati innanzitutto ai giovani affinché essi possano realizzare qualcosa d’importante senza stress e preoccupazioni. I ragazzi deboli, purtroppo, gettano la spugna presto, e sono disposti ad accettare le regole del sistema che li ha psicologicamente distrutti in ciò che hanno di meglio, talento ed entusiasmo, e sono pronti a diventare a propria volta dei vecchi nemici del talento e dell’entusiasmo degli adolescenti. Essi, una volta invecchiati, si sentono autorizzati a criticare i ragazzi perché sono stati a propria volta giovani, e dicono: «Anche io la pensavo così, ora però ho finalmente capito che sbagliavo!» Buffone! L’«hai capito» semplicemente perché chi parla non è il ragazzo che sei stato, il quale probabilmente non sarebbe d’accordo con te, ma il vecchio che parla a nome suo senza autorizzazione. Infatti, chi sei tu per permetterti di parlare a nome di un te stesso di 20 anni prima? Canetti, a dire il vero, considera pericolosa tale posizione. Scrive infatti: «Che la vita di un uomo si frammenti in innumerevoli dettagli che non hanno fra loro alcun rapporto è una concezione che si può anche sostenere, ma è stata spinta troppo in là, e le sue conseguenze non sono positive. Essa sottrae all’uomo il coraggio di resistere, perché per avere questo coraggio l’uomo deve sentire che resta uguale a se stesso. Nell’uomo ci deve essere qualcosa di cui non si vergogni, qualcosa che ponga dinanzi agli occhi e registri le vergogne che sono necessarie …» (La coscienza delle parole, cit., pag.293). Thomas Mann scrive a questo proposito che «un ritorno che avviene dopo 25 anni non riguarda più lo stesso io che era partito col proposito di star via pochi anni » (Thomas Mann, Le storie di Giacobbe, Oscar Mondadori, Milano, 1990, pag.219). Gli adulti vogliono stare al centro dell’attenzione. Vogliono che ci si occupi di loro. E vogliono che siano proprio i giovani a farlo. Fanno valere nei confronti dei ragazzi, di cui hanno paura, l’argomento «esperienza», e nei confronti dei vecchi l’argomento «efficienza». Sui giovani hanno il vantaggio di essere venuti prima al mondo e di aver quindi sistemato le cose a proprio favore; sui vecchi hanno il vantaggio della maggiore giovinezza. La giovinezza sembrerebbe perciò un talento soltanto a partire da una certa età: prima – a quanto pare – rappresenta un limite, ma solo per governare. Non è un limite quando si tratta di andare in guerra, quando si tratta di fare lavori pesanti, quando si tratta di massacrarsi su un ring per divertire gli adulti, quando si tratta di fare all’amore: in questo ultimo caso gli adulti sono ben felici di poterne approfittare, portandosi a letto una bella ragazza, o un bel ragazzo, con l’esca dei quattrini che loro hanno e i giovani no. Esistono migliaia di adolescenti di grande talento, forza, bellezza, intelligenza in gravi difficoltà perché i governanti se ne fregano di loro, ed anzi sono segretamente soddisfatti che il mondo sia fatto così, che penalizzi la giovinezza a favore della vecchiaia. Il punto –ripeto- è che il vecchio è nato prima e ha sistemato le cose a proprio vantaggio: del resto questo succede anche in natura. Solo che la natura se ne è accorta, e ha preso provvedimenti: ha dotato il giovane di una forza maggiore tale da consentirgli di far saltare ogni marchingegno difensivo del vecchio egoista e di cacciarlo con sollievo di tutti quanti. Nella nostra società l’uso della forza è illegale. Il ragazzo che si permetta di picchiare il capoufficio meschino e incapace rischia la galera. Del resto, si sa, le leggi non le hanno fatte i giovani. Nulla di ciò che regola la società è stato fatto dai ragazzi: viceversa al potere non ci sarebbero solo vecchi … Neanche la forza delle idee viene premiata. Giovani molto intelligenti sono costretti a fare la gavetta. Non lo sono invece ragazzi dotati di capacità fisiche di un certo livello. Gli adulti, infatti, amano assistere alle prestazioni dei grandi campioni: non amerebbero ugualmente assistere alle prestazioni dei cervelli dei colleghi più giovani perché in tal caso gli sfortunati avversari sarebbero essi, e i ragazzi toglierebbero così loro il lavoro. I primi a venire criticati per tutti i soldi che guadagnano sono comunque gli atleti: proprio in questi anni, in Italia ci si domanda se sia giusto sborsare tanto per i giocatori di calcio, che spesso vengono pagati parecchi miliardi all’anno. Il motivo per cui questo succede, però, io non lo trovo strano perché siamo in una fase di passaggio: è la prima volta insomma che attorno al pallone ruotano tanti quattrini. La gente non protesterà più quando si sarà abituata a tale cambiamento. Del resto esistono anche centinaia di atleti con stipendi da fame. Il mondo dello sport è come il resto della società: persone che faticano nella stessa misura guadagnano in maniera completamente diversa. Solo che, a differenza che altrove, è difficile che chi prende di più non goda di un talento effettivamente maggiore. Ma per alcuni tale discorso è vero finché rimaniamo nell’ambito dello stesso sport e non lo è più quando ne usciamo: è vero che un fuoriclasse, che guadagna alcuni miliardi all’anno, è molto più bravo di un giocatore della serie B che guadagna trecento milioni. Ma è più bravo di un grande campione di un altro sport che attrae molto meno interesse e che, di conseguenza, paga meno? Le regole, però, non le ha fatte il fuoriclasse. Non è colpa sua se lui guadagna tanto. Pretendere che egli si rifiuti di incassare fior di miliardi significa prendere troppo sul serio quel detto secondo cui chi è superdotato fisicamente è anche molto stupido. Si dovrebbe esigere piuttosto che tutti gli altri vengano pagati in misura maggiore, perché è invece sicuramente vero che i giovani, in questo come in tutti i campi, guadagnano molto meno di quanto facciano incassare agli altri, e questo a partire da Ronaldo. Il quale è stato pagato di più dagli italiani non perch&eacute
; essi siano più bravi degli spagnoli, ma semplicemente perché sono in grado di guadagnare di più su di lui. Infatti il presidente Moratti, persona stimabilissima, non è certo un pazzo, uno che butta i miliardi fuori dalla finestra. Tra parentesi: i cento bilioni che egli ha dovuto sborsare per pagare Ronaldo non li ha intascati quest’ultimo, bensì il presidente del Barcellona, a cui era legato da un contratto. Se fossero i giocatori a stabilire le regole probabilmente cercherebbero di ottenere una fetta maggiore di torta: ma chi comanda in realtà sono i presidenti, e i calciatori non lo possono diventare perché non guadagnano ancora abbastanza. Una cosa comunque è certa: che chi prende di più nel mondo del pallone non sono i calciatori. E questo è strano, perché, se non ci fossero loro, non esisterebbe neppure tale sport. Mi si potrebbe obiettare che un simile discorso è tendenzioso, in quanto l’ingiustizia per cui essi vengono pagati meno di altri ha come rovescio della medaglia il fatto non irrilevante che guadagnano di più di quanto guadagnerebbero gestendosi da soli. Vogliono essere indipendenti? Benissimo, guadagnino solo loro: vedremo se saranno anche contenti di ottenere molto meno di quanto non ottengano ora essendo seguiti da persone competenti. Sembra un po’ la storia del bambino capriccioso che pur di non dividere un giocattolo con un altro è disposto a romperlo. In realtà la mia critica intende spostare più in là i termini del problema: nessuno vuole rivoluzionare un sistema efficiente. Si vuole solo cercare di cambiare le persone alla guida di tale sistema, le quali non sono le più adatte, né tantomeno le più competenti. Qualcosa in Inghilterra sta già cambiando: essa è forse la nazione più avanzata dal punto di vista calcistico. È di poco tempo fa la notizia della scelta di un grande giocatore olandese come allenatore-calciatore. A lui, poi, è subentrato un famoso calciatore italiano. Nella mente contorta degli inglesi è cioè passata una stranissima idea: non può essere che un calciatore molto in gamba, alle prese ogni giorno con i problemi del campo, sia più indicato di un altro che ha superato la cinquantina, e che quindi ha giocato un calcio diverso parecchi anni prima, a fare l’allenatore? Inoltre si tratta di un giovane, per cui gode di una lucidità mentale superiore al cinquantenne, e questo è vero soprattutto in tale settore, dove sono in gioco persone con poca istruzione, e che perciò tendono a perdere lucidità mentale col passare degli anni più rapidamente di quanto non avvenga alle altre. Potrebbe avere ragione anche chi sostiene che non bisogna esagerare le difficoltà poste dalla preparazione di una partita: si tratterrebbe anzi di un compito piuttosto facile, al punto da non risentire dei cambiamenti in peggio che avvengono in una persona con l’età. Per cui un uomo anziano potrebbe prepararla bene quanto un giovane. A questo punto, però, ci si potrebbe chiedere come mai dovrebbe essere proprio il vecchio a farlo come è avvenuto sino ad oggi: il fatto che, nella migliore delle ipotesi, egli la possa preparare bene quanto un giovane, non significa appunto che la possa preparare meglio. Anzi, proprio questo è passato per la testa degli inglesi: che appunto perché non la può studiare meglio di quanto non lo possa fare un giovane, che è più lucido anche se non è necessariamente più bravo di lui da tale punto di vista, egli non gode di alcun vantaggio sul ragazzo, da cui anzi viene superato sotto altri aspetti, come appunto la familiarità col campo e col gioco moderno. Qualcuno potrebbe sostenere che il compito di studiare l’incontro tocca all’anziano in quanto egli non deve giocare: come fa infatti un atleta che deve allenarsi continuamente a trovare il tempo per preparare una partita? Una ragione importante per cui sinora sono stati scelti, per fare l’allenatore, tra i calciatori in attività, soltanto dei campioni mi pare appunto questa: che essi possono compensare un allenamento difettoso con le qualità naturali. Ma una simile risposta porterebbe al punto di partenza: è vantaggioso oppure no per un allenatore non giocare a pallone? Se lo è dal punto di vista del tempo che ha a disposizione non lo è dagli altri a cui ho accennato. A me pare che in questo, come in tutti gli altri campi, i giovani allenatori facciano fatica ad emergere per l’opposizione di quelli più anziani che dalla loro hanno il nome. Essi sarebbero ideali per una squadra, perché conoscono meglio il gioco moderno e perché hanno tutto il tempo per lavorare bene. Ma se appoggiando loro appoggio una battaglia persa in partenza, allora preferirei che ad allenare fossero i giocatori ancora in attività piuttosto che gli allenatori anziani. Che non necessariamente recluterei tra i più bravi, ma tra quelli svegli e non indispensabili per il gioco della squadra. Quando ad allenare è un calciatore c’è il pericolo di rivalità tra lui e gli altri atleti perché essi si sentono in competizione. Si tratta di una rivalità fisica naturale, riscontrabile in molte circostanze della vita, ma che bisogna riuscire a tenere fuori dallo spogliatoio, se essa può determinare scelte sbagliate. Il vantaggio di scegliere un campione in attività per fare l’allenatore può essere eliminato perché è facile che egli creda di bastare lui a fare vincere una squadra. Si veda appunto il caso di chi è stato capace di tenere fuori giocatori come Vialli con la scusa –pare- che fumasse. Per non parlare poi dell’esclusione di Zola, mandato in panchina nel suo momento migliore. I campioni, si sa, spesso sono egoisti, e non si capisce perché essi dovrebbero esserlo solo dentro il campo. Gli allenatori anziani, poi, sono talvolta soggetti a smanie di onnipotenza, come un famoso ex ct della nazionale, il quale era convinto di aver diritto a quasi tutto il merito di un’eventuale vittoria: la gara non avveniva tra due squadre, ma tra due allenatori, perché ciò che contava non erano gli uomini, ma il modulo. O, al massimo, tra lui e la squadra avversaria. Il muscolare Sacchi avrebbe volentieri gareggiato da solo contro di essa, e poi, dopo la sconfitta, si sarebbe giustificato lamentando di non poter applicare da solo i suoi meravigliosi schemi. La verità è che ciò che conta veramente non sono gli schemi ma gli uomini, e che bisogna far giocare i campioni dopo aver fatto loro raggiungere la condizione migliore. I fuoriclasse non hanno solo doti tecniche o fisiche eccelse, ma anche capacità mentali tali da renderli imprevedibili, e punire un campione perché non si è attenuto ad uno schema significa considerarlo alla stregua di un soldato. Se egli lo fosse veramente, una specie di soldato, non si potrebbe fare a meno di considerarlo un ufficiale, e non un semplice fante, un capo che ha mostrato il suo valore sul campo, e che quindi merita di comandare: purtroppo, però, a comandare è il vecchio allenatore, egli è considerato troppo spesso quasi come qualsiasi altro, e per impedire che tale situazione innaturale si rifletta negativamente su di lui, che non avrebbe più una seria ragione di distinguersi, viene stimolato con la promessa di un particolare guadagno. La logica è la stessa di quella riscontrabile sotto le armi. In guerra il soldato valoroso viene ricompensato con medaglie al valore militare. Nello sport con i quattrini. Da un punto di vista generale non c’è alcuna differenza, perché entrambe le cose procurano piacere senza pesare su nessuno: neanche se sono ingaggi miliardari, perché il guadagno di chi li paga è m
olto superiore alla spesa. Lo scopo in ogni caso è quello di tenere sotto controllo i giovani. E’ infatti meglio conferire un’onorificenza che elevare al grado di generale un ragazzo, o fargli guadagnare qualcosa in più piuttosto che impedire a se stessi di accumulare parecchio denaro.


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