Ayaan, la donna che non si sottomette

Di Paolo Tatti

Ayaan Hirsi Ali è una bella donna somala di 36 anni, vive nei Paesi Bassi, nascosta in luogo segreto, sotto scorta perché rischia di essere uccisa da qualche fanatico islamista. E’ una ribelle nata: già da ragazzina osava disobbedire al suo maestro di Corano e alla madre, da adolescente s’innamorò di un ragazzo molto religioso col quale intrattenne una relazione proibitissima piena di peccaminosi baci, nonostante tutto rimase molto fedele alla religione islamica. Suo padre è stato un’esponente di spicco della politica somala e quando lei nacque era in prigione (lo conoscerà a sei anni), la sua famiglia per seguirlo dovette fuggire prima in Arabia Saudita poi in Etiopia e in Kenia. Nel 1992 fu costretta dal padre a sposare un lontano cugino emigrato in Canada che nemmeno conosceva: è la storia di ogni donna musulmana. Lei ebbe la fortuna di dover partire per il Canada e da uno scalo tedesco fuggì in Olanda dove si rifugiò in un centro di accoglienza per donne immigrate. E’ l’unica che parla inglese e inizia a lavorare come interprete. Già il fatto di avere un’occupazione e di poter studiare oltre l’adolescenza è per lei una grande conquista rispetto al destino di donna rinchiusa nelle mura domestiche, di giovane madre forzata che qualcuno aveva deciso per lei. Suo padre, infatti, la ripudia. Nel corso di suo lavoro ha l’occasione di conoscere la vita e i drammi delle altre immigrate in Olanda: aborti di ragazze minorenni che nulla sanno di sessualità, violenze domestiche, infibulazioni, stupri. Questi fatti avvengono –direte voi- in ogni società ma all’interno delle comunità islamiche sono la conseguenza di una morale religiosa arcaica e non vengono condannati. Oggi Hirsi è deputata olandese, lotta per i diritti delle donne musulmane, si dichiara atea (crimine atroce per chi è nato musulmano) e condanna il multiculturalismo, si batte cioè contro coloro che nelle società occidentali tollerano in nome del relativismo che sopravviva all’interno delle famiglie islamiche la segregazione della donna, le mutilazioni genitali femminili, la diversa educazione tra bambini e bambine. Il nome di Ayaan Hirsi Ali è diventato celebre anche da noi per essere stata la sceneggiatrice del film “Submission” che costò la vita al suo regista, Theo Van Gogh: il fanatico che lo sparò infilzò sul suo corpo una lunghissima lettera di minacce per la deputata somala. Da allora lei vive nascosta e il film è stato ritirato dal suo produttore per timore che scorra altro sangue. Submission non è altro che la traduzione letterale di Islam e racconta la sottomissione che vive la donna nel mondo islamico. Sono 11 minuti provocatori, blasfemi per chi è devoto ad Allah: in Italia è arrivata solo qualche immagine di un dorso nudo di donna coi segni delle frustate e marchiato dalle Sure del Corano che sanciscono la punizione per i suoi peccati. In questi giorni esce nelle librerie italiane la traduzione del libro di Hirsi Ali, Non sottomessa (Einaudi, pp.120, 11,50 €): è una raccolta di articoli e il racconto della sua vita. Ma anche di tante altre piccole vite, invisibili, di donne sottoposte all’autorità del padre, dei fratelli e del marito. Il libro ci pone davanti agli occhi una donna che è una macchina sforna-figli, che non deve provare piacere, non deve cercare soddisfazioni, a cui fin da piccola viene insegnato che deve preservarsi vergine per il matrimonio. Alla bambina musulmana non viene impartita alcuna educazione sessuale, sa solo che deve preservarsi illibata per il matrimonio: “una ragazza il cui imene non sia intatto è come un oggetto usato”. E’ quella che Hirsi chiama la gabbia delle vergini: le famiglie proteggono in tutti i modi la verginità impedendole di uscire dalla quattro mura domestiche (se non velata da capo a piede). In questa logica s’inserisce anche la barbaria delle mutilazioni genitali femminili che, con la cucitura delle grandi labbra, impedisce alla donna di avere rapporti clandestini. Va sottolineato che questa è una pratica pre-islamica di origine animista e che sul Corano non esiste alcuna prescrizione che la giustifichi (su questo puntano le ONG che lavorano per abolirla) ma non è stata mai proibita né dal Profeta né dai suoi successori. “La diffidenza delle donne raggiunge l’apice la prima notte di nozze, è allora che avviene la prova decisiva: la sposa è ancora vergine oppure no? A causa della segregazione che tiene lontane le donne dalla vita pubblica, l’uomo non ha la possibilità di incontrare donne di cui potersi innamorare e pertanto affida la scelta della moglie alla propria famiglia. (…) Succede dunque che gli sposi appena uniti in matrimonio spesso non si conoscano nemmeno, e tuttavia la prima notte sono costretti ad avere un rapporto sessuale. La ragazza anche se non vuole vi è costretta comunque. Magari nemmeno lo sposo vorrebbe quel rapporto, ma deve dimostrare che è uomo, capace di farlo e fuori i convitati aspettano di vedere il lenzuolo insanguinato. Questo rapporto dunque corrisponde ad uno stupro autorizzato (…)” Inutile aggiungere che spesso si tratta di ragazze poco più che bambine.. All’interno del matrimonio prosegue la segregazione e la moglie deve obbedire in modo servizievole al marito. Non sottomessa è anche un grido d’aiuto a quell’Occidente che per tanto tempo si è interessato del mondo musulmano solo per sfruttarlo e colonizzarlo, l’Occidente che prima dell’unici settembre ha considerato i paesi arabi come delle pompe da benzina o poco più. Sia chiaro che Hirsi ama i valori che l’Occidente secolarizzato si è conquistato con secoli di rivoluzioni e involuzioni, con pensieri e roghi, con l’Illuminismo. Le conquiste di cui ha bisogno l’islam non si ottengono sulla punta della baionetta ma con le guerre culturali, la circolazione delle idee: "quasi tutti i libri che i musulmani scrivono sull’islam sono testi religiosi (…) oltre a questi esistono romanzi d’amore o di politica in cui si finisce per leggere che bisogna attenersi alle prescrizioni religiose (…) Quello di cui la cultura musulmana ha bisogno sono libri, teleromanzi, poesie e canzonette che mostrino come stanno veramente le cose e si facciano beffa dei precetti religiosi. Quando uscirà un Brian di Nazareth con Maometto nel ruolo di protagonista per la regia di un Van Gogh arabo avremo fatto un passo enorme" Infatti il problema non è l’islam in quanto tale ma il fatto che la sua dottrina sia rimasta fossilizzata ai tempi di Maometto: in tema di diritti delle donne, per quell’epoca, la sharia era più civile rispetto al mondo cristiano che ancora si interrogava se la donna avesse o meno l’anima. Il vero dramma è che tutto è rimasto tale e quale ad allora: la ragione per Hirsi va ricercata nella mancanza di dialettica teologica interna al mondo islamico, nella chiusura secolare alle altre civiltà (che ha chiuso a sua volta la metà femminile in una gabbia dentro la gabbia) e nella repressione delle voci dissenzienti: ancora oggi opere dei pensatori considerati eretici sono proibite e stampate all’estero. E allora la sua speranza sono gli immigrati che vivono da noi e hanno potuto sperimentare le libertà civili, la società aperta che ha nell’individuo il suo elemento fondamentale. C’è un pericolo però: che mentre i paesi islamici più all’avanguardia come il Marocco si riformino pian piano dall’interno i suoi emigrati non percepiscano questi cambiamenti vivendo nei ghetti delle periferie europee con le vecchie conce
zioni e senza integrarsi. Colpisce molto, infatti, che molti immigrati islamici ben poco devoti nel loro paese abbiano riscoperto la religiosità in terra straniera come reazione alla nuova società che li accoglieva. E’ stata questa la sorte che ha unito due persone diverse e vicine per cause opposte all’autrice del libro: sua sorella e l’omicida di Theo Van Gogh. Compralo su bol.com!


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