Giovani e potere I

Brano tratto dal libro “Giovani, sesso e potere” di Fabrizio Amadori

A detta di molte persone il bene più prezioso della società sono i bambini, al punto che ogni suo aspetto è volto più o meno direttamente ad educarli, anche se da alcuni decenni i giovani accettano con sempre maggiore riluttanza un educazione proveniente dall’alto. Quest’atteggiamento dei ragazzi è, a parere di alcuni, la causa di un disinteresse sempre più grande della società nei loro confronti. L’antipatia dei giovani nei riguardi di tale società sembrerebbe quindi giustificata in quanto è bastato manifestare una simile insofferenza perché essi venissero dimenticati. La società ovviamente non si può dimenticare completamente dei ragazzi e questo per vari motivi. Essi sono troppo esuberanti e chiassosi per accettare di rimanere in un angolino isolato, e chi fa chiasso non può passare inosservato. Ma, soprattutto, se ci sono i figli ci sono pure i genitori, i quali perlopiù aiutano i giovani a fare carriera. Questo ovviamente non significa che sarebbero disposti a sacrificare la carriera per i figli, soprattutto oggi che essa rappresenta un elemento fondamentale della vita anche se, per lo stesso motivo, lo è quella dei figli per i genitori, che li considerano un patrimonio da far fruttare. Per molti i figli oggi sono considerati un patrimonio dai genitori meno di un tempo, quando si mettevano al mondo un gran numero di bambini per mandarli a lavorare giovanissimi e guadagnare sulla loro pelle. Io credo di no: io credo che oggi si sia solo elevato il livello di educazione a partire da cui si può incominciare a considerare un figlio un patrimonio, e che anzi appunto per questo si possa veramente considerarlo così soltanto oggigiorno. Ai nostri giorni un figlio incomincia a valere qualcosa con una laurea in tasca: la laurea non è soltanto un titolo come lo è un titolo nobiliare, ma ha un collegamento diretto col mondo del lavoro, a differenza dell’altro, che infatti è caduto in disuso. Per mantenere un figlio a scuola sino alla laurea un padre spende veramente un mucchio di quattrini, ed è normale che si aspetti qualcosa in cambio. Insomma i legami tra genitori e figli sono di carattere economico, oltreché affettivo, ed il fatto che la loro natura sia stata spinta un po’ più in là, per non stare in vista, deriva dalla superiore cultura rispetto ad un tempo delle persone in gioco. Molti adulti non concorderanno assolutamente con la mia premessa iniziale: per loro, cioè, i vecchi non si sentono in competizione con i giovani e sopportano benissimo di venire superati da essi. Come prova sventolano il proprio amore per i figli, o l’affetto per questo o quel ragazzo di loro conoscenza, senza comprendere che ciò non significa amare dello stesso amore tutti gli altri adolescenti, che anzi sono temuti in quanto concorrenti dei figli nella corsa alla carriera. Insomma, i grandi amano solo un giovane, il proprio ragazzo, cui dedicano cure particolari, nella speranza di ottenere –come ho già detto- qualcosa in cambio nella propria vecchiaia, ed è evidente che quasi nessuno metterebbe al mondo dei bambini se sapesse in anticipo con certezza di non ottenere nulla da loro una volta diventati grandi. Questo spiega perché numerosi adulti si sentono in competizione con i giovani come e più dei figli, anche quando non avrebbero ragioni particolari per esserlo. Gli altri ragazzi sono, sì, molte volte amici dei figli, ma non i loro, ed anzi i padri si servono dei figli per competere con i primi nella gara per la conquista di una posizione che essi, una volta ottenuta, sentiranno propria anche se a conquistarla non sono stati loro. Io stesso ho dovuto competere da ragazzo con adulti che si servivano dei figli per umiliarmi, per farmi notare che ero certamente un saputello ignorante. Ricordo soprattutto un caso in cui avevo sostenuto che la capitale della Libia era Tripoli mentre un compagno di un’altra classe, in seconda media, aveva sostenuto che la capitale non era Tripoli ma Bengasi. Subito la madre, giunta all’improvviso, lo spalleggiò, ed io mi trovai così a dover affrontare non un avversario, ma due. Quando poi uno dei tuoi antagonisti è un adulto, e tu che sei un giovinetto te lo trovi contro inaspettatamente, perché non sei stato certo tu a provocarlo, provi una strana impressione, perché nessun ragazzino desidera farsi nemico un adulto, da cui invece si aspetta per natura, anche se è un estraneo, un gesto di simpatia o d’amicizia. L’adulto però non sempre è disposto a concederla, soprattutto quando è una persona delusa e insoddisfatta della vita, una persona debole abituata a ferire quelli più deboli di lei, e un ragazzetto rappresenta quindi un facile bersaglio. Specialmente le persone deboli, poi, tengono in gran conto il figlio, perché rappresenta il proprio giustiziere, cioè chi, in altre parole, deve vendicarli dei molti dispiaceri inflitti loro dalla vita. I figli, insomma, debbono riuscire dove essi hanno fallito. Pretendere questo però significa risultare doppiamente insopportabili per i giovani: innanzitutto per gli estranei considerati degli avversari e quindi, al momento giusto, maltrattati; e poi per i figli, i quali sebbene, o appunto perché, sono la pupilla degli occhi dei genitori, vengono continuamente stressati da loro al fine di raggiungere risultati sempre migliori, o addirittura disprezzati e dimenticati quando mostrano infine di non essere proprio all’altezza della situazione. Così però si rovinano psicologicamente i ragazzi i quali, poi, una volta cresciuti, si comporteranno alla stessa maniera con i figli. Per evitare che questo succeda bisogna cambiare le cose, a fondo. Il giovane non deve essere un frustato, ma per ottenere questo egli deve avere la possibilità di esprimere le proprie capacità subito, e non quando esse hanno incominciato a declinare – ché questo manterrebbe una dose d’amarezza -. Il bambino non deve tentare di realizzare ciò in cui i suoi parenti hanno fallito, ma godere della presenza di genitori soddisfatti, sani, capaci di comprendere e condividere le emozioni del figlio, cosa difficilmente verificabile quando essi non sono più giovani. Oggi accade esattamente il contrario, che cioè le persone mettano al mondo dei figli dopo i trent’anni, e questo specialmente per ragioni economiche. Il fine nella composizione della famiglia non è la felicità dei grandi, ma quella del bambino, perché egli non ha chiesto di venire al mondo, e quindi bisogna che la società gli metta a disposizione i genitori migliori che può, e non deve permettere a quelli mediocri di tentare di fare di lui un bambino super, in quanto difficilmente gli strumenti da essi utilizzati non saranno mediocri come lo sono loro. Ovviamente è difficile tracciare un quadro del «buon genitore»: però credo che sia scorretto permettere a persone non più nel fiore dell’età di avere bambini, e in questo caso seguirei l’esempio della natura che impedisce ad individui maturi di fare figli, in conformità col principio della selezione. In natura viene vietato ad individui troppo giovani o troppo vecchi di procreare, mentre nel nostro sistema viene spesso impedito soltanto ai primi. Quando parlo di persone anziane non mi riferisco semplicemente a quelle impotenti, ma a quelle ancora in grado di rendere gravida una femmina, ma che non possono perché hanno perso la sfida con un avversario giovane e forte. Che del resto viene spesso preferito dalla femmina stessa, come avviene nella società umana, ancor prima che i due abbiano ingaggiato battaglia. In natura perciò i maschi non più nel fiore dell’età vengono tenuti fuori dal ciclo della riproduzione e quindi dell’educazione, ment
re nella società umana questo non avviene perché gli adulti si sono organizzati in un fronte unito contro i giovani, tenuti a bada innanzitutto con il potere fornito dal controllo dell’educazione dei ragazzi. Ma un parallelo tra società umana e società animale è pericoloso innanzitutto perché le società animali non sono tutte uguali, e poi perché talvolta viene da chiedersi, anche a noialtri non cattolici, se tra animali superiori e uomini non vi sia soltanto una variazione nel grado di sviluppo, ma addirittura un salto. Io credo che i giovani non si ribellino con più fermezza contro gli adulti perché essi, in quanto uomini, intrattengono con il tempo un rapporto diverso rispetto agli animali, i ragazzi non si fermano a guardare l’oggi ma anche il domani, e immaginando di invecchiare come sono invecchiati i padri vogliono essere prudenti, e accettano di spostare un po’ più in là il momento di ottenere ciò che spetta loro. Ma – questo è il punto – quando l’otterranno essi saranno cambiati rispetto al passato, chi otterrà ciò che negli anni precedenti aveva desiderato forse non sarà la stessa persona, per cui occorre appunto chiedersi se rimanga vero che quello che finalmente ha ottenuto gli spetti di diritto quanto prima. Dal suo punto di vista sì, anzi, appunto perché ha aspettato tanto ciò gli spetta di diritto a maggior ragione; da un punto di vista assoluto no, perché chi ora ha finalmente ottenuto qualcosa è diverso dalla persone che, a maggior titolo, avrebbe dovuto ottenerlo parecchio tempo prima per via della sua superiorità fisica e psichica, e ogni giorno che passa quel qualcosa gli spetta paradossalmente sempre meno. «Quello che sarò d’ora in avanti» – scrive Montaigne –« non sarà più che un mezzo essere, non sarò più io (ora che sono incamminato sulla via della vecchiaia). Ogni giorno sfuggo e mi sottraggo a me stesso» (Michel de Montaigne, Saggi, Gherardo Casini editore, Roma, 1953, pag.666). E aggiunge un passo tratto dalle Epistole (II, II, 55) di Orazio: «Singula de nobis anni praedantur euntes» (ibi, pag.666), ossia : «Gli anni che passano portano via ad uno ad uno i nostri beni». Magari fosse vero! Il punto è che invece beni che contano, quelli materiali, aumentano via via che l’uomo invecchia – almeno sino ad una certa età che è troppo avanzata in ogni caso – ed è un po’ come se il nostro sistema volesse consolare l’uomo della perdita delle forze: ciò in sé non sarebbe un male, ma purtroppo lo fa in maniera completamente sbagliata, penalizzando chi tali forze ce le ha ancora. L’adulto pensa di non essere cambiato molto rispetto a quello che era vent’anni prima soprattutto quando si tratta di reclamare diritti risalenti a quell’epoca lì. Questo è vero almeno in parte, forse, ma ciò non cambia nulla ai fini del nostro discorso, perché le variazioni, anche se piccole, intervenute nel frattempo, sono sufficienti a rendere non idonea la persona mutata che adesso li reclama, essendo intanto cresciuti dei ragazzi che, sotto i punti di vista che ci interessano, sono più simili a quello che lui è stato vent’anni prima rispetto a quanto non lo sia egli stesso ora, e quindi maggiormente idonei a reclamarli rispetto a lui. Ovviamente esistono delle eccezioni, ma esse non ci devono preoccupare adesso. E’ evidente quindi perché l’uomo invecchiato si senta legato all’Io di quando era giovane e contemporaneamente provi sentimenti poco amichevoli nei confronti di chi è giovane ora, diversamente da come farebbe se fosse veramente rimasto un bel po’ del ventenne di allora in ciò che è adesso. Io non credo che le mie siano solo vuote elucubrazioni di nessun interesse pratico, perché secondo me molti ragazzi sono arcistufi dell’attuale sistema di cose che li penalizza appunto perché giovani. Le ragazze, poi, dovrebbero provare per esso un particolare interesse, perché se è vero che per i compagni maschi la segregazione durerà nella migliore delle ipotesi soltanto alcuni anni, per troppe di loro durerà per sempre. Le giovani donne non possono certo competere fisicamente neanche con uomini maturi, ma lo possono di sicuro intellettualmente, e quindi devono cogliere l’occasione migliore per farlo, quando questo è particolarmente vero, quando cioè sono giovani. Ragazzi e ragazze devono capire che una battaglia per l’eguaglianza tra i sessi non può prescindere da una battaglia per i diritti sacrosanti della gioventù.


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