Cina e cristianesimo

Dal blog di Tommaso Ciuffoletti

Senza dubbio il commento ufficiale più "originale" sulla celebrazione dei funerali di Papa Giovanni Paolo II è stato quello rilasciato dal portavoce del Ministero degli Esteri cinese, Qin Gang: "l’Italia deve evitare il ripetersi di eventi simili". Il riferimento è alla concessione del visto al presidente di Taiwan Chen Shui-Bian, che venerdì 8 aprile sedeva nella prima fila dei posti assegnati alle numerose autorità venute da ogni parte del mondo a rendere l’ultimo omaggio al Pontefice. Fra loro anche il presidente siriano Bashar Assad, il premier iraniano Mohammad Khatami e persino Robert Mugabe, presidente dello Zimbabwe e formalmente bandito dal suolo europeo; ma nessun rappresentante della Repubblica Popolare Cinese. Un’assenza dettata proprio dalla volontà di evitare l’incontro con la massima autorità di Taiwan – che Pechino continua a considerare una "provincia irredenta" – e che ha finito col farsi notare più delle numerose presenze. Dietro la linea di condotta tenuta dagli alti funzionari del regime cinese non c’è però soltanto la rinnovata ostilità nei confronti di Taiwan, ribadita di recente con l’approvazione di una "legge antisecessione" che "autorizza" la Cina ad intervenire militarmente in caso di eventuali eccessi "indipendentisti" da parte del governo di Taipei, ma anche la sotterranea ed aspra tensione che caratterizza da decenni le relazioni tra Pechino e il Vaticano. Relazioni che, per la verità, si sono ufficialmente interrotte nel 1951, quando la furia ideologica del neonato regime maoista portò all’espulsione dal paese del nunzio apostolico monsignor Riberi. Tuttavia la storia delle alterne fortune del cristianesimo nella terra di Cina ha origini assai più remote, come narra la stele di Si-ngan-Fu, rinvenuta nel 1625 a Xian e risalente al 781 d.C.. Incisa nella sua pietra si trova la più antica testimonianza della penetrazione cristiana in Cina, avvenuta ad opera del monaco nestoriano Alopen, che nel 635 era giunto a Chang An, antica capitale dell’impero Tang, per predicare la "religione della luce". Perseguitato nell’Impero bizantino dopo il Concilio di Efeso del 431, il cristianesimo nestoriano si era diffuso in Persia e di qui aveva raggiunto la Cina, ove, grazie alla buona disposizione dell’imperatore Tang Taizhong, poté liberamente organizzarsi. La Bibbia fu tradotta in cinese e numerosi monasteri vennero eretti nel paese. Sulla stele si legge che i ministri di questa religione "non hanno uomini o donne come schiavi; essi considerano tutti gli uomini, nobili o comuni, come uguali in dignità. Essi non ammassano né tesori, né ricchezze, e danno nella loro vita un esempio di povertà e rinuncia". Nella prima metà del IX secolo però, il clima di tolleranza verso le "religioni straniere" andò mutando rapidamente fino a sfociare nella grande persecuzione antibuddhista lanciata negli anni 843-845 dall’imperatore Wuzong per "tutelare" il confucianesimo ed il taoismo (oltre a poter così confiscare tutte le proprietà dei tempi buddhisti). Anche il cristianesimo nestoriano, così come lo zoroastrismo, fu vittima della repressione e dall’845 d.C. si perdono per lungo tempo le tracce della sua presenza in Cina. Durante il suo periodo più "luminoso", il cristianesimo nestoriano si era però diffuso in particolare tra i mongoli Kereit e proprio a seguito della conquista mongola della Cina nel XIII secolo il culto poté rientrare nei territori del Celeste Impero. Il cosmopolitismo che caratterizzò gli anni del dominio “barbarico” dei mongoli favorì non solo la rinascita della predicazione nestoriana, ma anche i contatti con un Occidente prima intimorito e poi incuriosito dalle grandi conquiste del popolo che era stato unito e guidato dal terribile Gengis Khan. Nel 1245 Papa Innocenzo IV inviò nella zona del Karakorum il frate francescano Giovanni di Pian del Carpine, che scrisse la Historia Mongolorum; nel 1271 ebbe inizio il celebre viaggio della famiglia Polo, mentre sul finire del XIII secolo un altro francescano, Giovanni da Montecorvino, partì per raggiungere il cuore dell’Impero. Giunse fino a Kambalik, vicino all’attuale Pechino, nel 1294 e nel 1307 Clemente V lo nominò arcivescovo di Pechino e patriarca dell’Oriente. Grazie alla tolleranza religiosa che caratterizzò il dominio mongolo anche il cattolicesimo ebbe dunque modo di diffondersi. Negli anni Trenta del XIV secolo però, contro i dominatori stranieri scoppiarono grandi rivolte organizzate da società segrete cinesi, molte delle quali di chiara ispirazione religiosa (buddhista) – come la celebre setta del Loto Bianco e quella dei Turbanti Rossi – e connotate anche in senso nazionalistico. Con la cacciata dei dominatori mongoli e l’avvento della dinastia Ming la politica imperiale in ambito religioso mutò nuovamente e l’influenza del cristianesimo sia nestoriano che cattolico venne drasticamente ridotta. Tuttavia proprio sotto la dinastia Ming giunse in Cina il gesuita Matteo Ricci, conosciuto anche come Li Madou, la cui figura ha un ruolo estremamente rilevante ed originale nella storia del cristianesimo. Giunto a Macao nel 1582, tre anni più tardi si stabilì a Nanchang e, dopo una prima visita a Pechino presso la corte imperiale, ottenne nel 1601 il permesso di stabilirsi definitivamente nella capitale. Egli seppe guadagnarsi grande prestigio grazie ad una profonda conoscenza della cultura cinese che gli permise di coniugare quest’ultima con la fede cristiana e le proprie conoscenze. Era padrone della lingua cinese e ne conosceva i classici, visse come i bonzi buddisti e come i letterati confuciani e la sua scienza di matematico ed astronomo gli valse la simpatia e l’ammirazione del “Figlio del Cielo”, quale era ritenuto essere l’imperatore. Proprio l’opera “Ammaestramenti del Signore dei Cieli” (Tien Chu Shih), rimane il suo scritto più discusso, in cui cerca un difficile sincretismo tra cristianesimo e confucianesimo*. Matteo Ricci fu il primo di molti gesuiti che si succedettero nel corso degli anni alla corte degli imperatori cinesi e, grazie alla benevolenza di questi ultimi, la predicazione portò la comunità cristiana di Pechino a contare 100 mila fedeli nel XVIII secolo. Ma la fortuna dei gesuiti iniziò a declinare dopo l’emissione di due bolle papali, la prima del 1715 e la seconda del 1742, che imponevano loro di astenersi dal partecipare ai riti in onore dei defunti e di Confucio – entrambe tradizioni molto forti e radicate nella cultura cinese – facendoli così incorrere in sospetti ed inimicizie crescenti da parte della corte fino a che non fu loro proibita l’evangelizzazione. Tra le ultime tappe della penetrazione cristiana in Cina vi è quella successiva ai Trattati Ineguali, che l’impero dei Qing fu costretto a firmare alla fine delle due guerre dell’oppio del 1842 e del 1862. La libertà di evangelizzare venne imposta dai due trattati, legando così la predicazione cristiana (cattolica e protestante) al ricordo delle umiliazioni subite dall’Impero cinese per mano delle potenze coloniali. Non fu un caso, dunque, se durante la rivolta dei Boxer (1900) la violenza degli insorti si scatenò anche contro i cristiani. Migliaia di convertiti e molti padri missionari vennero massacrati nel nord del paese. Nel 1901, però, il movimento antistraniero dei Boxer venne soffocato nel sangue, ma nonostante la crescente influenza europea e giapponese l’Impero sopravvisse fino al 1912, quando Sun Yat Sen, che era stato battezzato in gioventù, divenne il primo Presidente della Repubblica di Cina. Il cristianesimo convisse con le tormentate vicende cinesi di quegli an
ni. Secondo varie stime, nei primi anni della Repubblica vi erano nel paese alcune centinaia di italiani impegnati in particolare proprio in attività missionarie. Nel 1926 il delegato apostolico, monsignor Celso Costantini, ordinò i primi 6 vescovi cinesi. Gli anni Trenta furono quelli in cui i rapporti tra il governo fascista italiano e quello nazionalista cinese si fecero più solidi, ma a partire dagli anni precedenti alla Seconda Guerra Mondiale questi andarono deteriorandosi, fino a precipitare con la vittoria della Rivoluzione maoista. Come detto, fin dai primi anni successivi alla Rivoluzione il regime si caratterizzò per il proprio violento ateismo di Stato, che intendeva sostituire al culto religioso quello del grande Mao, del marxismo e della Repubblica Comunista. Nel 1957 venne fondata l’Associazione Patriottica dei Cattolici Cinesi (APCC) col compito di fungere da tramite fra il Partito Comunista Cinese e la Chiesa cattolica. Una Chiesa che però non era e non è quella di Roma, bensì quella “gradita” al PCC. Da quel momento si è creata di fatto una spaccatura tra la Chiesa ufficiale cinese, a cui è impedito ogni rapporto formale col Vaticano, ed una Chiesa “sotterranea” che sopravvive nonostante le persecuzioni e continua ad operare sul territorio cinese sfuggendo ai vincoli dell’Associazione Patriottica e cercando di mantenere i contatti con la Chiesa di Roma. Durante la Rivoluzione Culturale, la repressione si scatenò contro tutti i culti: chiese, templi e monasteri vennero saccheggiati, distrutti o trasformati in magazzini per accogliere magari gli scarsi frutti delle riforme agrarie di Mao; preti, monaci e fedeli furono perseguitati, deportati o uccisi. Come ha scritto padre Bernardo Cervellera “dal ’66 al ’76 tutta la Chiesa cinese, ufficiale e non ufficiale, è una Chiesa di martiri”. Con l’avvento di Deng Xiaoping la politica religiosa del regime si caratterizzò più che mai per un atteggiamento ambiguo. Se da un lato veniva ostentata la volontà di apertura nei confronti della libertà di culto, compreso quello cattolico, dall’altro gli interventi delle autorità erano diretti a rinsaldare il recinto legislativo ed repressivo all’interno del quale era permesso praticare la religione, ma sempre sotto il costante controllo delle autorità della RPC. Nel 1994 sono stati infine emanati i “Regolamenti per le Religioni” che obbligano tutte le comunità a registrarsi presso l’Ufficio Affari Religiosi, il quale controlla gli apparati ecclesiastici del paese, mentre sono continuate le persecuzioni contro le chiese non ufficiali ed i loro fedeli. A tutt’oggi è questo il principale ostacolo nei rapporti sino-vaticani, molto più che non il legame diplomatico della Santa Sede con Taiwan. Nel 1999 l’allora Segretario di Stato vaticano, cardinale Angelo Sodano, rilasciò la seguente dichiarazione: “La nostra nunziatura a Taipei è la nunziatura in Cina e, se il governo centrale lo permette, possiamo spostarla a Pechino”. Nonostante il Vaticano non abbia mai rotto unilateralmente i rapporti diplomatici con alcuno Stato, la vera partita con la Repubblica Popolare si gioca sull’autonomia che questa è disposta a cedere alla Chiesa di Roma sulla Chiesa cattolica cinese, sulla nomina dei vescovi e sui 12 milioni di cattolici che si stima siano oggi presenti in Cina. Ciò che però non renderà agevole il lavoro di coloro che sono impegnati nella difficile tessitura di questa trama è il particolare ruolo che le minoranze religiose hanno nel paese. La più rilevante fra queste è quella musulmana, che conta più di 20 milioni di fedeli, raggruppabili in dieci nazionalità e concentrati soprattutto nella regione speciale dello Xinjiang. Tale zona è una delle più turbolente dell’intera Cina. Il movimento nazionalista e indipendentista che si è sviluppato in particolare a partire dal 1979 è stato più volte represso dalle autorità cinesi, ma tuttora le spinte autonomiste non sembrano sopite. Anzi, in seguito ai recenti avvenimenti nel Kirghizistan, lo Xinjiang, in cui è presente una minoranza kirghiza e che confina direttamente con la ex repubblica sovietica, è adesso più che mai oggetto delle preoccupazioni di Pechino. Concedere maggiori libertà ai cattolici nel breve periodo sarebbe una mossa presumibilmente poco conciliabile con il rigido protocollo usato nei confronti dei musulmani. Tantopiù che negli ultimi decenni le minoranze islamiche del paese sono cresciute demograficamente in maniera esponenziale rispetto alla popolazione cinese han, proprio perché esentate dal rispettare i severi programmi di pianificazione familiare attuati da Pechino. Giovanni Paolo II, che il 1° ottobre del 2000 proclamò santi 120 martiri della Cina, ha scritto: “l’Asia: ecco il nostro comune compito per il III millennio”. Il suo successore, chiunque sarà, è atteso da una prova estremamente ardua. * A qualcuno di voi è per caso venuta in mente la canzone di Battiato "Centro di gravità permanente"?! "Gesuiti euclidei, vestiti come dei bonzi per entrare a corte degli imperatori della dinastia dei Ming". Esatto! e quell’"euclidei" serve a ricordare che Matteo Ricci tradusse la "Geometria euclidea" in cinese.


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