Un papa debole sul piano filosofico

di Fabrizio Amadori

Anche io sento di dovere spendere una parola per questo papa. Riferendomi a lui, userò il presente, per due motivi. Il primo è tecnico, col presente riesco a realizzare l’articoletto in tempi strettissimi, come impone la solennità dell’evento. Il secondo è logico, con personaggi del genere occorre usare il “presente storico”. Per inquadrare questo papa, consiglio di assumere un atteggiamento che, senza per forza risultare noioso, definirei “filosofico”. E cioè: prima di valutare occorre contestualizzare. La questione rimane complessa, perché il contesto non è sempre uguale, e cambia a seconda di chi lo determina. Se però si prende in considerazione la storia, a partire da quella del pensiero, ci si trova un po’ a disagio, accorgendosi che questo papa non ne ha grande cognizione: manifestando così, a modo suo, una chiara presa di posizione. Per lui, la verità filosofica si ferma a San Tommaso, che non a caso è considerato un fondamentale padre della Chiesa insieme con Sant’Agostino. “Attenti a quei due”, mi verrebbe da dire… Comunque sia, proprio una bella coppia, tramite cui la Chiesa vorrebbe bloccare le lancette della storia. Già ci aveva provato ai tempi di Galilei: poi ha dovuto chiedere “perdono”, proprio con questo papa. La prossima volta dovrà chiedere “pietà”? Forse. C’è da chiedersi se saremo disposti a offrirgliela… Il lupo, infatti, perde il pelo ma non il vizio: così ci riprova, questa volta con il pensiero del Novecento, considerato “nichilista” e “relativista”. Tali accuse, piuttosto superficiali, non tengono conto della complessità delle cose, dimostrata anche dalle contraddizioni presenti nel pensiero cattolico. Ad esempio, molti hanno rilevato l’incompatibilità della concezione dell’embrione di San Tommaso con quella della Chiesa attuale. I teologi cattolici ufficiali, “ufficiali” perché appoggiati dalle gerarchie, sembrano non rendersi conto delle piccole e grandi difficoltà presenti nella dottrina. Gli avversari nichilisti e relativisti se ne sono accorti da tempo, e non solo nel caso del pensiero cattolico, ma in tutti quei casi in cui si ha l’ambizione di comunicare la Verità, senza poi preoccuparsi di dimostrarla: cosa sempre complicata, me ne rendo conto, ma assolutamente necessaria. Ai cosiddetti nichilisti e relativisti, e a tutti quanti noi, piacerebbe sapere che una Verità esista, e che sia alla nostra portata, ma proprio questo è il punto. Confondere la realtà con i desideri, forzando la mano alla realtà, in conformità con il nostro bisogno di conoscenza e certezza, è un errore che non bisogna commettere. Un errore, questo, che rappresenta la cifra della condizione umana. Rincorre la verità chi fa il passo più lungo della gamba. Il rischio è di cadere. O noi procediamo per piccoli passi, in ambiti in cui ci possiamo muovere, oppure siamo destinati all’insuccesso. E un simile discorso riguarda qualsiasi campo del sapere, in quanto esiste una gerarchia precisa anche tra le scienze. La fisica è la più avanzata, ed essa non a caso si occupa degli elementi più semplici e primitivi del mondo… Se l’aspirazione ad una conoscenza certa era comprensibile nel passato, oggi non lo è a causa dei cattivi risultati: in questo senso, è esemplare la storia della Chiesa. La quale, all’inizio, voleva soddisfare un desiderio di conoscenza e di sicurezza, salvo poi ostacolarlo con il passare del tempo. Come questo sia possibile è facile capire, se si considera che la conoscenza è figlia della sua epoca: come ogni altra cosa, la conoscenza, a dispetto di un certo modo ingenuo di intenderla, mostra tutti i limiti della propria “umanità”. Essa è relativa, non assoluta. Purtroppo l’operazione cristiana di “divinizzarla”, di farla diventare “Verità”, prevalse per molto tempo, e il risultato fu quello di caricarla di un peso eccessivo sotto cui, alla fine, venne schiacciata. L’attacco cattolico alla cultura contemporanea è quindi fuori luogo, meritando essa ben altra considerazione: si tratta di una cultura a cui va un grande merito, quello di tenere vivo il senso del Mistero. Il Mistero non si potrebbe neppure citare, e questo per definizione: si tratta di un vecchio problema platonico. Il papa invece sembra più informato di noi, lui il Mistero ce l’ha in tasca, si chiama “Verità”, la verità “tutta intera”, come ama ripetere ai colleghi di altre religioni, a cui, evidentemente, non riconosce lo stesso privilegio. I loro incontri sono stati molteplici: si partiva sempre con le intenzioni più nobili, e si finiva poi con le solite incomprensioni. Il papa vuole l’unificazione delle varie Chiese cristiane, un ritorno alla situazione originaria, suscitando la diffidenza degli altri gruppi, che criticano molte sue idee teologiche, politiche, economiche e sociali. Peccato che neppure la stampa, in occasione della morte del papa, voglia prendere atto della realtà, e continui a parlare di Wojtyla come di un punto di riferimento planetario, alla faccia del principio di complessità e dell’ostinazione di chi per decenni ha voluto negarlo. di Fabrizio Amadori


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